Un freddo pungente, come lingue di ghiaccio che mi
pizzicavano, s’insinuò tra gli ultimi sussulti di un’estate agonizzante.
Quel soffio gelido mi risvegliò tra le mie notti fatte di sogni
claudicanti ed incubi che mordevano la realtà, addentando le illusioni con
cui tentavo di colorarla. Perso nella solitudine, mi aggrappai al tepore
di abbracci che nella notte tessevano i loro inganni solo per me, in
quell’assenza che continuava a torturarmi. Con gli occhi chiusi, cercavo
la sua pelle su di me, il suo sapore, il suo piacere che ansimava e
nutriva il mio desiderio di possederla.
Cominciai ad accarezzarmi seguendo il brivido dei suoi
baci e delle sue mani, frugando nei miei sogni per dar vita a quelle
emozioni che vibravano sul mio corpo e sul suo, assente e sempre presente
dentro me, come un’onda che si allontanava per poi avventarsi nuovamente
su di me, con rinnovata potenza, inesorabilmente. Sentivo i suoi gemiti,
il calore della sua bocca sul mio sesso che gridava ed implorava il suo
desiderio di averla, quel desiderio che cresceva fino a farmi male, fino a
togliermi il respiro. Vedevo la sua pelle brillare, come se fosse
ricoperta di gocce d’acqua in cui si riflettevano i bagliori del cielo.
Sentivo il fruscio dei suoi vestiti che scivolavano lungo il suo corpo,
ricadendo sul pavimento, ed ascoltavo quel suono suadente come un’arcana
melodia che m’incantava.
Ero come vittima di un sortilegio e non potevo far
nulla per liberarmi da esso, ero privo di difese, in balia di quella
passione che mi corrodeva, riducendomi in schiavitù, facendo sì che la
invocassi e la bramassi, come se fosse l’unica ragione e lo scopo della
mia intera esistenza. Sì, ne ero certo, tutta la mia vita era lì, ai piedi
di Martina, nulla aveva più senso per me, esistevo solo per lei, solo per
il desiderio di averla e di appartenerle. Con lo sguardo bevevo ogni lembo
del suo corpo che lei lentamente denudava, la follia si impadroniva di me
e lei godeva specchiandosi in essa, nello sguardo estatico e adorante con
cui seguivo i suoi movimenti. Come il vento che accarezza il mare si
avvicinava, fino a farmi sentire il calore del suo respiro, ma poi si
allontanava, non appena tentavo di baciarla, seguendo i passi di una
misteriosa danza con cui mi legava a sé. Infine si inginocchiava, per
raggiungermi nuovamente, camminando carponi, come un felino che studia la
sua preda e si prepara ad avventarsi su di lei e a cibarsene.
Osservando i suoi occhi vogliosi e trionfanti, temevo
che da un momento all’altro potesse balzare su di me e sbranarmi, ma ogni
timore moriva nell’incanto di quello sguardo e si tramutava in cieca
passione ed incontenibile piacere, rendendomi una preda docile, pronta ad
offrirsi alla sua carnefice. “Supplicami” sussurrava, mentre baciava e
succhiava il mio sesso facendo crescere il mio desiderio e lasciandolo
continuamente sospeso in un’attesa senza fine. Io allora la imploravo,
invocando la grazia delle sue labbra che oscenamente mi succhiavano con
piccoli morsi. Ma le mie suppliche non erano mai sufficienti per lei, non
c’era nulla che io potessi fare per ottenere quel piacere tanto a lungo
agognato. Dopo avermi torturato con i suoi baci, si rialzava e mi
osservava divertita mentre cadevo in ginocchio davanti a lei. Si ergeva su
di me in tutto il suo perverso e candido splendore, attendendo che io la
implorassi ancora, esigendo il tributo del mio desiderio e della mia anima
vinta e soggiogata che si offriva a lei, in una resa incondizionata,
prostrandosi ad adorarla come se fosse una divinità a cui chiedere la
propria salvezza. Ed è così che io la supplicavo, giungendo chiamarla
“Dea”, baciandole i piedi mentre lei rideva di me e della mia follia,
incitandomi ad adorarla ancora, a mostrarle tutta la mia devozione.
Dieci minuti alle sette, dovevo sbrigarmi se non
intendevo perderla, avevo solo venticinque minuti per prepararmi e
raggiungere la fermata della metropolitana, decisamente troppo pochi.
Quando uscii dalla doccia, riconobbi il suono dei passi di Martina che
scendevano giù per le scale, fui preso dal panico, stavo per perderla. Mi
vestii in fretta e mi precipitai giù in strada, giusto in tempo per
vederla svoltare l’angolo. Cominciai a correre, fui un po’ avventato in
questo, quando svoltai, la trovai ferma davanti a una vetrina, lei mi vide
e notò senz’altro il mio affanno. Non potevo tradirmi, dovevo fare del mio
meglio perché non s’insospettisse ulteriormente. Accennai un saluto da
buon vicino e proseguii, precedendola lungo il tragitto per la stazione
della metropolitana. Pochi metri dopo, approfittai di un distributore
automatico e mi fermai a comprare un pacchetto di sigarette. La sosta fu
sufficiente a far sì che lei mi superasse, permettendomi di seguire di
nuovo i suoi passi.
L’aria fresca della notte, poco a poco, si dissolse nel
sole autunnale del mattino. Si poteva ancora respirare un tepore quasi
estivo, Martina indossava una camicia e pantaloni leggeri, calzava dei
sandali col tacco e mi chiesi se non avesse freddo ai piedi con quelle
scarpe. Chissà come sarebbe stato scaldarglieli. Mi piacevano, erano
piccoli i suoi piedi, li immaginavo soffici, morbidi e vellutati come i
petali di un fiore, immaginavo di solleticare le sue dita con la punta
della lingua, di sfiorarle con le labbra e succhiarle con avida dolcezza,
di poter sentire il suo piede scivolare sul mio corpo ed adagiarsi sul mio
viso, di respirarlo mentre lei mi teneramente mi sorrideva. Un sorriso
fresco, come quello che sgorga dagli occhi degli amanti. Le avrei sorriso
anch’io allora, e nei miei occhi lei avrebbe letto tutto il mio amore.
Avrei morso delicatamente il suo tallone, lei avrebbe cercato di
divincolarsi e avrebbe finto di essere adirata con me, minacciandomi
scherzosamente, ma poi il suo sorriso sarebbe tornato a brillare sentendo
i miei baci tornare a ghermirla. Avrebbe socchiuso gli occhi e si sarebbe
abbandonata al piacere delle mie labbra che, affamate, sarebbero scivolate
lungo il suo corpo e fino alla sua bocca, respirando il suo desiderio di
stringermi e di amarmi così come io l’amavo.
I miei sogni prendevano sempre il sopravvento quando la
guardavo, amandola in silenzio. Mi perdevo nel labirinto di immagini che
di volta in volta prendevano forma, come scene di un film che si
sovrapponeva alla lacerante realtà di un’ossessione muta e solitaria che
durava ormai da sei mesi, dal giorno in cui per la prima volta l’avevo
incrociata per le scale. Quel giorno lo ricordavo luminoso come un’alba,
ma il sole di quel mattino era rimasto imprigionato sul fondo del cielo,
lasciando quel bagliore sospeso sul confine della notte, alimentando la
follia dei miei sogni lucidi. Mi avvicinai a lei timidamente, all’inizio,
sfiorando quel sogno in modo distratto, fingendo che non fosse nulla, solo
il passatempo di una mente annoiata che vagava seguendo il suono del
vento.
Ma, senz’accorgermene, all’improvviso mi scoprii
ossessionato dalla sua presenza, di cui cercavo di seguire ogni più
piccolo movimento. Si era trasferita nell’appartamento accanto al mio,
eravamo vicini di pianerottolo, e mi ritrovai a spiare tutti i suoi
spostamenti, a passare le giornate tendendo l’orecchio per sorprenderla
quando usciva e rientrava, restando in attesa, per poterla osservare
attraverso lo spioncino della porta. Avrei potuto provare a parlarle,
forse. Magari avrei potuto invitarla a prendere un caffè. Ma mi sentivo
come paralizzato quando la incontravo, le parole si spegnevano e morivano,
il fiato per dar loro voce svaniva, restando intrappolato chissà dove.
Quando la incrociavo, riuscivo solo a balbettare un timido saluto che lei
a malapena udiva e a cui rispondeva con un sorriso, un sorriso in cui
potevo leggere chiaramente quanto buffo apparissi ai suoi occhi.
Nonostante questo, il mio amore per lei, di giorno in
giorno, cresceva, e con esso anche il desiderio e la necessità di sapere
tutto di lei, di conoscere ogni dettaglio della sua vita. Imparai a
conoscere le sue abitudini, cominciai a seguirla per potermi sentire parte
della sua vita, per poter essere come un’ombra che baciava i suoi passi,
giungendo a perdere anche il lavoro per le mie continue assenze. Ma ben
presto tutto questo non fu più sufficiente a soddisfare la mia fame
disperata ed insaziabile. Allora lo feci, col cuore in gola mi accostai a
quel limite che non avrei dovuto valicare, a quel confine oltre il quale
avrei trovato solo la causa della mia perdizione e dal quale sapevo che
non sarei più potuto tornare indietro. Pensieri deliranti si dibattevano
nella mia testa come se volessero farla scoppiare, finché non raggiunsi
quel baratro e gettai lo sguardo in esso, preparandomi a saltare.
Il portiere del palazzo in cui abitavo, era un amante
del gioco degli scacchi, una passione poco comune, difficile da coltivare
a causa dell’esiguo numero di giocatori con cui misurarsi, numero che si
restringe se si intende giocare con chi è capace di muovere i pezzi con la
giusta consapevolezza. In molti si definiscono giocatori solo perché
conoscono il modo corretto in cui i pezzi si muovono, ma non sanno
spingersi oltre questo e non hanno idea di cosa sia realmente il gioco
degli scacchi. Io ero uno dei pochi giocatori, se non addirittura l’unico,
con cui il portiere potesse misurarsi, per quest’unico motivo, pur non
avendo alcun altro rapporto con me, se non quelli che intrattenevamo sulla
scacchiera, mi considerava un suo caro amico. Un giorno di fine agosto, le
nostre partite furono interrotte dall’inquilina dell’interno 6, la signora
Pacelli, una donna pettegola, sempre in cerca di nuovi e sorprendenti
eventi di cui poter sparlare con le sue amiche. Era convinta che la sua
vicina di pianerottolo, la signora Guidi, una donna anziana e sola che non
riceveva mai visite, fosse morta, e che il suo corpo stesse marcendo da
diversi giorni. In effetti la puzza che si sentiva passando davanti alla
sua porta, rendeva le ipotesi della Pacelli molto credibili, anche perché
dall’appartamento non giungeva alcun suono ed era stato praticamente
inutile bussare nella speranza che la signora Guidi aprisse.
La signora Pacelli era riuscita a convincere quasi
l’intero palazzo della morte dell’anziana donna, e, con il seguito di
altri inquilini particolarmente suggestionabili, irruppe nell’appartamento
del portiere, convincendolo ad usare la sua copia delle chiavi per entrare
nell’appartamento della signora Guidi ed accertarsi delle sue condizioni
di salute. Ma alla fine tutti i sospetti della signora Pacelli si
rivelarono infondati. Il cattivo odore che proveniva dall’appartamento non
era causato da un corpo putrefatto, ma semplicemente dal cibo avariato del
frigorifero rotto, e la signora Guidi era in perfetta salute, fatta
eccezione per l’udito, che aveva resa vana l’insistenza con cui avevano
bussato alla sua porta.
Malgrado il rischio d’infarto per l’irruzione
improvvisa e immotivata nel suo appartamento, la signora Guidi fu felice
dell’interesse degli altri inquilini per la sua salute, ed io in
quell’occasione ebbi modo di vedere dove il portiere era solito custodire
le chiavi di alcuni inquilini che, per farsi innaffiare le piante quando
andavano in vacanza, o semplicemente per la paura di restare chiusi fuori
casa, decidevano di consegnargliene una copia. Sperai che tra quelle ci
fosse anche la chiave dell’appartamento di Martina e non fu difficile per
me verificarlo.
Approfittai di uno dei tanti inviti del portiere a
giocare a scacchi e, alla prima occasione, frugai tra i mazzi di chiave,
trovando così anche quelle di Martina. Chiesi al fabbro di farne una copia
dorata, come se si trattasse della chiave di uno scrigno magico che
conteneva il più prezioso dei tesori. Ma sapevo bene che in realtà quella
chiave avrebbe aperto il mio vaso di Pandora e che, una volta rotto il
sigillo, non sarei più stato lo stesso. Per un po’ cercai di aggrapparmi
agli ultimi barlumi di razionalità che mi erano rimasti, o forse finsi di
farlo, abbandonandomi ad un lento gioco fatto di attese e seduzione.
Accarezzavo quella chiave sognando il momento in cui l’avrei usata,
immaginando l’universo sconosciuto che avrebbe aperto e in cui mi sarei
immerso, un mondo ricco di profumi, sapori, il tempio della divinità che
inconsapevolmente mi aveva legato a sé.
Mancavano solo pochi minuti ormai, strinsi forte la
chiave nella mia tasca ed attesi con Martina l’arrivo del treno della
metropolitana. Assaporai ogni piccolo istante di quell’attesa, osservando
i suoi passi e il modo in cui scostava i capelli che le ricadevano sul
viso, o come tirava su la borsa quando le scivolava lungo la spalla mentre
andava su e giù lungo la banchina. Ogni suo movimento era lieve e ricco di
grazia, sembrava che le sue mani danzassero, come se stessero pizzicando
le corde di un’arpa, intonando una delicata melodia che solo io potevo
udire. Quando le note di quella musica silenziosa riempivano l’aria, io
sentivo il tocco delle mani di Martina sul mio viso, sentivo il sapore del
suo morbido e succoso palmo mentre lo baciavo, e le sue dita che frugavano
nella mia bocca mentre mi sorrideva e mi offriva il candore del suo collo
perché lo baciassi e lo mordessi, nutrendomi di lei.
Il sole del mattino brillava sull’asfalto, il suo
bagliore inondava la strada con una luce che sembrava quasi bianca.
Percorsi il tragitto dalla stazione della metropolitana fino a casa con
passi febbricitanti. A volte quasi correvo, altre indugiavo, come se
volessi prolungare ancora quell’attesa o come se sperassi di rinsavire da
un momento all’altro. Giunsi davanti alla porta di Martina e le mie mani
cominciarono a tremare. Mi guardai intorno e tesi l’orecchio per
accertarmi di essere solo. Trattenni il respiro e girai lentamente la
chiave nella toppa della serratura. Un breve istante e il mondo dei miei
sogni si apri davanti a me.
L’appartamento era piccolo, con poche stanze, era
identico al mio, tranne che per l’arredamento dallo stile etnico. Le
stoviglie della colazione riposavano nel lavabo e attendevano il ritorno
della padrona di casa per essere lavate. Cercai le labbra di Martina sul
bordo della tazza di caffè lasciato a metà e lo bevvi, assaporando
religiosamente il suo bacio. Sfiorai e saggiai ogni oggetto della casa,
seguendo le tracce che Martina aveva lasciato. Era come se fossi dentro
lei, sentivo le sue braccia stringermi ed avvolgermi mentre mi accoglieva
nel suo ventre. Lasciai la camera da letto per ultima. Le sue pantofole
attendevano accanto al letto, mi inginocchiai per raccoglierle e le
strinsi forte, immaginai il ritorno di Martina, i suoi piedi affaticati
dalla giornata che abbandonavano i tacchi e si rifugiavano nelle
pantofole. Le baciai con devozione e mi spogliai, come se mi stessi
preparando ad un rito ieratico al cospetto della mia Dea.
Poi mi infilai sotto le lenzuola, per sentire sul mio
corpo nudo il tepore e l’odore di quello di Martina, nella vana speranza
che la mia pelle potesse assorbirlo, restando sempre su di me. Mi
addormentai avvolto in quelle lenzuola che avevano cullato i suoi sogni,
cercando di farli miei mentre respiravo avidamente il suo cuscino. Martina
era su di me, la sentivo ansimare mentre la penetravo strappandole gemiti
di piacere. Sentivo il suo corpo fremere col mio nell’abbraccio che ci
univa. Mi dissetai sulla sua bocca mordendole le labbra, succhiando la sua
pelle umida di piacere. Potevo sentire il suo orgasmo travolgermi e
fondersi col mio, potevo sentirlo nelle nostre carezze, nel suo respiro,
sulla mia bocca. Lei era lì, ed i miei sogni danzavano con i suoi,
s’intrecciavano come dita, avvinghiati come i nostri corpi sudati e
affamati. Quando riemersi dal mio sonno, la luce del giorno era
affievolita, del sole era rimasto solo qualche riflesso rossastro. Avevo
perso la cognizione del tempo, ma dal colore della luce che entrava dalle
finestre, potei intuire che ora fosse. Martina sarebbe rincasata a
momenti, forse era già davanti al portone del palazzo. Dovevo sbrigarmi.
Balzai fuori dal letto e mi rivestii in fretta. Poi mi
guardai intorno, per essere certo di non aver lasciato tracce, ma non
avevo molto tempo per controllare, così come non ne avevo per continuare a
perdermi in quel mondo, tra le cose di Martina. Guardai l’orologio in
cucina, erano quasi le diciannove, mancava poco al suo rientro, ma potevo
stare tranquillo, sarei riuscito senz’altro ad uscire di casa prima che
lei arrivasse e l’indomani sarei potuto tornare ad amarla nell’intimità
del suo appartamento. Tutto era andato bene, nel migliore dei modi. Giunto
davanti alla porta d’ingresso mi guardai allo specchio e sorrisi
soddisfatto prima di uscire. Il grido di terrore che lanciò Martina
vedendomi uscire dal suo appartamento, ancora oggi risuona nelle mie
orecchie.