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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

     
 
 

Danza sul mio petto

Il collegio

Capitolo 3

Il racconto è adatto ad un pubblico adulto

Foto Thomas Sing - Modella Agatha Moon

 
 
 
     
 
 

Dopo il tramonto la sagoma austera del collegio assumeva un’aria particolarmente sinistra che gli alberi alti e scuri del giardino rendeva ancora più inquietante. La luna proiettava le ombre degli alberi agitati dal vento lungo il selciato su cui mi aggiravo guardingo, sforzandomi di scacciare i fantasmi che si affacciavano nella mia mente approfittando di quell’atmosfera sepolcrale. Le stanze degli insegnanti si trovavano in un edificio adiacente al dormitorio di noi alunni e spesso, quando non riuscivo a dormire, mi soffermavo a guardare con curiosità le sue luci dalla mia finestra, chiedendomi come fosse la vita di un professore quando smetteva i panni di insegnante e diveniva un semplice essere umano tra le quattro anguste pareti della sua camera. Non ero mai stato lì e faticai per riuscire a trovare la stanza della professoressa Sobieskji.


Agli studenti di solito era vietato entrare nel dormitorio dei professori e temetti che qualcuno potesse vedermi e chiedermi spiegazioni per la mia presenza lì, anche perché non avrei saputo in che modo giustificarla. Cominciai a chiedermi come avrebbero reagito i professori o la direttrice se a un loro eventuale interrogatorio avessi risposto che stavo eseguendo solo un ordine della mia Padrona. Anche se i discorsi della professoressa Sobieskji erano molto convincenti, dubitavo che gli altri professori potessero trovare normale la schiavitù che mi aveva imposto. Forse mi sarebbe bastato parlarne con la direttrice per liberarmene, ma se lo avessi fatto si sarebbe trattato comunque della mia parola contro quella della professoressa e probabilmente mi sarei ritrovato io sotto processo per aver inventato tutto ed aver ingiustamente accusato un insegnante.


Mi attaccai a questo pensiero per giustificare il mio remissivo silenzio, ma sapevo bene che il motivo per cui accettavo passivamente il volere della mia Padrona era un altro. Nell’angosciante silenzio dei grandi corridoi cercai di attutire più che potevo il suono dei miei passi facendoli scivolare con estrema lentezza sul pavimento. Con agitazione leggevo i nomi sulle porte delle stanze disperando di riuscire a trovare in tempo quella della professoressa Sobieskji. Ero certo che sarei stato punito duramente se avessi tardato anche solo di un minuto all’appuntamento e non osavo neanche immaginare quale sarebbe stato il mio castigo. Poi udii dei passi dietro di me e preso dal panico iniziai a correre salendo su per le scale fino all’ultimo piano dell’edificio.


Alla fine della rampa di scale mi fermai appena in tempo prima di andare a sbattere contro la porta della direttrice. Al contrario dei primi tre piani in cui c’erano le porte di otto stanze, all’ultimo ce n’era solo un’altra oltre a quella della direttrice e avvicinandomi ad essa lessi con gioia che era proprio quella della professoressa Sobieskji. Dalla forma regolare e squadrata dell’edificio dedussi che quei due appartamenti dovevano essere molto più grandi di quelli degli altri professori, ma non mi soffermai a lungo a chiedermi le ragioni di questa differenza. Le otto stavano per scoccare e mi affrettai a bussare alla porta della mia Padrona sperando che non fosse già troppo tardi.


Quando la porta si aprì, la professoressa Sobieskji mi apparve in tutto il suo regale splendore e in vesti che mai avrei immaginato di vederle indossare. Il suo corpo snello e flessuoso era avvolto in una lunga veste di seta nera che si adagiava morbidamente sulle sue forme e i suoi piedi come stelle brillavano in sabot di pelle, anch’essi neri, coi tacchi a spillo e aperti sul davanti.
-Benvenuto nel mio regno schiavo… sei stato molto puntuale, meriti un premio per questo.-
A questo saluto risposi prostrandomi subito a baciare il suolo ai suoi piedi, così come lei mi aveva insegnato.


La professoressa Sobieskji sembrava molto soddisfatta nel avermi lì ai suoi piedi e di potersi servire di me nell’intimità del suo appartamento. Varcai la soglia del suo regno carponi e allo stesso modo la seguii fino al divano del suo ampio soggiorno. Il suo appartamento era molto più grande di quanto mi aspettassi ed era riccamente arredato, decisamente molto diverso dalle normali stanze di un dormitorio e molto più simile ad una piccola reggia. La stanza era immersa in una tenue penombra rischiarata solo dalla flebile luce di alcune candele profumate e di uno scoppiettante camino che donava un’atmosfera ancor più magica e quasi irreale a quel momento che recava già in sé i segni di arcane e sconosciute sensazioni senza tempo.


Dopo essersi seduta la professoressa Sobieskji si sfilò i sabot e immerse i suoi piedi nudi in una bacinella colma d’acqua e petali di rosa che aveva precedentemente preparato.
-Ecco il premio per la tua puntualità…-disse indicando i suoi sabot.
-Leccali!- Mi gettai sulle sue scarpe vuote come un cane che addenta un succulento pezzo di carne e le leccai avidamente insinuando la mia lingua fin negli angoli più riposti, nutrendomi dell’aroma intenso che conservava ancora dei suoi piedi come se si fosse trattato di una droga di cui ero ormai irrimediabilmente dipendente e della quale sentivo un assoluto bisogno.
-La devozione con cui adori la tua Padrona ti fa onore e per questo riceverai la giusta investitura che farà di te il mio servo prediletto.- disse con solennità, ma dalla sua voce trapelava anche un divertito compiacimento quasi beffardo per la mia sottomissione quasi canina.
-Ora basta leccare, avrai tempo a sufficienza per farlo ancora in seguito.
Togliti la camicia e distendila sul pavimento così che la possa usare per asciugarmi i piedi.-
Eseguii il suo ordine rimanendo a torso nudo e restai a guardare in religioso silenzio i suoi piedi emergere dalle acque floreali della bacinella e posarsi sulla candida camicia della mia divisa.
-L’acqua in cui ho immerso i miei piedi sarà la sacra bevanda che segnerà il tuo ingresso nel mio regno come schiavo e discepolo, elevandoti al di sopra dell’ignoranza degli uomini. Bevi schiavo e diventa mio!-


Non appena bagnai le labbra nel liquido della bacinella sentii il sapore dei suoi piedi investirmi potentemente e bevvi tutta ‘acqua fino ad ubriacarmene sentendo su di me un effetto quasi allucinogeno. Quando sentii quel dolce e strano nettare scivolare dentro me e sommergermi, una sete inestinguibile nacque in me e nei piedi della mia Padrona vidi l’unica sorgente capace di dissetarmi.


-Bravo schiavo! Ora il tuo corpo e il tuo spirito sono pronti a trascendere i limiti del pensiero comune. Potrai abbandonare la tua infelice condizione di arrogante inferiorità e recidere i legami con la società corrotta degli uomini per entrare a far parte di una nuova civiltà di esseri superiori. Plasmerò la tua mente liberandola dal gravoso peso di secoli di insulse ed erronee credenze che fin dalla nascita ti sono state ingiustamente imposte. Questo sarà il giorno della tua rinascita e rimarrà impresso per sempre nella tua mente come tale, perché oggi intraprenderai il percorso che farà di te un uomo nuovo.-
La mia sete continuava a crescere impetuosamente, fino ad impedirmi di ragionare, e implorai umilmente la mia Padrona di poter leccare i suoi piedi. Parole che mai avrei immaginato di poter pronunciare sgorgarono d’istinto dalla mia bocca e si riversarono sul suolo che baciai con devozione mentre le mie suppliche come timide onde lambivano i piedi della professoressa Sobieskji.


-Il desiderio devoto e intenso di uno schiavo per la sua Padrona è molto prezioso, è un sentimento che dovrai coltivare fino al dolore, solo così potrai vedere la luce. Ora seguimi continuando a mostrarmi tutta la tua devozione!- disse alzandosi.
Baciando le orme dei suoi passi strisciai dietro lei fino al fuoco del camino e in preda alla follia che era nata in me attesi con ansia i suoi ordini.
-Ora ti conferirò gli emblemi della tua investitura.-


Mentre continuavo a baciare il pavimento la sentii cingere il mio collo con un collare di pelle nera a cui poco dopo agganciò un corto guinzaglio.
-Questo è il simbolo della tua nuova ed irreversibile condizione e dovrai indossarlo sempre per non dimenticare ciò che sei… e quest’altro sarà invece il marchio tangibile e indelebile del mio dominio e servirà a ricordarti sempre a chi appartieni.- disse armeggiando con un attizzatoio nella brace del camino.
Ancor prima che mi rendessi conto di ciò che volesse farmi la sentii salire sulla mia schiena affondando i suoi tacchi con forza nella mia pelle e, mentre tirava a sé il guinzaglio per tenermi ben fermo, un lancinante dolore mi raggiunse all’improvviso alla base del collo, poco al di sotto del mio collare. Sentii un intenso bruciore che mi parve percorrere tutte le mie membra esplodendo nella mia mente e che senza darmi neanche il tempo di gridare mi fece perdere i sensi.


Quando riaprii gli occhi vidi nuovamente il fuoco scoppiettante del camino accanto a me, dovevo essere rimasto lì disteso per diverso tempo dopo essere svenuto per il dolore che ancora sentivo pulsare sul mio collo. I piedi della professoressa Sobieskji con il loro suadente profumo solleticarono i miei sensi facendomi quasi dimenticare subito il dolore, il loro peso gravava dolcemente sul mio corpo, di cui lei aveva fatto un comodo poggiapiedi mentre ero esanime.
-Vedo che ti sei ripreso finalmente! La “S” infuocata con cui ti ho marchiato deve averti fatto molto male e di questo dovresti rallegrarti, il dolore è il solo mezzo di ascesi di cui l’uomo dispone.- disse tallonando il mio viso quando mi voltai verso lei.
-Ebbene, non c’era qualcosa che desideravi ardentemente che la tua Padrona ti concedesse?- disse sorridendo maliziosamente.


Subito mi risollevai prostrandomi ai suoi piedi e mi accinsi ad implorarla, ma non appena la mia bocca si aprì per pronunciare le parole più umili di cui il mio cuore fosse capace, lei mi fermò facendo aderire perfettamente la pianta del suo piede sul mio viso, come se si fosse trattato della più comoda delle sue pantofole, e fece scivolare la punta tra le mie labbra costringendomi a un dolce silenzio.
-Il desiderio che leggo nei tuoi occhi è più eloquente di qualsiasi supplica. Puoi leccare i piedi della tua Padrona ora, te lo sei meritato.- disse spingendo ancor di più il piede nella mia bocca, fino ad immergerlo quasi per metà tra le carezze della mia lingua.


Leccando i suoi piedi sentii sparire totalmente il dolore, come se in quella umiliante e per me sempre più piacevole e indispensabile pratica si celasse un portentoso rimedio per ogni male. Tutto si dileguava in un nulla indistinto e per me esistevano solo gli incantevoli piedi della mia Padrona e soltanto lei, che si era magicamente impossessata in un sol colpo del mio destino e della mia vita, era la detentrice e la fonte di ogni mia emozione. I suoi piedi erano per me l’unico possibile accesso al Paradiso, in loro, nella loro pelle morbida e vellutata, era custodita la chiave della mia infinita gioia, ma erano allo stesso tempo anche lo strumento che permetteva alla mia Padrona di infliggermi qualsiasi pena, facendo sì che lei divenisse la mia unica e assoluta Sovrana, capace di decidere e disporre liberamente della mia esistenza.


 

 

   

 

 

PER SCRIVERE ALL'AUTORE:   danza_sul_mio_petto77@yahoo.it