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Dopo il tramonto la
sagoma austera del collegio assumeva un’aria particolarmente sinistra che
gli alberi alti e scuri del giardino rendeva ancora più inquietante. La
luna proiettava le ombre degli alberi agitati dal vento lungo il selciato
su cui mi aggiravo guardingo, sforzandomi di scacciare i fantasmi che si
affacciavano nella mia mente approfittando di quell’atmosfera sepolcrale.
Le stanze degli insegnanti si trovavano in un edificio adiacente al
dormitorio di noi alunni e spesso, quando non riuscivo a dormire, mi
soffermavo a guardare con curiosità le sue luci dalla mia finestra,
chiedendomi come fosse la vita di un professore quando smetteva i panni di
insegnante e diveniva un semplice essere umano tra le quattro anguste
pareti della sua camera. Non ero mai stato lì e faticai per riuscire a
trovare la stanza della professoressa Sobieskji.
Agli studenti di solito era vietato entrare nel dormitorio dei professori
e temetti che qualcuno potesse vedermi e chiedermi spiegazioni per la mia
presenza lì, anche perché non avrei saputo in che modo giustificarla.
Cominciai a chiedermi come avrebbero reagito i professori o la direttrice
se a un loro eventuale interrogatorio avessi risposto che stavo eseguendo
solo un ordine della mia Padrona. Anche se i discorsi della professoressa
Sobieskji erano molto convincenti, dubitavo che gli altri professori
potessero trovare normale la schiavitù che mi aveva imposto. Forse mi
sarebbe bastato parlarne con la direttrice per liberarmene, ma se lo
avessi fatto si sarebbe trattato comunque della mia parola contro quella
della professoressa e probabilmente mi sarei ritrovato io sotto processo
per aver inventato tutto ed aver ingiustamente accusato un insegnante.
Mi attaccai a questo pensiero per giustificare il mio remissivo silenzio,
ma sapevo bene che il motivo per cui accettavo passivamente il volere
della mia Padrona era un altro. Nell’angosciante silenzio dei grandi
corridoi cercai di attutire più che potevo il suono dei miei passi
facendoli scivolare con estrema lentezza sul pavimento. Con agitazione
leggevo i nomi sulle porte delle stanze disperando di riuscire a trovare
in tempo quella della professoressa Sobieskji. Ero certo che sarei stato
punito duramente se avessi tardato anche solo di un minuto
all’appuntamento e non osavo neanche immaginare quale sarebbe stato il mio
castigo. Poi udii dei passi dietro di me e preso dal panico iniziai a
correre salendo su per le scale fino all’ultimo piano dell’edificio.
Alla fine della rampa di scale mi fermai appena in tempo prima di andare a
sbattere contro la porta della direttrice. Al contrario dei primi tre
piani in cui c’erano le porte di otto stanze, all’ultimo ce n’era solo
un’altra oltre a quella della direttrice e avvicinandomi ad essa lessi con
gioia che era proprio quella della professoressa Sobieskji. Dalla forma
regolare e squadrata dell’edificio dedussi che quei due appartamenti
dovevano essere molto più grandi di quelli degli altri professori, ma non
mi soffermai a lungo a chiedermi le ragioni di questa differenza. Le otto
stavano per scoccare e mi affrettai a bussare alla porta della mia Padrona
sperando che non fosse già troppo tardi.
Quando la porta si aprì, la professoressa Sobieskji mi apparve in tutto il
suo regale splendore e in vesti che mai avrei immaginato di vederle
indossare. Il suo corpo snello e flessuoso era avvolto in una lunga veste
di seta nera che si adagiava morbidamente sulle sue forme e i suoi piedi
come stelle brillavano in sabot di pelle, anch’essi neri, coi tacchi a
spillo e aperti sul davanti.
-Benvenuto nel mio regno schiavo… sei stato molto puntuale, meriti un
premio per questo.-
A questo saluto risposi prostrandomi subito a baciare il suolo ai suoi
piedi, così come lei mi aveva insegnato.
La professoressa Sobieskji sembrava molto soddisfatta nel avermi lì ai
suoi piedi e di potersi servire di me nell’intimità del suo appartamento.
Varcai la soglia del suo regno carponi e allo stesso modo la seguii fino
al divano del suo ampio soggiorno. Il suo appartamento era molto più
grande di quanto mi aspettassi ed era riccamente arredato, decisamente
molto diverso dalle normali stanze di un dormitorio e molto più simile ad
una piccola reggia. La stanza era immersa in una tenue penombra
rischiarata solo dalla flebile luce di alcune candele profumate e di uno
scoppiettante camino che donava un’atmosfera ancor più magica e quasi
irreale a quel momento che recava già in sé i segni di arcane e
sconosciute sensazioni senza tempo.
Dopo essersi seduta la professoressa Sobieskji si sfilò i sabot e immerse
i suoi piedi nudi in una bacinella colma d’acqua e petali di rosa che
aveva precedentemente preparato.
-Ecco il premio per la tua puntualità…-disse indicando i suoi sabot.
-Leccali!- Mi gettai sulle sue scarpe vuote come un cane che addenta un
succulento pezzo di carne e le leccai avidamente insinuando la mia lingua
fin negli angoli più riposti, nutrendomi dell’aroma intenso che conservava
ancora dei suoi piedi come se si fosse trattato di una droga di cui ero
ormai irrimediabilmente dipendente e della quale sentivo un assoluto
bisogno.
-La devozione con cui adori la tua Padrona ti fa onore e per questo
riceverai la giusta investitura che farà di te il mio servo prediletto.-
disse con solennità, ma dalla sua voce trapelava anche un divertito
compiacimento quasi beffardo per la mia sottomissione quasi canina.
-Ora basta leccare, avrai tempo a sufficienza per farlo ancora in seguito.
Togliti la camicia e distendila sul pavimento così che la possa usare per
asciugarmi i piedi.-
Eseguii il suo ordine rimanendo a torso nudo e restai a guardare in
religioso silenzio i suoi piedi emergere dalle acque floreali della
bacinella e posarsi sulla candida camicia della mia divisa.
-L’acqua in cui ho immerso i miei piedi sarà la sacra bevanda che segnerà
il tuo ingresso nel mio regno come schiavo e discepolo, elevandoti al di
sopra dell’ignoranza degli uomini. Bevi schiavo e diventa mio!-
Non appena bagnai le labbra nel liquido della bacinella sentii il sapore
dei suoi piedi investirmi potentemente e bevvi tutta ‘acqua fino ad
ubriacarmene sentendo su di me un effetto quasi allucinogeno. Quando
sentii quel dolce e strano nettare scivolare dentro me e sommergermi, una
sete inestinguibile nacque in me e nei piedi della mia Padrona vidi
l’unica sorgente capace di dissetarmi.
-Bravo schiavo! Ora il tuo corpo e il tuo spirito sono pronti a
trascendere i limiti del pensiero comune. Potrai abbandonare la tua
infelice condizione di arrogante inferiorità e recidere i legami con la
società corrotta degli uomini per entrare a far parte di una nuova civiltà
di esseri superiori. Plasmerò la tua mente liberandola dal gravoso peso di
secoli di insulse ed erronee credenze che fin dalla nascita ti sono state
ingiustamente imposte. Questo sarà il giorno della tua rinascita e rimarrà
impresso per sempre nella tua mente come tale, perché oggi intraprenderai
il percorso che farà di te un uomo nuovo.-
La mia sete continuava a crescere impetuosamente, fino ad impedirmi di
ragionare, e implorai umilmente la mia Padrona di poter leccare i suoi
piedi. Parole che mai avrei immaginato di poter pronunciare sgorgarono
d’istinto dalla mia bocca e si riversarono sul suolo che baciai con
devozione mentre le mie suppliche come timide onde lambivano i piedi della
professoressa Sobieskji.
-Il desiderio devoto e intenso di uno schiavo per la sua Padrona è molto
prezioso, è un sentimento che dovrai coltivare fino al dolore, solo così
potrai vedere la luce. Ora seguimi continuando a mostrarmi tutta la tua
devozione!- disse alzandosi.
Baciando le orme dei suoi passi strisciai dietro lei fino al fuoco del
camino e in preda alla follia che era nata in me attesi con ansia i suoi
ordini.
-Ora ti conferirò gli emblemi della tua investitura.-
Mentre continuavo a baciare il pavimento la sentii cingere il mio collo
con un collare di pelle nera a cui poco dopo agganciò un corto guinzaglio.
-Questo è il simbolo della tua nuova ed irreversibile condizione e dovrai
indossarlo sempre per non dimenticare ciò che sei… e quest’altro sarà
invece il marchio tangibile e indelebile del mio dominio e servirà a
ricordarti sempre a chi appartieni.- disse armeggiando con un attizzatoio
nella brace del camino.
Ancor prima che mi rendessi conto di ciò che volesse farmi la sentii
salire sulla mia schiena affondando i suoi tacchi con forza nella mia
pelle e, mentre tirava a sé il guinzaglio per tenermi ben fermo, un
lancinante dolore mi raggiunse all’improvviso alla base del collo, poco al
di sotto del mio collare. Sentii un intenso bruciore che mi parve
percorrere tutte le mie membra esplodendo nella mia mente e che senza
darmi neanche il tempo di gridare mi fece perdere i sensi.
Quando riaprii gli occhi vidi nuovamente il fuoco scoppiettante del camino
accanto a me, dovevo essere rimasto lì disteso per diverso tempo dopo
essere svenuto per il dolore che ancora sentivo pulsare sul mio collo. I
piedi della professoressa Sobieskji con il loro suadente profumo
solleticarono i miei sensi facendomi quasi dimenticare subito il dolore,
il loro peso gravava dolcemente sul mio corpo, di cui lei aveva fatto un
comodo poggiapiedi mentre ero esanime.
-Vedo che ti sei ripreso finalmente! La “S” infuocata con cui ti ho
marchiato deve averti fatto molto male e di questo dovresti rallegrarti,
il dolore è il solo mezzo di ascesi di cui l’uomo dispone.- disse
tallonando il mio viso quando mi voltai verso lei.
-Ebbene, non c’era qualcosa che desideravi ardentemente che la tua Padrona
ti concedesse?- disse sorridendo maliziosamente.
Subito mi risollevai prostrandomi ai suoi piedi e mi accinsi ad
implorarla, ma non appena la mia bocca si aprì per pronunciare le parole
più umili di cui il mio cuore fosse capace, lei mi fermò facendo aderire
perfettamente la pianta del suo piede sul mio viso, come se si fosse
trattato della più comoda delle sue pantofole, e fece scivolare la punta
tra le mie labbra costringendomi a un dolce silenzio.
-Il desiderio che leggo nei tuoi occhi è più eloquente di qualsiasi
supplica. Puoi leccare i piedi della tua Padrona ora, te lo sei meritato.-
disse spingendo ancor di più il piede nella mia bocca, fino ad immergerlo
quasi per metà tra le carezze della mia lingua.
Leccando i suoi piedi sentii sparire totalmente il dolore, come se in
quella umiliante e per me sempre più piacevole e indispensabile pratica si
celasse un portentoso rimedio per ogni male. Tutto si dileguava in un
nulla indistinto e per me esistevano solo gli incantevoli piedi della mia
Padrona e soltanto lei, che si era magicamente impossessata in un sol
colpo del mio destino e della mia vita, era la detentrice e la fonte di
ogni mia emozione. I suoi piedi erano per me l’unico possibile accesso al
Paradiso, in loro, nella loro pelle morbida e vellutata, era custodita la
chiave della mia infinita gioia, ma erano allo stesso tempo anche lo
strumento che permetteva alla mia Padrona di infliggermi qualsiasi pena,
facendo sì che lei divenisse la mia unica e assoluta Sovrana, capace di
decidere e disporre liberamente della mia esistenza.
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