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Danza sul mio petto

Il collegio

Capitolo 2

Il racconto è adatto ad un pubblico adulto

Foto Thomas Sing - Modella Agatha Moon

 
 
 
     
 
 

La professoressa Sobieskji era il sogno e allo stesso tempo l’incubo di ogni studente del collegio. Il suo fascino e la sua bellezza ammaliava tutti e chiunque la vedesse non poteva non restare soggiogato dal suo portamento altero ed elegante che la faceva apparire come una dea irraggiungibile. Nel preciso istante in cui la s’incontrava per la prima volta si provava amore per lei e un forte desiderio di adorarla, ma ben presto questi sentimenti si tramutavano in terrore per la sua severità e la crudeltà delle sue punizioni. Quando entrava in classe e dava inizio alla sua lezione tutti tremavano e si aveva l’impressione di entrare in un’altra dimensione, in un mondo oscuro e spaventoso di cui lei era l’assoluta tiranna e dal quale non si potesse fuggire.


Noi alunni diventavamo improvvisamente sudditi di una crudele regina che al più piccolo errore ci avrebbe punito duramente senza mostrare alcuna pietà. Venivamo sottoposti ad umiliazioni impensabili di cui non parlavamo mai tra di noi dopo le lezioni, avevamo timore anche solo di pronunciare il nome della nostra professoressa quando uscivamo dalla classe e ciò che subivamo rappresentava un segreto che non confidavamo a nessuno, neanche a noi stessi. Credo che nessuno oltre a me avesse sperimentato fino ad allora un umiliazione paragonabile a quella a cui ero stato sottoposto in cortile e quando il giorno dopo entrai in classe attesi con maggior ansia e timore del solito l’arrivo della professoressa. Temevo le conseguenze dei suoi discorsi del giorno prima e allo stesso tempo, senza capirne il perché, sentivo quasi di desiderarle.


Dopo essermi separato da lei iniziai quasi a dubitare della realtà di quanto era successo. Forse era stata solo un allucinazione, o forse ero crollato senza accorgermene in un sonno profondo dopo avere finito di dipingere il muro e avevo fatto quel bizzarro sogno, pensai. Ma quando la professoressa varcò la soglia dell’aula richiudendo la porta dietro di sé non ebbi più alcun dubbio sulla realtà di quanto era avvenuto il giorno prima nel cortile e il suo sguardo mi rammentò subito quale fosse ora la mia situazione e la mutata natura del rapporto che c’era ora tra di noi. Tutti ci sentivamo in balia di lei come se fossimo suoi vassalli e ci sentivamo inermi in sua presenza sapendo che lei poteva disporre di noi a suo piacimento, ma ora io mi trovavo su un piano ben diverso da quello dei miei compagni e potevo percepire tutto il peso del suo dominio su di me sentendomene totalmente sopraffatto.


Sapevo che le regole della schiavitù che mi aveva imposto avevano valore solo quando ero solo con lei, ma temevo ugualmente che lei potesse decidere di usufruirne anche in quel momento e stranamente, per un attimo, fui io stesso ad essere tentato di alzarmi dal mio posto e prostrarmi a baciare il suolo ai suoi piedi per salutarla. Non capivo cosa mi stesse succedendo, continuavo a provare vergogna per il fatto che lei mi trattasse come se fossi il suo servo e che potesse ancora chiedermi di leccarle i piedi, ma una parte di me desiderava proprio questo ed era felice di quella assurda condizione a cui ero legato.

Avevamo due ore di lezione quel giorno con lei e durante la prima ora, mentre lei commentava un nuovo brano di letteratura latina, continuai a fissare ossessivamente i suoi piedi sentendomene quasi ipnotizzato. Sedevo al primo banco e ciò mi permetteva di sbirciare senza alcuna difficoltà sotto la sua cattedra e mentre lo facevo mi accorsi che lei ricambiava quei miei sguardi con un enigmatico sorriso compiaciuto e quasi di scherno. Poi all’improvviso cessò di leggere chiudendo rumorosamente il libro e chiamò Daniele, che sedeva al banco affianco al mio, per interrogarlo. Gli diede una versione molto difficile da svolgere e, mentre aspettava che lui scrivesse la traduzione sulla lavagna, si mise a passeggiare tra le file di banchi.


Daniele era tra i più bravi in latino, ma tradurre un testo complesso e che mai prima di allora avevamo studiato, per di più senza l’ausilio del vocabolario, non gli fu facile. Procedeva molto lentamente mostrando diverse esitazioni mentre scriveva e il suono dei tacchi della professoressa che risuonavano nella stanza probabilmente accrescevano la sua agitazione provocandogli quasi un attacco di panico che gli impediva di ragionare. Passarono poco più di cinque minuti, durante i quali Daniele riuscì a svolgere quasi un terzo della versione che gli era stata assegnata, nessuno di noi avrebbe saputo far meglio di così, ma la professoressa si avventò su di lui con rabbia e lo afferrò per i capelli strattonandolo.


-Sei un incapace!- gli urlò in faccia.
-Sono stanca di perdere il mio tempo con delle bestie come te e vedere tutti i miei insegnamenti sprecati! Ti insegnerò io ad impegnarti di più nello studio! Prendi il sacco di ceci!- aggiunse colpendolo al volto con un violento ceffone. I ceci rappresentavano una delle torture più dolorose e anche più frequenti alle quali la professoressa ci sottoponeva. Bastava molto poco per meritarsi quella punizione, anche un semplice colpo di tosse che disturbasse la lezione poteva essere un motivo più che sufficiente per subire quel trattamento e forse tutti eccetto me avevano provato almeno per una volta quel dolore.


Rosso in volto per la vergogna oltre che per lo schiaffo ricevuto e quasi sul punto di scoppiare in lacrime, Daniele prese il sacco di ceci che si trovava in un angolo in fondo all’aula e senza bisogno che la professoressa gli fornisse altre indicazioni, estrasse alcune manciate di ceci e li dispose accanto alla cattedra fino a formare un piccolo tappeto sul quale si mise carponi. Mentre il mio compagno restava in quella posizione, la professoressa tornò a sedersi e riaprì il libro riprendendo la lettura del brano con cui aveva dato inizio alla sua lezione. Daniele era visibilmente scosso e forse per questo perse l’equilibrio e scivolò sui ceci cadendo rumorosamente a terra. Trattenere le risa davanti ad una caduta del genere è impossibile, anche quando ci si trova in un regime del terrore come il nostro e inevitabilmente tutti scoppiammo in un ilare boato liberatorio davanti a quella scena che ben presto avrebbe scoperto il suo lato terribilmente tragico.
La reazione della professoressa Sobieskji non si fece attendere e quando vide la testa di Daniele ai suoi piedi infierì su di lui calpestandolo e ordinandogli di rimettersi carponi sui ceci.

-Sei più stupido di un cane! Non riesci neanche a stare a quattro zampe! Ma ci penserò io ad insegnarti a farlo!- disse aprendo un cassetto della sua cattedra ed estraendo un frustino da amazzone.
-Voi che avete riso ora conterete i colpi!- aggiunse rivolta a noi. Sconvolti dalla paura di poter diventare le prossime vittime, contammo ad alta voce le dieci frustrate che la professoressa fece calare violentemente sulle natiche del nostro compagno che ad ogni colpo gridava pietà implorando il perdono della sua crudele carnefice.
-Spero che questa lezione ti sia sufficiente!- disse riponendo il frustino nel cassetto della cattedra.
-Ora vedremo se hai imparato…- aggiunse sedendosi sulla sua schiena e restandoci fino al suono della campanella.


La figura snella e slanciata della nostra professoressa troneggiava inquietante sulla schiena di Daniele che a fatica resistette sotto il suo peso, mentre lei con estrema noncuranza continuava a commentarci frammenti tratti da brani di letteratura latina. Quando la lezione finì e lui fu finalmente libero, si rialzò esausto rimettendo al loro posto i ceci ed abbandonò in silenzio e a testa bassa l’aula. Tutti si allontanarono quasi fuggendo da quella stanza di tortura e anch’io sarei stato felice di farlo se la professoressa non mi avesse trattenuto con un perentorio cenno imponendomi di restare.
-Sai benissimo cosa fare… quindi fallo se non vuoi che ti punisca.- disse quando l’aula si fu svuotata del tutto. Senza farmelo ripetere mi avvicinai alla cattedra e mi prostrai subito a baciare il suolo ai suoi piedi. Lei accolse il mio saluto poggiando un piede sul mio capo e costringendomi a restare con le labbra premute sul pavimento.
-Perché mi fissavi i piedi durante la lezione?-


Quella domanda mi colse di sorpresa e rimasi in silenzio temendo che la mia risposta potesse rappresentare per lei un valido motivo per punirmi.
-Quando ti faccio una domanda esigo che tu mi risponda subito!- disse aumentando la pressione del piede sul mio capo.
-Le chiedo perdono Padrona, guardavo i suoi piedi perché desideravo poterli leccare…- sussurrai.
-Bene, sapevo che ti saresti rivelato un buon discepolo e un servo devoto. Per questa volta ti perdono e ti concedo di leccarmi i piedi per premiare la sincera e profonda sottomissione che esprimono i tuoi desideri.-
Pronunciò quest’ultime parole con estrema dolcezza e dopo aver sollevato il piede dal mio capo attese il giusto tributo della mia bocca. Avvicinando le labbra alle sue scarpe fui subito travolto dal profumo dei suoi piedi e con impazienza mi accinsi a denudarli per potermi nutrire nuovamente del loro misterioso sapore.


-Come osi!- disse sottraendo il piede alla mia presa e colpendomi con un calcio sufficientemente forte da farmi sanguinare il naso.
-Non ti ho detto che potevi togliermi le scarpe schiavo! Se ti ordino di leccarmi i piedi tu devi solo tirare fuori la lingua e leccare e se quando te lo ordino indosso le scarpe tu devi leccare anche quelle!-
-Perdono Padrona.-
-Ti ho già perdonato a sufficienza per oggi! Ora usa la tua lingua per pulire il sangue che hai fatto cadere sul pavimento e poi vai a prendere i ceci!-
Eseguii il suo ordine leccando tutto il mio sangue dal pavimento e nel farlo mi accorsi che anche sulle mattonelle su cui lei aveva camminato si sentiva, seppur leggermente, l’odore sconvolgente dei suoi piedi. Quando finii di ripulire il mio sangue strisciai sulle ginocchia fino al sacco di ceci, rispettando la regola di dover stare sempre in ginocchio in sua presenza.
-Ora lecca!- mi ordinò porgendomi la suola delle sue scarpe non appena mi vide prostrato davanti a lei sullo strato di ceci.


Il contatto coi ceci mi procurava un dolore atroce, ma nonostante questo mi sottomisi al suo volere ed iniziai a leccare le suole delle sue scarpe. Il potente aroma dei suoi piedi mi raggiunse anche attraverso le scarpe e mentre le lucidavo ebbi l’impressione che il dolore che mi causavano i ceci diminuisse fino quasi a scomparire. Anche leccare le sue suole mi dava sensazioni di inaspettato piacere e quei sapori stavano divenendo quasi come una droga per me ed ogni volta che la mia lingua scivolava sulle sue scarpe il mio incomprensibile desiderio di leccarle aumentava a dismisura e cominciavo seriamente a temere le conseguenze di questa mia dipendenza che accresceva ancor di più il potere che la mia Padrona aveva su di me. Mentre le leccavo i piedi cominciavo a sentirmi davvero fortunato per il fatto che lei avesse deciso di fare di me il suo servo e sentivo quasi di amare quell’umiliante stato di schiavitù.


-Basta così! Le hai leccate abbastanza! Ora rimetti i ceci al loro posto e poi ritorna strisciando ai miei piedi!- disse spingendomi via col piede.
-Ricorda che anche leccare le suole delle mie scarpe per te è un privilegio e che devi essermi grato per questo! Se ho deciso di farti mio schiavo è stato perché ho visto qualcosa di speciale in te. Sono pochi gli uomini capaci di comprendere la superiore bellezza delle donne, ma qualcosa mi dice che tu sia in grado di farlo e per questo ho deciso di educarti evitando che l’ignoranza del mondo ti possa traviare. La foresta che hai dipinto e le figure femminili con cui l’hai popolata mi hanno rivelato i segreti più profondi del tuo animo e stamattina, dopo averla osservata attentamente ho deciso di revocare l’ordine che ti avevo dato di cancellarla. Hai molto talento e m’impegnerò per insegnarti ad usarlo nel modo giusto. Un futuro radioso ti attende, tu sarai il portatore di grandi e sacri valori che fonderanno una nuova e splendente civiltà.-


Mi rallegrai del fatto che lei non desiderasse più che io distruggessi il mio lavoro, ma il resto del suo discorso rimase alquanto oscuro per me. Se i miei disegni le piacevano e non voleva più che li cancellassi, per quale motivo il giorno prima aveva minacciato di farmi espellere e perché dovevo comunque continuare ad essere il suo schiavo? Stando alle sue parole trovarmi in quello stato, prostrato ai suoi piedi e pronto a leccarli come se fossi stato il suo cane, doveva rappresentare un privilegio per me e doveva rendermi migliore, ma io proprio non capivo come ciò fosse possibile, così come non capivo cosa le avessero mostrato di me i miei disegni.


Eppure, nonostante i dubbi, fui sopraffatto dalla strana logica delle sue parole e mi convinsi delle loro ragionevolezza senza riuscire ad oppormi alla sua carismatica personalità. Per quanto fosse umiliante, leccare i suoi piedi e le suole delle sue scarpe mi procurava un immenso piacere e per questo non mi fu difficile credere che si trattasse di un privilegio per me poterlo fare. Inoltre nel tono della sua voce e nel suo modo di parlami e di impartirmi ordini c’era qualcosa di ipnotico che mi soggiogava annientando ogni mia resistenza.


-Ora ho degli impegni da sbrigare.- disse alzandosi.
-Ma più tardi avrò bisogno di te… stasera, alle otto in punto, dovrai raggiungermi nelle mie camere. Vedi di non tardare!-

 

   


 

PER SCRIVERE ALL'AUTORE:   danza_sul_mio_petto77@yahoo.it