|
La professoressa
Sobieskji era il sogno e allo stesso tempo l’incubo di ogni studente del
collegio. Il suo fascino e la sua bellezza ammaliava tutti e chiunque la
vedesse non poteva non restare soggiogato dal suo portamento altero ed
elegante che la faceva apparire come una dea irraggiungibile. Nel preciso
istante in cui la s’incontrava per la prima volta si provava amore per lei
e un forte desiderio di adorarla, ma ben presto questi sentimenti si
tramutavano in terrore per la sua severità e la crudeltà delle sue
punizioni. Quando entrava in classe e dava inizio alla sua lezione tutti
tremavano e si aveva l’impressione di entrare in un’altra dimensione, in
un mondo oscuro e spaventoso di cui lei era l’assoluta tiranna e dal quale
non si potesse fuggire.
Noi alunni diventavamo improvvisamente sudditi di una crudele regina che
al più piccolo errore ci avrebbe punito duramente senza mostrare alcuna
pietà. Venivamo sottoposti ad umiliazioni impensabili di cui non parlavamo
mai tra di noi dopo le lezioni, avevamo timore anche solo di pronunciare
il nome della nostra professoressa quando uscivamo dalla classe e ciò che
subivamo rappresentava un segreto che non confidavamo a nessuno, neanche a
noi stessi. Credo che nessuno oltre a me avesse sperimentato fino ad
allora un umiliazione paragonabile a quella a cui ero stato sottoposto in
cortile e quando il giorno dopo entrai in classe attesi con maggior ansia
e timore del solito l’arrivo della professoressa. Temevo le conseguenze
dei suoi discorsi del giorno prima e allo stesso tempo, senza capirne il
perché, sentivo quasi di desiderarle.
Dopo essermi separato da lei iniziai quasi a dubitare della realtà di
quanto era successo. Forse era stata solo un allucinazione, o forse ero
crollato senza accorgermene in un sonno profondo dopo avere finito di
dipingere il muro e avevo fatto quel bizzarro sogno, pensai. Ma quando la
professoressa varcò la soglia dell’aula richiudendo la porta dietro di sé
non ebbi più alcun dubbio sulla realtà di quanto era avvenuto il giorno
prima nel cortile e il suo sguardo mi rammentò subito quale fosse ora la
mia situazione e la mutata natura del rapporto che c’era ora tra di noi.
Tutti ci sentivamo in balia di lei come se fossimo suoi vassalli e ci
sentivamo inermi in sua presenza sapendo che lei poteva disporre di noi a
suo piacimento, ma ora io mi trovavo su un piano ben diverso da quello dei
miei compagni e potevo percepire tutto il peso del suo dominio su di me
sentendomene totalmente sopraffatto.
Sapevo che le regole della schiavitù che mi aveva imposto avevano valore
solo quando ero solo con lei, ma temevo ugualmente che lei potesse
decidere di usufruirne anche in quel momento e stranamente, per un attimo,
fui io stesso ad essere tentato di alzarmi dal mio posto e prostrarmi a
baciare il suolo ai suoi piedi per salutarla. Non capivo cosa mi stesse
succedendo, continuavo a provare vergogna per il fatto che lei mi
trattasse come se fossi il suo servo e che potesse ancora chiedermi di
leccarle i piedi, ma una parte di me desiderava proprio questo ed era
felice di quella assurda condizione a cui ero legato.
Avevamo due ore di
lezione quel giorno con lei e durante la prima ora, mentre lei commentava
un nuovo brano di letteratura latina, continuai a fissare ossessivamente i
suoi piedi sentendomene quasi ipnotizzato. Sedevo al primo banco e ciò mi
permetteva di sbirciare senza alcuna difficoltà sotto la sua cattedra e
mentre lo facevo mi accorsi che lei ricambiava quei miei sguardi con un
enigmatico sorriso compiaciuto e quasi di scherno. Poi all’improvviso
cessò di leggere chiudendo rumorosamente il libro e chiamò Daniele, che
sedeva al banco affianco al mio, per interrogarlo. Gli diede una versione
molto difficile da svolgere e, mentre aspettava che lui scrivesse la
traduzione sulla lavagna, si mise a passeggiare tra le file di banchi.
Daniele era tra i più bravi in latino, ma tradurre un testo complesso e
che mai prima di allora avevamo studiato, per di più senza l’ausilio del
vocabolario, non gli fu facile. Procedeva molto lentamente mostrando
diverse esitazioni mentre scriveva e il suono dei tacchi della
professoressa che risuonavano nella stanza probabilmente accrescevano la
sua agitazione provocandogli quasi un attacco di panico che gli impediva
di ragionare. Passarono poco più di cinque minuti, durante i quali Daniele
riuscì a svolgere quasi un terzo della versione che gli era stata
assegnata, nessuno di noi avrebbe saputo far meglio di così, ma la
professoressa si avventò su di lui con rabbia e lo afferrò per i capelli
strattonandolo.
-Sei un incapace!- gli urlò in faccia.
-Sono stanca di perdere il mio tempo con delle bestie come te e vedere
tutti i miei insegnamenti sprecati! Ti insegnerò io ad impegnarti di più
nello studio! Prendi il sacco di ceci!- aggiunse colpendolo al volto con
un violento ceffone. I ceci rappresentavano una delle torture più dolorose
e anche più frequenti alle quali la professoressa ci sottoponeva. Bastava
molto poco per meritarsi quella punizione, anche un semplice colpo di
tosse che disturbasse la lezione poteva essere un motivo più che
sufficiente per subire quel trattamento e forse tutti eccetto me avevano
provato almeno per una volta quel dolore.
Rosso in volto per la vergogna oltre che per lo schiaffo ricevuto e quasi
sul punto di scoppiare in lacrime, Daniele prese il sacco di ceci che si
trovava in un angolo in fondo all’aula e senza bisogno che la
professoressa gli fornisse altre indicazioni, estrasse alcune manciate di
ceci e li dispose accanto alla cattedra fino a formare un piccolo tappeto
sul quale si mise carponi. Mentre il mio compagno restava in quella
posizione, la professoressa tornò a sedersi e riaprì il libro riprendendo
la lettura del brano con cui aveva dato inizio alla sua lezione. Daniele
era visibilmente scosso e forse per questo perse l’equilibrio e scivolò
sui ceci cadendo rumorosamente a terra. Trattenere le risa davanti ad una
caduta del genere è impossibile, anche quando ci si trova in un regime del
terrore come il nostro e inevitabilmente tutti scoppiammo in un ilare
boato liberatorio davanti a quella scena che ben presto avrebbe scoperto
il suo lato terribilmente tragico.
La reazione della professoressa Sobieskji non si fece attendere e quando
vide la testa di Daniele ai suoi piedi infierì su di lui calpestandolo e
ordinandogli di rimettersi carponi sui ceci.
-Sei più stupido di un
cane! Non riesci neanche a stare a quattro zampe! Ma ci penserò io ad
insegnarti a farlo!- disse aprendo un cassetto della sua cattedra ed
estraendo un frustino da amazzone.
-Voi che avete riso ora conterete i colpi!- aggiunse rivolta a noi.
Sconvolti dalla paura di poter diventare le prossime vittime, contammo ad
alta voce le dieci frustrate che la professoressa fece calare
violentemente sulle natiche del nostro compagno che ad ogni colpo gridava
pietà implorando il perdono della sua crudele carnefice.
-Spero che questa lezione ti sia sufficiente!- disse riponendo il frustino
nel cassetto della cattedra.
-Ora vedremo se hai imparato…- aggiunse sedendosi sulla sua schiena e
restandoci fino al suono della campanella.
La figura snella e slanciata della nostra professoressa troneggiava
inquietante sulla schiena di Daniele che a fatica resistette sotto il suo
peso, mentre lei con estrema noncuranza continuava a commentarci frammenti
tratti da brani di letteratura latina. Quando la lezione finì e lui fu
finalmente libero, si rialzò esausto rimettendo al loro posto i ceci ed
abbandonò in silenzio e a testa bassa l’aula. Tutti si allontanarono quasi
fuggendo da quella stanza di tortura e anch’io sarei stato felice di farlo
se la professoressa non mi avesse trattenuto con un perentorio cenno
imponendomi di restare.
-Sai benissimo cosa fare… quindi fallo se non vuoi che ti punisca.- disse
quando l’aula si fu svuotata del tutto. Senza farmelo ripetere mi
avvicinai alla cattedra e mi prostrai subito a baciare il suolo ai suoi
piedi. Lei accolse il mio saluto poggiando un piede sul mio capo e
costringendomi a restare con le labbra premute sul pavimento.
-Perché mi fissavi i piedi durante la lezione?-
Quella domanda mi colse di sorpresa e rimasi in silenzio temendo che la
mia risposta potesse rappresentare per lei un valido motivo per punirmi.
-Quando ti faccio una domanda esigo che tu mi risponda subito!- disse
aumentando la pressione del piede sul mio capo.
-Le chiedo perdono Padrona, guardavo i suoi piedi perché desideravo
poterli leccare…- sussurrai.
-Bene, sapevo che ti saresti rivelato un buon discepolo e un servo devoto.
Per questa volta ti perdono e ti concedo di leccarmi i piedi per premiare
la sincera e profonda sottomissione che esprimono i tuoi desideri.-
Pronunciò quest’ultime parole con estrema dolcezza e dopo aver sollevato
il piede dal mio capo attese il giusto tributo della mia bocca.
Avvicinando le labbra alle sue scarpe fui subito travolto dal profumo dei
suoi piedi e con impazienza mi accinsi a denudarli per potermi nutrire
nuovamente del loro misterioso sapore.
-Come osi!- disse sottraendo il piede alla mia presa e colpendomi con un
calcio sufficientemente forte da farmi sanguinare il naso.
-Non ti ho detto che potevi togliermi le scarpe schiavo! Se ti ordino di
leccarmi i piedi tu devi solo tirare fuori la lingua e leccare e se quando
te lo ordino indosso le scarpe tu devi leccare anche quelle!-
-Perdono Padrona.-
-Ti ho già perdonato a sufficienza per oggi! Ora usa la tua lingua per
pulire il sangue che hai fatto cadere sul pavimento e poi vai a prendere i
ceci!-
Eseguii il suo ordine leccando tutto il mio sangue dal pavimento e nel
farlo mi accorsi che anche sulle mattonelle su cui lei aveva camminato si
sentiva, seppur leggermente, l’odore sconvolgente dei suoi piedi. Quando
finii di ripulire il mio sangue strisciai sulle ginocchia fino al sacco di
ceci, rispettando la regola di dover stare sempre in ginocchio in sua
presenza.
-Ora lecca!- mi ordinò porgendomi la suola delle sue scarpe non appena mi
vide prostrato davanti a lei sullo strato di ceci.
Il contatto coi ceci mi procurava un dolore atroce, ma nonostante questo
mi sottomisi al suo volere ed iniziai a leccare le suole delle sue scarpe.
Il potente aroma dei suoi piedi mi raggiunse anche attraverso le scarpe e
mentre le lucidavo ebbi l’impressione che il dolore che mi causavano i
ceci diminuisse fino quasi a scomparire. Anche leccare le sue suole mi
dava sensazioni di inaspettato piacere e quei sapori stavano divenendo
quasi come una droga per me ed ogni volta che la mia lingua scivolava
sulle sue scarpe il mio incomprensibile desiderio di leccarle aumentava a
dismisura e cominciavo seriamente a temere le conseguenze di questa mia
dipendenza che accresceva ancor di più il potere che la mia Padrona aveva
su di me. Mentre le leccavo i piedi cominciavo a sentirmi davvero
fortunato per il fatto che lei avesse deciso di fare di me il suo servo e
sentivo quasi di amare quell’umiliante stato di schiavitù.
-Basta così! Le hai leccate abbastanza! Ora rimetti i ceci al loro posto e
poi ritorna strisciando ai miei piedi!- disse spingendomi via col piede.
-Ricorda che anche leccare le suole delle mie scarpe per te è un
privilegio e che devi essermi grato per questo! Se ho deciso di farti mio
schiavo è stato perché ho visto qualcosa di speciale in te. Sono pochi gli
uomini capaci di comprendere la superiore bellezza delle donne, ma
qualcosa mi dice che tu sia in grado di farlo e per questo ho deciso di
educarti evitando che l’ignoranza del mondo ti possa traviare. La foresta
che hai dipinto e le figure femminili con cui l’hai popolata mi hanno
rivelato i segreti più profondi del tuo animo e stamattina, dopo averla
osservata attentamente ho deciso di revocare l’ordine che ti avevo dato di
cancellarla. Hai molto talento e m’impegnerò per insegnarti ad usarlo nel
modo giusto. Un futuro radioso ti attende, tu sarai il portatore di grandi
e sacri valori che fonderanno una nuova e splendente civiltà.-
Mi rallegrai del fatto che lei non desiderasse più che io distruggessi il
mio lavoro, ma il resto del suo discorso rimase alquanto oscuro per me. Se
i miei disegni le piacevano e non voleva più che li cancellassi, per quale
motivo il giorno prima aveva minacciato di farmi espellere e perché dovevo
comunque continuare ad essere il suo schiavo? Stando alle sue parole
trovarmi in quello stato, prostrato ai suoi piedi e pronto a leccarli come
se fossi stato il suo cane, doveva rappresentare un privilegio per me e
doveva rendermi migliore, ma io proprio non capivo come ciò fosse
possibile, così come non capivo cosa le avessero mostrato di me i miei
disegni.
Eppure, nonostante i dubbi, fui sopraffatto dalla strana logica delle sue
parole e mi convinsi delle loro ragionevolezza senza riuscire ad oppormi
alla sua carismatica personalità. Per quanto fosse umiliante, leccare i
suoi piedi e le suole delle sue scarpe mi procurava un immenso piacere e
per questo non mi fu difficile credere che si trattasse di un privilegio
per me poterlo fare. Inoltre nel tono della sua voce e nel suo modo di
parlami e di impartirmi ordini c’era qualcosa di ipnotico che mi
soggiogava annientando ogni mia resistenza.
-Ora ho degli impegni da sbrigare.- disse alzandosi.
-Ma più tardi avrò bisogno di te… stasera, alle otto in punto, dovrai
raggiungermi nelle mie camere. Vedi di non tardare!-

|