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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

 

 

 
 
 

Danza sul mio petto

Il collegio

Capitolo 1

Il racconto è adatto ad un pubblico adulto

Foto Thomas Sing - Modella Agatha Moon

 
 
 
     
 
 

Era da diverso tempo che avevo iniziato a dipingere sulle grandi mura bianche del cortile sul retro del collegio. Non passava mai nessuno di lì, sembrava abbandonato a se stesso e da quando l’avevo scoperto ne avevo fatto il mio rifugio segreto. Ci si arrivava percorrendo un lungo e buio corridoio a cui si accedeva attraverso una rozza porta dal legno un po’ marcio nascosta dietro le scale di servizio del collegio. Dopo un tragitto quasi labirintico il corridoio improvvisamente si illuminava attraverso delle ampie arcate che si affacciavano sul cortile. Il bugnato e i mattoni grezzi che rivestivano i muri e la pavimentazione mi davano la sensazione di trovarmi tra le rovine di un antico tempio o di una chiesa sconsacrata e mi piaceva starmene seduto sul basso muretto all’ombra delle arcate che correvano lungo il corridoio a leggere qualche libro o a disegnare.


Proprio mentre disegnavo mi venne l’idea di rendere più accogliente il mio rifugio, e così cominciai a dipingere un paesaggio dalla ricca e florida vegetazione tra la quale emergevano sinuose ninfe lungo le tre mura perimetrali che separavano il cortile dal resto del mondo e che al contrario di quelle della facciata del collegio erano lisce e bianche come se fossero state da poco ricoperte con l’intonaco. Impiegai quasi due mesi a finirlo e il lavoro si rivelò molto più faticoso di quanto mi aspettassi, soprattutto per la quantità di colore che fu necessario per ricoprire i muri e per la difficoltà di portarlo di soppiatto fin lì, ma in compenso il risultato fu molto soddisfacente. Quando mi sedetti sul muretto ebbi l’impressione di trovarmi immerso in una foresta incantata e rimasi ad osservarla a lungo, fantasticando su quali segreti potesse celare al suo interno, seguendo con la mente le ninfe che mi ammiccavano tra gli alberi. Estraniarmi nei mondi paralleli della mia fantasia attraverso i libri o la pittura mi aveva sempre affascinato, al punto che fin dalla più tenera età avevo preferito quell’immenso universo ai ristretti confini della realtà dalla quale rifuggivo librandomi nel cielo sconfinato della mia immaginazione.


Mi ero talmente abituato a vivere in quei mondi artificiali da non poterne più fare a meno e col passare degli anni tornare anche solo brevemente alla vita vera mi riusciva particolarmente doloroso e mi spingeva con sempre più forza ad isolarmi da tutto quello squallore dalle tonalità grigie e fosche che mi circondavano e che mi apparivano sempre più soffocanti e che la vita del collegio aveva reso ancora più opprimenti. Proprio per questo non appena potevo correvo a rifugiarmi in quel misterioso e magico cortile di cui avevo fatto il mio Eden e nel quale potevo elevarmi al di sopra di tutto trovando la mia serenità e la felicità che il resto del mondo mi negava.
-Piccolo delinquente! Guarda cos’hai combinato!-


Ero talmente preso dalla mia foresta e dal turbinio di pensieri che affollavano la mia mente, che non udii l’arrivo della professoressa Sobieskji alle mie spalle, e quando lei mi afferrò per i capelli scaraventandomi a terra riuscii solo a stento a comprendere le parole che mi urlava contro, faticando a riprendermi dallo stordimento causato dalla violenza improvvisa con cui mi aveva aggredito. Tutte le sue accuse di vandalismo mi offesero profondamente, ero convinto di aver abbellito e non deturpato il cortile della scuola, e a malincuore promisi che avrei ripulito tutto facendo tornare il muro com’era in origine.


-Credi che questo possa bastare?! Hai commesso un atto di vandalismo e per questo dovrai essere punito!-
Ero rimasto semisteso lì dove lei mi aveva scaraventato e la vedevo ergersi su di me e quasi sul punto di schiacciarmi coi suoi tacchi mentre continuava a sgridarmi puntando su di me il suo sguardo infuocato.
-Dovrò informare la direttrice, atti del genere sono inammissibili in un istituto rispettabile come questo, meriti l’espulsione per quel che hai fatto!-
Trovavo piuttosto improbabile che la direttrice potesse espellermi per una cosa così innocente, forse a lei sarebbe anche piaciuto il modo in cui avevo dipinto i muri del cortile, eppure le parole della professoressa e il tono con cui le disse, mi fecero temere che avesse ragione e che il pericolo di un espulsione fosse più reale di quanto potessi immaginare.
-No, la prego!- dissi risollevandomi da terra e ritrovandomi, pur non volendo, in ginocchio davanti a lei.


Quando mi vide inginocchiato ai suoi piedi e pronto a implorarla, il suo atteggiamento mutò ed i suoi occhi brillarono di una strana luce, come se fosse compiaciuta e soddisfatta della mia umiliazione. Nei due anni in cui l’avevo avuta come insegnante avevo avuto modo di notare in lei un atteggiamento quasi sadico verso tutti i suoi alunni, me compreso, al punto tale da farmi spesso sospettare che provasse un perverso piacere ad umiliarci punendoci duramente anche per motivi futili, e proprio in questa sua propensione a godere soddisfatta delle umilianti punizioni che ci infliggeva vidi improvvisamente la mia salvezza. Il fatto che l’avessi pregata in ginocchio forse sarebbe bastato a farla desistere dalla sua idea di farmi espellere e proprio per questo rimasi in ginocchio con aria implorante.


-Le tue preghiere servono a ben poco. Se lasciassi correre tu non impareresti nulla e in futuro diventeresti senz’altro un criminale.-
-Ma no, le giuro che non lo diventerò e che non farò mai più nulla del genere!-
-Se vuoi che ti creda dovrai convincermi della sincerità delle tue parole. Solo se sarò certa del tuo pentimento potrò fare a meno di avvisare la direttrice dell’accaduto.-
Detto questo, si sedette sul muretto accavallando le gambe e puntò il suo sguardo severo su di me.
-Ebbene! Cosa aspetti?! Vieni qui e chiedi perdono per quel che hai fatto!- disse indicando il suolo ai suoi piedi.
Mi alzai avvicinandomi a lei, che continuava ad osservarmi come se attendesse che io dessi inizio a uno spettacolo in suo onore, e a testa bassa le chiesi scusa fingendo come meglio potevo di essere pentito per il disegno sul muro che avevo faticato tanto a realizzare e del quale ero molto orgoglioso nonostante la sua ramanzina.


-Non sei stato abbastanza convincente!- disse prendendomi per un orecchio e tirandomi giù fino a farmi mettere nuovamente in ginocchio davanti a lei, col viso a pochi centimetri dalle sue scarpe.
-Su, riprova!-
-Le chiedo perdono per aver dipinto sul muro del cortile, sono pentito per quanto ho fatto. Farò qualsiasi cosa lei vorrà per rimediare e sono pronto ad accettare la punizione che lei riterrà più opportuno infliggermi, ma la supplico, non dica nulla alla direttrice.-
-Così va meglio, ma non basta. Li conosco bene quelli come te, ragazzini sbandati che se non vengono raddrizzati per tempo diventano dei pericolosi delinquenti. Hai bisogno di imparare il rispetto delle autorità e della legge, solo così potrai diventare un uomo perbene, onesto e ligio al dovere. Come tua insegnante non posso assolutamente accettare di vederti crescere come un balordo e mi impegnerò personalmente ad educarti. Grazie a me apprenderai cos’è la disciplina e diventerai un vero uomo.-
Mentre parlava fece sgattaiolare il piede fuori dalla scarpa e lo avvicinò al mio viso.
Il forte odore del cuoio delle sue scarpe mischiato al sudore del piede m’investì ancor prima che potessi comprendere il motivo per cui le sue dita stessero avanzando insistentemente fino alla mia bocca.


-Per cominciare imparerai a mostrare rispetto e a piegarti con umiltà e devozione davanti all’autorità dei tuoi superiori, sottomettendoti incondizionatamente al loro volere.-
La punta del suo piede premeva con impazienza contro le mie labbra, senza che io riuscissi a capire il senso di quanto mi stava dicendo.
-Lecca!- intimò con voce ferma e severa. Le mie labbra si schiusero incredule al suo comando e lei ne approfittò per intingere l’alluce nella mia bocca. Sentendo il sapore del suo piede tra le mie labbra provai uno strano e indistinto piacere, a cui si accompagnò lo stupore per la sua richiesta, che mi impediva di reagire in alcun modo al suo comando.
-Non hai sentito? Lecca!- ripeté.
Pur essendo ancora immerso nella meraviglia di quella situazione surreale, mi piegai docilmente al suo volere, agendo come se mi trovassi all’interno di un sogno bizzarro che si percorre con incredulità e con la curiosità di vederne la fine. Tirai fuori la lingua ed iniziai a leccare timidamente il suo piede pregno del sapore di sudore e del cuoio della scarpa.


Mentre lo leccavo sentii crescere in me una forte eccitazione che sovrastò ben presto la vergogna per il gesto umiliante che stavo compiendo e fui quasi felice quando lei si tolse anche l’altra scarpa offrendo entrambi i piedi agli umidi baci della mia lingua che continuò a lungo ad insinuarsi tra le sue dita e in ogni piega della sua pianta. Più leccavo i suoi piedi e più il loro sconvolgente sapore mi appariva buono, come un delicato nettare, dolce come mie miele, di cui mi nutrivo avidamente. La mia bocca era colma di quella strana e deliziosa essenza e la mia lingua, seppur dolorante, continuava senza sosta il suo piacevole lavoro, come se fosse incapace di fermarsi.


-Bene, per ora può bastare. Mi hai dimostrato di essere realmente pentito e deciso a diventare un uomo probo e degno del collegio che frequenti, quindi posso concederti il mio perdono e premiarti dandoti la possibilità di migliorare attraverso i miei insegnamenti.- disse schioccando le dita e ordinandomi con un cenno di rimetterle le scarpe.
-A partire da questo preciso istante sarai il mio discepolo prediletto e il mio personale e devoto servitore, così potrò impartirti la giusta educazione evitando che tu commetta nuovamente atti incresciosi come quello di oggi. Sarai addestrato severamente per divenire un membro rispettabile della società del domani. Questo è un onore che concedo a pochi e mi auguro che saprai essere all’altezza dell’opportunità che ti sto offrendo.-


Dopo averle calzato le scarpe rimasi prostrato ai suoi piedi percependo il profumo e il sapore di cui la mia bocca era ancora imbevuta. Accolsi distrattamente le sue parole e mi sorpresi a desiderare di leccarle nuovamente i piedi mentre lei mi parlava. Proprio non riuscivo a capire per quale motivo quel gesto così disgustoso a cui ero stato costretto dalla paura di una possibile espulsione avesse potuto sconvolgere in maniera così profonda e piacevole i miei sensi. La voglia che avevo di tornare a leccarle i piedi mi sorprendeva più delle sue richieste di sottomissione. Che legame poteva mai avere l’educazione con la servitù e come poteva un insegnante imporre cose simili ad un suo alunno? Era a dir poco assurdo il suo comportamento, ma per lo stato in cui mi trovavo in quel momento tutto mi parve quasi naturale, se non addirittura ovvio.


-Ricorda, la tua non sarà una punizione, bensì un premio e spero che saprai essermi grato per questo. Mi aspetto da te la più totale e assoluta dedizione e sottomissione e non ammetterò nessun errore! Sono stata chiara?-
-Si professoressa… la ringrazio.- sussurrai baciando la punta delle sue scarpe.
Al mio bacio lei si sottrasse subito e fece calare un piede sul mio capo premendo la mia faccia contro il suolo.
-Il fatto che tu mi abbia ringraziato baciando umilmente le mie scarpe mi fa sperare bene riguardo all’esito del tuo addestramento e mi fa sperare che sarai un ottimo allievo ed è solo per questo che stavolta non ti punirò. Ma bada che baciare me o qualsiasi altra donna è un privilegio che non si può ottenere senza permesso! In futuro non azzardarti a baciarmi i piedi o le scarpe se non sarò stata io ad ordinartelo! Se vorrai mostrarmi la tua gratitudine o la tua devozione potrai farlo baciando il suolo ai miei piedi e mi aspetto che tu lo faccia anche per salutarmi, solo dopo aver fatto questo potrai permetterti di supplicarmi di concederti il permesso di baciarmi i piedi! E un’altra cosa… sei il mio servo e come tale dovrai rivolgerti a me chiamandomi “Padrona” e dovrai sempre stare in ginocchio al mio cospetto, anche per alzarti dovrai chiedermi il permesso se non sono io ad ordinartelo, chiaro?-
-Si Padrona…-
-Naturalmente tutte queste regole valgono solo quando siamo da soli se non sono io ad ordinarti diversamente.- disse infine sollevando il piede dalla mia testa e lasciando che io la risollevassi abbastanza da poter nuovamente posare il mio sguardo sulla punta delle sue scarpe.
-Ora porgimi i tuoi saluti come si deve e poi vai in camera tua a studiare!-


Con un bacio sfiorai il suolo ai suoi piedi e rimasi con le labbra premute sulle mattonelle del cortile finché lei, dopo aver fatto leva col piede destro sul tacco sollevando la punta dal suolo, non mi ordinò di baciarne la suola. Fui molto solerte nel piegarmi a questa ennesima e umiliante richiesta e baciando la sua suola, che scoprii sorprendente pulita, aspirai brevemente il profumo del suo piede verso il quale provavo un crescente desiderio e che ora mi appariva come una meta irraggiungibile che con fatica mi sarei dovuto riguadagnare. Dopo aver ottenuto quest’ulteriore prova della mia sottomissione la professoressa Sobieskji mi spinse via con la punta del piede, come se fossi un cane troppo affettuoso e invadente di cui lei ora volesse liberarsi, e si allontanò sparendo nel collegio e lasciandomi solo col suono dei suoi passi che continuò a lungo a riecheggiare nel cortile.
 

 


I Racconti di Danza sul mio Petto per Liberaeva