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Era da diverso tempo che
avevo iniziato a dipingere sulle grandi mura bianche del cortile sul retro
del collegio. Non passava mai nessuno di lì, sembrava abbandonato a se
stesso e da quando l’avevo scoperto ne avevo fatto il mio rifugio segreto.
Ci si arrivava percorrendo un lungo e buio corridoio a cui si accedeva
attraverso una rozza porta dal legno un po’ marcio nascosta dietro le
scale di servizio del collegio. Dopo un tragitto quasi labirintico il
corridoio improvvisamente si illuminava attraverso delle ampie arcate che
si affacciavano sul cortile. Il bugnato e i mattoni grezzi che rivestivano
i muri e la pavimentazione mi davano la sensazione di trovarmi tra le
rovine di un antico tempio o di una chiesa sconsacrata e mi piaceva
starmene seduto sul basso muretto all’ombra delle arcate che correvano
lungo il corridoio a leggere qualche libro o a disegnare.
Proprio mentre disegnavo mi venne l’idea di rendere più accogliente il mio
rifugio, e così cominciai a dipingere un paesaggio dalla ricca e florida
vegetazione tra la quale emergevano sinuose ninfe lungo le tre mura
perimetrali che separavano il cortile dal resto del mondo e che al
contrario di quelle della facciata del collegio erano lisce e bianche come
se fossero state da poco ricoperte con l’intonaco. Impiegai quasi due mesi
a finirlo e il lavoro si rivelò molto più faticoso di quanto mi
aspettassi, soprattutto per la quantità di colore che fu necessario per
ricoprire i muri e per la difficoltà di portarlo di soppiatto fin lì, ma
in compenso il risultato fu molto soddisfacente. Quando mi sedetti sul
muretto ebbi l’impressione di trovarmi immerso in una foresta incantata e
rimasi ad osservarla a lungo, fantasticando su quali segreti potesse
celare al suo interno, seguendo con la mente le ninfe che mi ammiccavano
tra gli alberi. Estraniarmi nei mondi paralleli della mia fantasia
attraverso i libri o la pittura mi aveva sempre affascinato, al punto che
fin dalla più tenera età avevo preferito quell’immenso universo ai
ristretti confini della realtà dalla quale rifuggivo librandomi nel cielo
sconfinato della mia immaginazione.
Mi ero talmente abituato a vivere in quei mondi artificiali da non poterne
più fare a meno e col passare degli anni tornare anche solo brevemente
alla vita vera mi riusciva particolarmente doloroso e mi spingeva con
sempre più forza ad isolarmi da tutto quello squallore dalle tonalità
grigie e fosche che mi circondavano e che mi apparivano sempre più
soffocanti e che la vita del collegio aveva reso ancora più opprimenti.
Proprio per questo non appena potevo correvo a rifugiarmi in quel
misterioso e magico cortile di cui avevo fatto il mio Eden e nel quale
potevo elevarmi al di sopra di tutto trovando la mia serenità e la
felicità che il resto del mondo mi negava.
-Piccolo delinquente! Guarda cos’hai combinato!-
Ero talmente preso dalla mia foresta e dal turbinio di pensieri che
affollavano la mia mente, che non udii l’arrivo della professoressa
Sobieskji alle mie spalle, e quando lei mi afferrò per i capelli
scaraventandomi a terra riuscii solo a stento a comprendere le parole che
mi urlava contro, faticando a riprendermi dallo stordimento causato dalla
violenza improvvisa con cui mi aveva aggredito. Tutte le sue accuse di
vandalismo mi offesero profondamente, ero convinto di aver abbellito e non
deturpato il cortile della scuola, e a malincuore promisi che avrei
ripulito tutto facendo tornare il muro com’era in origine.
-Credi che questo possa bastare?! Hai commesso un atto di vandalismo e per
questo dovrai essere punito!-
Ero rimasto semisteso lì dove lei mi aveva scaraventato e la vedevo
ergersi su di me e quasi sul punto di schiacciarmi coi suoi tacchi mentre
continuava a sgridarmi puntando su di me il suo sguardo infuocato.
-Dovrò informare la direttrice, atti del genere sono inammissibili in un
istituto rispettabile come questo, meriti l’espulsione per quel che hai
fatto!-
Trovavo piuttosto improbabile che la direttrice potesse espellermi per una
cosa così innocente, forse a lei sarebbe anche piaciuto il modo in cui
avevo dipinto i muri del cortile, eppure le parole della professoressa e
il tono con cui le disse, mi fecero temere che avesse ragione e che il
pericolo di un espulsione fosse più reale di quanto potessi immaginare.
-No, la prego!- dissi risollevandomi da terra e ritrovandomi, pur non
volendo, in ginocchio davanti a lei.
Quando mi vide inginocchiato ai suoi piedi e pronto a implorarla, il suo
atteggiamento mutò ed i suoi occhi brillarono di una strana luce, come se
fosse compiaciuta e soddisfatta della mia umiliazione. Nei due anni in cui
l’avevo avuta come insegnante avevo avuto modo di notare in lei un
atteggiamento quasi sadico verso tutti i suoi alunni, me compreso, al
punto tale da farmi spesso sospettare che provasse un perverso piacere ad
umiliarci punendoci duramente anche per motivi futili, e proprio in questa
sua propensione a godere soddisfatta delle umilianti punizioni che ci
infliggeva vidi improvvisamente la mia salvezza. Il fatto che l’avessi
pregata in ginocchio forse sarebbe bastato a farla desistere dalla sua
idea di farmi espellere e proprio per questo rimasi in ginocchio con aria
implorante.
-Le tue preghiere servono a ben poco. Se lasciassi correre tu non
impareresti nulla e in futuro diventeresti senz’altro un criminale.-
-Ma no, le giuro che non lo diventerò e che non farò mai più nulla del
genere!-
-Se vuoi che ti creda dovrai convincermi della sincerità delle tue parole.
Solo se sarò certa del tuo pentimento potrò fare a meno di avvisare la
direttrice dell’accaduto.-
Detto questo, si sedette sul muretto accavallando le gambe e puntò il suo
sguardo severo su di me.
-Ebbene! Cosa aspetti?! Vieni qui e chiedi perdono per quel che hai
fatto!- disse indicando il suolo ai suoi piedi.
Mi alzai avvicinandomi a lei, che continuava ad osservarmi come se
attendesse che io dessi inizio a uno spettacolo in suo onore, e a testa
bassa le chiesi scusa fingendo come meglio potevo di essere pentito per il
disegno sul muro che avevo faticato tanto a realizzare e del quale ero
molto orgoglioso nonostante la sua ramanzina.
-Non sei stato abbastanza convincente!- disse prendendomi per un orecchio
e tirandomi giù fino a farmi mettere nuovamente in ginocchio davanti a
lei, col viso a pochi centimetri dalle sue scarpe.
-Su, riprova!-
-Le chiedo perdono per aver dipinto sul muro del cortile, sono pentito per
quanto ho fatto. Farò qualsiasi cosa lei vorrà per rimediare e sono pronto
ad accettare la punizione che lei riterrà più opportuno infliggermi, ma la
supplico, non dica nulla alla direttrice.-
-Così va meglio, ma non basta. Li conosco bene quelli come te, ragazzini
sbandati che se non vengono raddrizzati per tempo diventano dei pericolosi
delinquenti. Hai bisogno di imparare il rispetto delle autorità e della
legge, solo così potrai diventare un uomo perbene, onesto e ligio al
dovere. Come tua insegnante non posso assolutamente accettare di vederti
crescere come un balordo e mi impegnerò personalmente ad educarti. Grazie
a me apprenderai cos’è la disciplina e diventerai un vero uomo.-
Mentre parlava fece sgattaiolare il piede fuori dalla scarpa e lo avvicinò
al mio viso.
Il forte odore del cuoio delle sue scarpe mischiato al sudore del piede
m’investì ancor prima che potessi comprendere il motivo per cui le sue
dita stessero avanzando insistentemente fino alla mia bocca.
-Per cominciare imparerai a mostrare rispetto e a piegarti con umiltà e
devozione davanti all’autorità dei tuoi superiori, sottomettendoti
incondizionatamente al loro volere.-
La punta del suo piede premeva con impazienza contro le mie labbra, senza
che io riuscissi a capire il senso di quanto mi stava dicendo.
-Lecca!- intimò con voce ferma e severa. Le mie labbra si schiusero
incredule al suo comando e lei ne approfittò per intingere l’alluce nella
mia bocca. Sentendo il sapore del suo piede tra le mie labbra provai uno
strano e indistinto piacere, a cui si accompagnò lo stupore per la sua
richiesta, che mi impediva di reagire in alcun modo al suo comando.
-Non hai sentito? Lecca!- ripeté.
Pur essendo ancora immerso nella meraviglia di quella situazione surreale,
mi piegai docilmente al suo volere, agendo come se mi trovassi all’interno
di un sogno bizzarro che si percorre con incredulità e con la curiosità di
vederne la fine. Tirai fuori la lingua ed iniziai a leccare timidamente il
suo piede pregno del sapore di sudore e del cuoio della scarpa.
Mentre lo leccavo sentii crescere in me una forte eccitazione che sovrastò
ben presto la vergogna per il gesto umiliante che stavo compiendo e fui
quasi felice quando lei si tolse anche l’altra scarpa offrendo entrambi i
piedi agli umidi baci della mia lingua che continuò a lungo ad insinuarsi
tra le sue dita e in ogni piega della sua pianta. Più leccavo i suoi piedi
e più il loro sconvolgente sapore mi appariva buono, come un delicato
nettare, dolce come mie miele, di cui mi nutrivo avidamente. La mia bocca
era colma di quella strana e deliziosa essenza e la mia lingua, seppur
dolorante, continuava senza sosta il suo piacevole lavoro, come se fosse
incapace di fermarsi.
-Bene, per ora può bastare. Mi hai dimostrato di essere realmente pentito
e deciso a diventare un uomo probo e degno del collegio che frequenti,
quindi posso concederti il mio perdono e premiarti dandoti la possibilità
di migliorare attraverso i miei insegnamenti.- disse schioccando le dita e
ordinandomi con un cenno di rimetterle le scarpe.
-A partire da questo preciso istante sarai il mio discepolo prediletto e
il mio personale e devoto servitore, così potrò impartirti la giusta
educazione evitando che tu commetta nuovamente atti incresciosi come
quello di oggi. Sarai addestrato severamente per divenire un membro
rispettabile della società del domani. Questo è un onore che concedo a
pochi e mi auguro che saprai essere all’altezza dell’opportunità che ti
sto offrendo.-
Dopo averle calzato le scarpe rimasi prostrato ai suoi piedi percependo il
profumo e il sapore di cui la mia bocca era ancora imbevuta. Accolsi
distrattamente le sue parole e mi sorpresi a desiderare di leccarle
nuovamente i piedi mentre lei mi parlava. Proprio non riuscivo a capire
per quale motivo quel gesto così disgustoso a cui ero stato costretto
dalla paura di una possibile espulsione avesse potuto sconvolgere in
maniera così profonda e piacevole i miei sensi. La voglia che avevo di
tornare a leccarle i piedi mi sorprendeva più delle sue richieste di
sottomissione. Che legame poteva mai avere l’educazione con la servitù e
come poteva un insegnante imporre cose simili ad un suo alunno? Era a dir
poco assurdo il suo comportamento, ma per lo stato in cui mi trovavo in
quel momento tutto mi parve quasi naturale, se non addirittura ovvio.
-Ricorda, la tua non sarà una punizione, bensì un premio e spero che
saprai essermi grato per questo. Mi aspetto da te la più totale e assoluta
dedizione e sottomissione e non ammetterò nessun errore! Sono stata
chiara?-
-Si professoressa… la ringrazio.- sussurrai baciando la punta delle sue
scarpe.
Al mio bacio lei si sottrasse subito e fece calare un piede sul mio capo
premendo la mia faccia contro il suolo.
-Il fatto che tu mi abbia ringraziato baciando umilmente le mie scarpe mi
fa sperare bene riguardo all’esito del tuo addestramento e mi fa sperare
che sarai un ottimo allievo ed è solo per questo che stavolta non ti
punirò. Ma bada che baciare me o qualsiasi altra donna è un privilegio che
non si può ottenere senza permesso! In futuro non azzardarti a baciarmi i
piedi o le scarpe se non sarò stata io ad ordinartelo! Se vorrai mostrarmi
la tua gratitudine o la tua devozione potrai farlo baciando il suolo ai
miei piedi e mi aspetto che tu lo faccia anche per salutarmi, solo dopo
aver fatto questo potrai permetterti di supplicarmi di concederti il
permesso di baciarmi i piedi! E un’altra cosa… sei il mio servo e come
tale dovrai rivolgerti a me chiamandomi “Padrona” e dovrai sempre stare in
ginocchio al mio cospetto, anche per alzarti dovrai chiedermi il permesso
se non sono io ad ordinartelo, chiaro?-
-Si Padrona…-
-Naturalmente tutte queste regole valgono solo quando siamo da soli se non
sono io ad ordinarti diversamente.- disse infine sollevando il piede dalla
mia testa e lasciando che io la risollevassi abbastanza da poter
nuovamente posare il mio sguardo sulla punta delle sue scarpe.
-Ora porgimi i tuoi saluti come si deve e poi vai in camera tua a
studiare!-
Con un bacio sfiorai il suolo ai suoi piedi e rimasi con le labbra premute
sulle mattonelle del cortile finché lei, dopo aver fatto leva col piede
destro sul tacco sollevando la punta dal suolo, non mi ordinò di baciarne
la suola. Fui molto solerte nel piegarmi a questa ennesima e umiliante
richiesta e baciando la sua suola, che scoprii sorprendente pulita,
aspirai brevemente il profumo del suo piede verso il quale provavo un
crescente desiderio e che ora mi appariva come una meta irraggiungibile
che con fatica mi sarei dovuto riguadagnare. Dopo aver ottenuto quest’ulteriore
prova della mia sottomissione la professoressa Sobieskji mi spinse via con
la punta del piede, come se fossi un cane troppo affettuoso e invadente di
cui lei ora volesse liberarsi, e si allontanò sparendo nel collegio e
lasciandomi solo col suono dei suoi passi che continuò a lungo a
riecheggiare nel cortile.
I Racconti di Danza sul mio Petto per
Liberaeva

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