RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 
 

Ivan, un ricordo

di Rosaly

foto annamaria pietropaolo

 
 
 

   

Ricordi ancora quei giorni, Ivan? Quelle nostre giornate che scorrevano agitate, convulse, eppure lentissime. Quando il tempo si era cristallizzato ed esistevamo solo noi e lo spazio che ci conteneva. Stare insieme, appartenerci, sapendo che era solo follia estrema, non ci impediva di assaporare con gioia quegli attimi di tenera sensualità, addolcendoci quasi, annullando col fare l’amore tempo e distanze tra noi.

Avevamo anni lontani, che misteriosamente si rincorrevano, si incontravano e si esaltavano in gesti e parole, che ci eccitavano sempre più e che non volevamo finissero mai. Ricordo ancora quel pomeriggio, Ivan. Spero che anche tu lo conservi con cura nella tua memoria d’uomo. Quel momento infinito e brevissimo, dolce come il miele fuso, violento come un temporale estivo. Mi hai portato con te, come mi dicevi, ricordi? Sei mia, dicevi, solo mia, la mia piccola, tenera cucciola!

Già, ed io mi esaltavo di parole sussurrate all’orecchio. Brividi correvano lenti. Mentre le tue mani cercavano il mio seno, poi scendevano calde giù per la schiena. Mentre la bocca cercava la mia e le labbra solcavano umide il viso. Attraverso i confini della ragione, trovavano altre mani, che stringevano, che liberavano desideri ed emozioni. Mi prendesti in braccio, d’improvviso, come sei leggera, dicesti con voce roca, mentre mi sollevavi senza fatica e mi chiedevi semplicemente se volevo fare l’amore! E la mia risposta si perdeva nel tuo sguardo di ragazzo in un sorriso complice. E il percorso sino al letto era un sentiero leggermente in discesa, profumato di te, di me, di noi, incoscienti e sicuri.

Provo ancora adesso la stessa sensazione di stupore nell’immaginarti nudo, consapevole e orgogliosamente fiero di sorprendermi con quel corpo da giovane lupo. Che corpo bellissimo, ricordo, pensai… Mentre, non so come, mi ritrovai anche io senza vestiti, e per un istante terribilmente lungo, restammo sospesi a guardarci, in silenzio.

Avrei voluto baciarti, ma restavo in attesa, non volevo spezzare un incanto con un gesto affrettato. Fosti tu, ad un certo punto a muoverti cautamente, ti avvicinasti bisbigliando qualcosa e spingendomi piano, con uno sfiorare leggero, mi facesti adagiare sul letto. Ora sentivo il tuo peso sopra di me e percepivo nella vicinanza il leggero tremore che ci attraversava, mentre il tuo addome piatto si schiacciava contro il mio ed i nostri fiati si fondevano in baci sempre più profondi.

Mi guardavi negli occhi con un’intensità tale da farmi un po’ paura, mentre mi sollevavo un poco e ti accoglievo, estasiata, dentro di me. Il mio grembo diventava il tuo cielo, un posto tutto nostro. Da viverci sempre.

Esistevamo entrambi soltanto dentro di me, in quei momenti che vivono ancora nei miei ricordi, Ivan… 

 

 

rosagel@libero.it