Alcune pagine sono adatte ad un pubblico adulto.  Se sei minorenne  ti invitiamo ad uscire

   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

     
 

Mario Ruggiero Saigon  SECONDA  PARTE

FOTO jochen van eden

 
 
 
     
 
 

Il sogno continua ancora per due settimane, un sogno fatto d’incontri nascosti dietro le baracche della base, in infermeria per una inesistente emicrania, un sogno fatto di sorrisi, di timidi saluti con la mano, di sguardi furtivi, di pelle sfiorata ed ogni volta è brivido, è un desiderio, una voglia matta di toccarla, baciarla, stringerla a me, sentire il suo cuore battere con il mio, perdermi nel suo profumo di sapone, respirare la sua aria, diventare parte di lei, ma in due settimane solo un timido bacio sulla guancia e nulla di più e, tra tre giorni la partenza, il tempo è trascorso veloce, troppo veloce, non sono riuscito a fermarlo e continua a correre.


Anche lei avverte questo, il suo viso è diventato triste com’è triste il mio, ma ci sono ancora tre giorni, tre giorni per continuare a sognare.
“So che tra non molto dovrai partire, dove ti
 manderanno?”.
- “Sai che non posso dirlo e neanche per quanto tempo starò
 via”.
Il suo sguardo è basso a guardare qualcosa che non esiste, perso nei suoi pensieri, la voce fievole quasi per paura di tradire la sua emozione, la mia mano sul suo volto, una lacrima scende lenta bagnando la pelle vellutata, le labbra leggermente aperte, mi guarda con i suoi occhi lucidi, che voglia di baciarla e lei, quasi leggendomi nel pensiero si avvicina ancora di più.
“Baciami Jarm, ti prego baciami”.
Le labbra prima si sfiorano poi si uniscono, sento il loro calore, la loro morbidezza, il loro sapore e il tempo finalmente si ferma.
Correre per le strade di Saigon per arrivare il prima possibile a casa sua, la bicicletta scricchiola sotto il nostro peso, i suoi capelli che si muovono al vento accarezzandomi il viso, pedalo sempre più veloce e il fiato si fa pesante, la gente non fa quasi caso a noi, è normale vedere due persone su una bicicletta anche se le mie dimensioni non sono proprio quelle di un vietnamita, pur avendo messo abiti civili che mi stanno stretti, la paura di essere scoperti, di essere scoperto, sto rischiando molto, ma per lei, per Le Thi Lien potrei rischiare ancora di più.


La strada piena di buche non finisce mai, seguo le sue indicazioni fino ad arrivare in uno stretto vicolo fangoso, in fondo al quale una porta finalmente si apre.
Non c’è molta luce, Le Thi Lien accende alcune lampade ad olio che emanano uno strano odore e che danno un’atmosfera ancora più irreale.
Non ci sono molti mobili, la casa è arredata con molta semplicità, un basso tavolino in legno di rose finemente intarsiato, con sopra alcune statuette, alle pareti niente quadri, solo una foto con due persone, un uomo ed una donna, sorridono attraverso una cornice in legno poggiata su di una mensola insieme ad altri oggetti, alcuni dei quali sicuramente fanno parte della sua infanzia.
La cucina è nascosta da una tenda di paglia colorata, poche stoviglie, qualche piatto in porcellana smaltata con disegni blu, un sacchetto di riso aperto, e le immancabili spezie.
Nell’unica camera, da una parte, appoggiati alla parete grandi cuscini con figure di draghi fiammeggianti, fanno le veci di un divano, non ci sono sedie, non c’è un letto, tutto è molto semplice, tutto è molto ordinato, così com’è semplice e ordinata Le Thi Lien.


Vedo tutto questo in questa strana penombra data dalla tremule luce delle lampade, dal finestrone entra il riflesso di una luce al neon colorato, forse uno degli ultimi rimasti ancora funzionanti.
Rimango in piedi al centro della stanza, continuando a guardarmi intorno per imprimere dentro di me ogni cosa e farla mia, perché ogni oggetto, ogni angolo, anche le pieghe delle umili tende parlano di lei, di Le Thi Lien.
La sento arrivare dietro di me, le sue mani corrono lungo i fianchi, mi abbraccia da dietro, il suo capo che si appoggia sulle mie spalle, mi stringe sussurrandomi qualcosa che non capisco, sta parlano la sua lingua, con una dolcezza incredibile, sembra una poesia d’amore, ed è una poesia, ora la dice in inglese in modo che io la possa capire ed il mio cuore esplode.


Le mani corrono sul mio petto, dita veloci sbottonano la camicia che non fa resistenza, rimango a petto nudo.
Sono teso come una corda di violino e lei se ne accorge, m’invita a stendermi sul tappeto impedendomi però di girarmi per poterla guardare, le sue esili mani unte di olio balsamico incominciano a massaggiarmi la schiena, le dita corrono lungo i muscoli, ed ogni movimento è una brivido, salgono su per la spina dorsale per poi ridiscendere leggere lungo i fianchi, per poi ricominciare, lentamente sento i muscoli rilassarsi, lasciarsi andare, solo allora lei si distende su di me come una soffice coperta che ricopre il mio corpo, sento il suo respiro, il suo profumo, il suo corpo nudo che diventa la mia pelle.
“Girati lentamente”.
Finalmente la vedo, è su di me, i lunghi capelli neri che scendono lungo il corpo coprendo parte del seno, le mani sul mio petto, gli occhi che si incontrano, le labbra che si uniscono quasi a volersi nutrire l’uno dell’altra, le mie mani che vogliono scoprire ogni suo angolo, accarezzano i fianchi, il piccolo seno, i capezzoli duri tra le dita ed un gemito.
Si muove lentamente e la voglia esplode, la voglia di lei, di essere un'unica cosa, un unico corpo.
“Fai piano Jarm, non farmi male”.
Con estrema dolcezza, la sento aprirsi su di me ed io entrare in lei, il suo caldo corpo mi accoglie ed io sto impazzendo, con estrema abilità trattiene la mia frenesia, rallenta per poi muoversi più velocemente, si ferma inarcando la schiena per farmi ancora più suo, mi adeguo ai suoi movimenti ai suoi tempi, gli occhi socchiusi, le labbra aperte, le mani che corrono sul corpo, i suoi capelli impazziti che seguono ogni movimento amplificandolo, il respiro affannoso, sempre più affannoso, si trattiene per non venire, vuole gustare fino in fondo ogni attimo, non vuole lasciarsi andare ed anche io mi trattengo, anche io la voglio sentire, anche io voglio vivere ogni attimo come fosse l’ultimo, l’ultimo della mia vita.


Un gemito più intenso, una contrazione della sua natura e si abbandona su di me, ma io ne voglio ancora ed anche lei e il desiderio si riaccende.
Rimaniamo abbracciati, i corpi sudati, il respiro più regolare, abbiamo toccato le stelle con una mano ed ora siamo ridiscesi sulla terra, la stringo forte a me, baciandola dolcemente, quasi con la paura di farle del male, è lei si lascia andare a quel bacio come fosse l’ultimo, la sua voce rimane triste.
“Sai che non abbiamo un futuro vero Jarm?, io non lascerò
mai la mia terra e tu, tu prima o poi dovrai tornare a
casa”.
Una lacrima incomincia a scendere da quegli occhi incredibilmente belli, sono lucidi e la poca luce li illumina come due astri nel buio della notte.
“Lo so, ma ora non voglio pensarci, ora voglio vivere
 quello che succederà domani non m’interessa, ora ci sei tu
 ed è questa la cosa importante”.
Si riveste alla svelta, asciugandosi il volto, sistema i capelli poi, con un sorriso che mi toglie il fiato si avvicina, prende la mia mano, la posa sul suo volto come a volersi concedere un’altra volta, il suo volto, lo accarezzo, abbiamo fatto l’amore ed ora sto toccando la parte più intima di lei, il suo viso e, mi accorgo di avere un mondo tra le mani, ho lei.
“Devi tornare alla base, se si accorgono della tua
 assenza avrai dei problemi, prendi la mia bicicletta e fai
 in fretta”.
Questa volta pedalo lentamente facendomi bagnare dalla pioggia, non m’importa di essere scoperto, di subire una punizione che potrebbe essere dura, mi sto allontanando da lei e maledico ogni metro che passa e mi sento solo, tremendamente solo.
 
Le pale dell’elicottero incominciano a girare sollevando grandi quantità di polvere, i ragazzi del mio plotone sono già a bordo, mentre gli elicotteri con Antony e Niki già sono lontani, sto rallentando con qualsiasi mezzo la partenza, il pilota ha capito ma non può più inventarsi un altro guasto tecnico, dopo che per tre volte ha chiamato la manutenzione che gli ha dato l’inevitabile “OK”.
Finalmente la vedo arrivare, di corsa, si tuffa tra le braccia abbandonandosi a me.
“Non sarei mai partito senza salutarti lo sai?”.
“Ho fatto prima che potevo, …. Jarm, stai attento, torna
 intero ti prego”.
Le sorrido come a volerla tranquillizzare.
“Certo, ed ho anche un buon motivo, il tempo passerà in
 fretta, non dovrò stare via molto, tu pensami, non
 lasciarmi mai solo”.
Con la voce che solo un angelo può avere sussurra:
“Non sarai mai solo Jarm, io ti a…..”.
La mia bocca sulla sua a interrompere quella frase, a fermare quella parola così semplice ma così grande, sapendo che anch’io dentro, sento la stessa cosa.
- “Devo andare”.


Ancora un bacio, ancora una carezza e sono a bordo, seguito dallo sguardo divertito dei miei ragazzi, il pesante mezzo aumenta i giri, Le Thi Lien viene investita in pieno dall’aria spinta con forza verso il basso, la vedo ripararsi il volto, ma non per la polvere, ma per le lacrime che continuano a scendere, ora la base non è che un puntino lontano che si allontana velocemente, i ragazzi non ridono più, hanno capito e rimangono in silenzio, forse stanno pensando anche loro al cuore che hanno lasciato a casa.
Metto la mano nella tasca della mimetica e trovo un foglio piegato, una scrittura infantile, la scrittura di Le Thi Lien, poche righe che consumo avidamente come un assetato in pieno il deserto, poche righe che dicono tutto:
“ Torna verso di me, torna come alito di brezza marina sul mio volto, come una cascata d’acqua fresca sui miei seni, torna con quel profumo di baci, di risate e di pianto, di potenza e fragilità, di fascino, di passione e di sesso, torna con quel profumo di amore, d’immenso amore, con quel meraviglioso profumo di te.
Le Thi Lien.”
 
Addio Le Thi Lien, addio alito di vita.

 


 


PER SCRIVERE ALL'AUTORE: platone58@libero.it