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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

     
 

Mario Ruggiero Saigon

FOTO jochen van eden

 
 
 
     
 
 

Cammino tra le strade impolverate della base, all’estrema periferia di Saigon, ribattezzata Ho Ci Min, dopo la caduta degli americani.
Da qui, partono le truppe per le basi avanzate al confine con la Cambogia, dove avvengono continui combattimenti tra i vietnamiti e i Kmer Rossi cambogiani e noi, in mezzo, a fare da cuscinetto, ma non serve a nulla e, spesso, rimaniamo invischiati in una guerra che non è la nostra, in nome di una pace, che troppo spesso chiede sangue.
Il nostro contributo di vite, fino ad ora è stato pesante, molti si domandano il perché di tutto questo.
Si vogliono scannare? Allora che si scannino come meglio credono, ma questo è il nostro lavoro, siamo stati mandati per sorvegliare su una pace fatta solo di un pezzo di carta e, per quel pezzo di carta, spesso si rientra a casa, dentro un sacco nero.
La grande base, ex americana, serve ora come punto di appoggio oltre che per ridarci energia, per ritrovare un attimo di riposo, per distendere i nervi prima di ritornare in prima linea, non vediamo l’ora di arrivare qui ma, poi, l’inattività ci rende più nervosi, irascibili e spesso capita di darsele di santa ragione dopo un bicchierino di troppo, naturalmente Antony, non si fa scappare l’occasione di menare le mani.
E’ fatto divieto assoluto di uscire per recarsi in città, se non con l’autorizzazione del comando e sotto scorta della polizia militare locale, rigidamente in borghese e disarmati, anche se io, sotto la camicia portata fuori i pantaloni, nascondo sempre un lungo coltello.


Il ricordo degli americani è ancora troppo vivo, e gli occidentali non sono visti di buon occhio ma, anche se potessimo circolare liberamente, ormai c’è ben poco da vedere.
Il regime, ha fatto in modo che gli usi e i costumi adottati prima con i francesi e poi con gli americani fossero solo un ricordo, un ricordo da dimenticare in fretta, le insegne multicolori dei bar, dei night club, dei casinò, sono sparite, sono spariti i grandi negozi dove regnava il ben di Dio e, sono spariti i grandi capi fuggiti in America, lasciando il popolo a cavarsela per conto proprio, a fare i conti con i nuovi padroni, chi è riuscito ad arricchirsi ma senza poter prendere il volo, ha perso tutto, qualcuno è misteriosamente sparito, le dolci fanciulle che intrattenevano i militari statunitensi, negli innumerevoli locali, dopo l’inevitabile “rieducazione”, conducono una vita non facile ma, anche i nuovi padroni hanno bisogno dei loro svaghi, il potere ed i militari sono uguali dappertutto, ed è quindi fiorito un mercato sotterraneo, dove si può avere e trovare di tutto, dalla ragazza ancora vergine agli innumerevoli arsenali lasciati in fretta e furia nella fuga, dai souvenir più strani, agli abili artigiani che modificano le armi per le tue esigenze più strane, cosa che abbiamo fatto tutti noi, anch’io, basta pagare e non farsi scoprire, la dottrina rossa, non può permettere che accadano certe cose e la punizione è pesante, anche se poi, quel sottobosco nascosto, è controllato da molti di quelli che applicano la legge.


In questo contesto e con queste premesse, l’unica nostra valvola di scarico è l’ospedale militare, dove, amorevoli infermiere, si prendono cura, oltre che dei nostri malanni, anche dei nostri corpi.
Ogni occasione è buona per recarsi in infermeria, una puntura d’insetto, un piccolo e insignificante graffio, una ipotetica emicrania e si corre, specialmente quando si sa che in turno c’è questa o quella infermiera più o meno disponibile, a consolare questi guerrieri lontani da casa, ma anche loro sono lontane da casa, anche loro hanno bisogno di conforto, anche loro hanno bisogno della compagnia di un uomo, e noi non ci facciamo certamente pregare.
Il comando sa tutto, ma chiude saggiamente un occhio per non dire tutti e due, in questo modo è più facile tenere a bada decine di giovani con i nervi a pezzi e gli ormoni a mille.


La notte, poi, è un continuo andirivieni da un alloggio all’altro, e spesso capita di non poter entrare in stanza, perché, io e Niki, troviamo un biglietto scarabocchiato in fretta e furia da Antony con su scritto: “Occupato, trovatevi un altro letto”.
Ma capita anche, che questo tipo di messaggio, lo trovi lui.
Nella base, lavorano molte persone del posto, si occupano, delle cucine, delle pulizie, insomma, i lavori più umili sono i loro e, a loro, non pare vero poter guadagnare qualcosa pagata in dollari, che rimane sempre una moneta molto pesante, anche se, parte del ricavato, va a chi ha procurato loro questo lavoro.
All’interno della base, non ci rivolgono mai la parola, a meno che, le esigenze di servizio non lo ritengano indispensabile, la paura di essere accusati di collaborazionismo, o peggio ancora di spionaggio, è un qualcosa che mette i brividi e, ne sono terrorizzati.
Tra queste umili persone, c’è anche una ragazza che studia medicina e che, per potersi procurare i soldi per lo studio, e magari fare pratica, lavora come aiuto infermiera all’interno dell’ospedale.


Le Thi Lien, questo nome è rimasto scolpito nella mia mente e nel mio cuore, un angelo tra gli angeli, bellissima, con i capelli neri lisci, fili di seta, lunghissimi, che si muovono, come piccole onde ad avvolgere il suo corpo perfetto ad ogni passo, ad ogni movenza, il viso ovale, minuto, gli occhi dal taglio orientale ma incredibilmente grandi, intensi.
La sua andatura è sempre veloce, ma leggera, come se sfiorasse quel terreno impolverato, o fangoso che sia.
Tutti hanno tentato l’approccio, ma hanno anche miseramente fallito, Antony è tornato distrutto nel suo orgoglio di maschio a cui le donne non dicono mai di no, anch’io ci ho fatto un pensierino, ma non ci ho neanche provato, -“se ha detto di no ad Antony, immagina se dice di si a me”-, ma sinceramente, non m’interessa, a me basta guardarla, per ritrovare, in quel dolcissimo volto, in quegli immensi occhi neri come il carbone una pace infinita.
Figlia di un militare francese e di una vietnamita, lei e la madre, furono abbandonate al loro destino, quando, dopo la sconfitta di Bien Ben Fu, i francesi abbandonarono il paese.


Grazie alla forza della madre, Le Thi Lien evitò di finire in uno degli innumerevoli bordelli che facevano da contorno agli antichi palazzi coloniali.
Per lei la vita non è stata facile e continua a non esserlo, specialmente dopo la morte della madre, essere una mezzosangue, la fa divenire, agli occhi di tutti, una persona da evitare, come se questo fosse una malattia contagiosa e la madre, una sgualdrina che, anche se per amore, si era concessa al nemico, lo stesso nemico che magari ieri, avevano servito e riverito per un pugno di soldi, mentre oggi, tutti rinnegano i loro trascorsi, ma come poterli biasimare, la paura fa sempre fare tante cose strane.
A sentire loro, sono stati tutti combattenti contro l’imperialista americano, sono stati tutti nella giungla, con un mitra in mano, a tendere imboscate, o a scavare tunnel.
Di quelli che, invece erano a Saigon, bene, quelli erano costretti, ma giurano di aver avuto sempre la fede rossa dentro il cuore.
E lei, Le Thi Lien, la figlia della colpa, la figlia dell’imperialismo, senza nessun diritto se non quello della sopravvivenza, si è data da fare, e lo si vede anche, da come cammina orgogliosa, in quel suo tipico vestito, nascosta da quel grande cappello di paglia, con i capelli che scendono a coprirle le spalle.
I miei approcci sono fatti solo di sguardi, e di timidi sorrisi, contraccambiati quasi con vergogna, ma ogni volta che incrocio quegli occhi, un brivido percorre tutta la mia schiena, fermandosi alla base del cranio, per poi sconvolgermi il pensiero.
 
Me ne sto in disparte, seduto annoiato, sulla scaletta in legno, sotto la tettoia in alluminio degli alloggi ufficiali, a guardare la pioggia, che cade senza sosta, ormai da giorni.
Sembra che dal cielo, le grandi nubi grigie, si siano messe d’impegno nello svolgere il loro lavoro, rovesciando, sulla terra, grandi quantità di acqua, che in poco tempo, allaga ogni cosa.
L’aria è pulita, stranamente pulita, la pioggia ha cancellato gli innumerevoli odori che il vento porta dalla vicina città.
Mi sto godendo un attimo di tranquillità, finalmente un po’ di pace, il rischio di beccarsi una palla in testa, sembra tanto lontano, ed ora, non voglio pensare a quando mi ritoccherà, rientrare nella base avanzata.
Lentamente, mi gusto una barretta di cioccolata, l’unica droga che accetto, non che qui la roba non si trovi, anzi, ma rifiuto l’idea che il mio corpo, la mia mente, siano influenzate da sostanze che, magari, in quel momento ti esaltano, ma che dopo ti fanno schiavo.


Preferisco essere schiavo della cioccolata, piccole tavolette da 50 grammi, di buona, gustosa, cioccolata fondente.
Ne posso avere quanta ne voglio, i magazzini ne sono pieni, non rischio i gradi se mi beccano, ed è anche gratis, che posso volere di più dalla vita?.
Il diluvio continua, la pioggia picchia duro sopra la tettoia, con un rumore infernale, mi guardo intorno e, la vedo arrivare di corsa, con il solito camicione bianco, tagliato ai lati e la sua sgangherata bicicletta.
Si ferma sotto la tettoia, accanto a me, ha il fiato grosso per la corsa, le piccole labbra, carnose, sono leggermente aperte per respirare meglio, il volto bagnato, come invidio quelle gocce d’acqua che baciano la sua pelle, come rugiada sull’erba, al mattino.
Si toglie il grande cappello di paglia finemente intrecciata, che in qualche modo l’ha protetta dalla pioggia, libera i suoi capelli, che scendono, come un’immensa cascata nera.
Incrocio il suo sguardo, mi sorride e, miracolo, mi saluta.
“Ciao”.
Con la bocca impastata di cioccolata, dalla sorpresa, e dalla timidezza, riesco solo a dire un misero: “salve”.
Dai Jarm, non ti bloccare proprio ora.
“hem, scusa, ma qui piove sempre così?”.
Che domanda cretina, potevi inventarti qualcosa di meno banale, lo sai benissimo che qui è sempre così.
Ma lei non ci bada e, allargando ancora di più il suo splendido sorriso, risponde, con una voce che sembra venire dal paradiso.
- “Al tuo paese non ci siete abituati vero?, qui, quando incomincia, dura per lungo tempo e lo sai benissimo Jarm”.
Rimango sbalordito, non solo ha risposto alla mia domanda idiota, che mi ha fatto fare una figura del cavolo, ma ha anche detto il mio nome, lei sa il mio nome.
“Come fai a conoscermi?, sulla mia targhetta ci sono solo le iniziali”.
“L’ho domandato alla Caposala, sai, quella alta, capelli biondi, grandi……tette?, si dice così?”.
“Si, si dice così, ma ora, dimmi, perché hai chiesto di me?”.
“Per curiosità, sei l’unico che non è venuto in infermeria durante i miei turni e, comunque, Adeline, mi ha detto, che sei un gentiluomo e, qui è difficile trovarne”.
Già, io un gentiluomo, solo perché, con Adeline, non ci ho provato, ma se sapesse che il motivo è solo che somiglia, in modo impressionante, a mia sorella e mi sembrava una cosa incestuosa.
“Grazie, non credevo di fare questo effetto”.
“Beh, in effetti, c’è anche un altro motivo”.
“Cioè?”.


La cosa si sta facendo interessante.
“Il fatto è, che ti ho sempre visto in disparte, da solo, come in questo momento, a volte sembri malinconico, e poi, non fai macelli, tranne quando sei con i tuoi amici, allora ti scateni, ma non credo tu sia come loro”.
“Beh, a volte sono anche peggio”.
Le sue labbra si allargano in un ampio sorriso e sorrido anch’io, sta piovendo forte, ma sono illuminato da quel sorriso che mi riscalda come il sole.
Continuiamo a parlare delle cose più futili e delle cose più serie, mi racconta della sua vita, come se stesse parlando con una persona che conosce da sempre ed è come se io la conoscessi da sempre e, come per incanto, la timidezza è passata, sono li che parlo con lei, sto parlando con un sogno, un sogno che di minuto in minuto diventa sempre più reale.
“Cosa stai mangiando?”.
“Cioccolata, ne vado matto”.
“Anche a me piace molto, ne posso avere un pezzo?”.
Che cretino, perché non ci ho pensato prima?


Nello spezzare la tavoletta, piccole scaglie di cioccolata mi rimangono attaccate alle dita, lei, quasi con avidità le raccoglie sfiorandomi la mano, le porta alla bocca, socchiude gli occhi quasi a voler gustare appieno il sapore, poi addenta con dolcezza il pezzo rimasto.
“Da quanto tempo non ne mangiavo, in città è praticamente impossibile trovarne e quella che c’è costa tantissimo”
“Ne vuoi qualche tavoletta?, io ne ho parecchia”.
“Veramente ne hai? e la divideresti con me?”.
A questa domanda salto su come una molla.
“Aspettami, non andartene”.


Entro come una furia nel mio alloggio, l’armadietto fa i capricci e non si vuol aprire, un calcione ben assestato e la povera porta si apre ammaccata da un lato, raccolgo tutta la cioccolata che posso, riempio le tasche la metto nel berretto e corro indietro, più velocemente possibile con la paura di non trovarla, ma lei è li, li che mi aspetta.
“Ora devo prendere servizio, mi ha fatto piacere
conoscerti e, grazie per la cioccolata”.
“Non puoi sapere che piacere ho avuto io a parlare con te, Le Thi Lien…… quando posso rivederti?”.
“Se ti va a fine turno, questa sera”.
“Ok allora, a questa sera, buon lavoro”.
La vedo allontanarsi, mentre la pioggia continua a cadere insistente, nascondendola ai miei occhi, ma ora, i miei occhi, sono pieni di lei e questa sera la rivedrò, parlerò ancora con lei, il sogno continua.
 

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