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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

MADDALENA BELLAGIO

L'amore dolce

 

danielbauer

 

  
  

CARTOLINA DA PADOVA Seduta in Prato della Valle, penso che quando ho attraversato il Ponte della Torricella ho visto nel canale un’anatra con undici anatroccoli. Erano veramente piccoli, macchiette gialle oscillanti sul canale verdastro. Io sono la quarantatreesima tua donna. Me lo hai detto su mia richiesta. Chissà perché mi è passata in testa una domanda di tal fatta mentre, il pene eretto, stavi per penetrarmi. Non mi hai risposto subito. Prima hai tergiversato un poco. Ma io ti ho bloccato: “Lo so che sei uno che queste cose le sa.” Infatti. In questo momento il mio animo è screziato come i tulipani gialli e rossi che adornano la fontana. Non capisco chi gira con gli auricolari per avere la musica costantemente nelle orecchie: il quotidiano suona ritmi dodecafonici inimitabili. Ora lo strasc strasc della fontana si mixa con il cinguettare di uno stormo d’uccelli che ha dardeggiato nella striscia di cielo celeste che si apre fra i tetti delle case. Sono andata all’Orto Botanico: c’è un tronco di quercia che hanno trovato nel gennaio del 1979 durante gli scavi per la costruzione dell’idrovia Padova-Venezia. Hanno stabilito che è del duemila e rotti avanti Cristo, divelto dal suolo da un’alluvione. Ci ho appoggiato una mano sopra, a sentire la storia scorrermi fra le dita. La mia storia è semplice: io innamorata, lui no. Nella Basilica di Sant’ Antonio c’è una funzione solo per i cingalesi.

 Migliaia, provenienti da tutt’Italia. Attorno alle colonne hanno appoggiato le masserizie, ai lati delle sedie i passeggini. Tanti bambini che corrono per la chiesa, piangono, mangiano, dormono in braccio alle loro mamma. Il vescovo della Skri Lankia, arrivato per l’occasione, è entrato preceduto da suonatori di tamburo e danzatrici vestite con i costumi tradizionali. Io sono stata, unica bianca, per un po’, poi, avendo fame, ho cercato un posto per mangiare qualcosa. Un bar con tavoli e sedie all’aperto in piazza Cavour mi ha convinto ed ho ordinato un’insalata e dell’ananas. Accanto a me un padre ed una figlia. Avrà avuto sedicianni. Lunga, magra, l’ombelico con il pircing. “Caffè”? “No.” “A te piace solo quello lungo, non l’espresso, vero? Come la tua mamma.” “A me piace solo se ho sonno. Adesso ho sonno ma non abbastanza.” Il padre ogni tanto chiedeva alla ragazza della sua mamma.

 Cosa fa, chi vede. Dovevano essere separati o divorziati. Lei lasciava che il silenzio, a più riprese, cadesse fra di loro. Mi sono fatta scaldare dal sole arrotolando quanto più possibile le maniche della maglietta. Mi è venuta in mente una statua che avevo notato in chiesa: una madonna dai seni pieni ed eretti che guardava dal sotto all’insù. Io una volta ho toccato seni di donna. Non mi erano piaciuti, però. Quelli della statua sì. Avrei voluto appoggiarci il palmo della mano sotto a soppesarne il peso. Magari avrei stretto fra il pollice e l’indice il capezzolo e ci avrei appoggiato le labbra. Lieve come uno svolazzare dei piccioni di piazza Cavour. Ho cercato l’ombra nella Chiesa degli Eremitani: accanto all’altare c’è un monumento funebre adornato da un putto a cui hanno portato via il pisellino. C’era una coppia che litigava: “Voglio fare il cazzo che mi pare!” sibilò lui, il capo rivolto contro a mo’ di uccello predatore. Lei si allontanò verso l’uscita della chiesa, zitta, le spalle strette, ostentatamente con gli occhi bassi. Avevo voglia della tua pelle, di appoggiare il capo nell’incavo delle tue ascelle. Tu non c’eri. Allora ti ho spedito una cartolina. 

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