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CARTOLINA DA PADOVA Seduta in Prato della Valle, penso che quando ho
attraversato il Ponte della Torricella ho visto nel canale un’anatra con
undici anatroccoli. Erano veramente piccoli, macchiette gialle oscillanti
sul canale verdastro. Io sono la quarantatreesima tua donna. Me lo hai
detto su mia richiesta. Chissà perché mi è passata in testa una domanda di
tal fatta mentre, il pene eretto, stavi per penetrarmi. Non mi hai
risposto subito. Prima hai tergiversato un poco. Ma io ti ho bloccato: “Lo
so che sei uno che queste cose le sa.” Infatti. In questo momento il mio
animo è screziato come i tulipani gialli e rossi che adornano la fontana.
Non capisco chi gira con gli auricolari per avere la musica costantemente
nelle orecchie: il quotidiano suona ritmi dodecafonici inimitabili. Ora lo
strasc strasc della fontana si mixa con il cinguettare di uno stormo
d’uccelli che ha dardeggiato nella striscia di cielo celeste che si apre
fra i tetti delle case. Sono andata all’Orto Botanico: c’è un tronco di
quercia che hanno trovato nel gennaio del 1979 durante gli scavi per la
costruzione dell’idrovia Padova-Venezia. Hanno stabilito che è del duemila
e rotti avanti Cristo, divelto dal suolo da un’alluvione. Ci ho appoggiato
una mano sopra, a sentire la storia scorrermi fra le dita. La mia storia è
semplice: io innamorata, lui no. Nella Basilica di Sant’ Antonio c’è una
funzione solo per i cingalesi.
Migliaia, provenienti da tutt’Italia. Attorno alle colonne hanno
appoggiato le masserizie, ai lati delle sedie i passeggini. Tanti bambini
che corrono per la chiesa, piangono, mangiano, dormono in braccio alle
loro mamma. Il vescovo della Skri Lankia, arrivato per l’occasione, è
entrato preceduto da suonatori di tamburo e danzatrici vestite con i
costumi tradizionali. Io sono stata, unica bianca, per un po’, poi, avendo
fame, ho cercato un posto per mangiare qualcosa. Un bar con tavoli e sedie
all’aperto in piazza Cavour mi ha convinto ed ho ordinato un’insalata e
dell’ananas. Accanto a me un padre ed una figlia. Avrà avuto sedicianni.
Lunga, magra, l’ombelico con il pircing. “Caffè”? “No.” “A te piace solo
quello lungo, non l’espresso, vero? Come la tua mamma.” “A me piace solo
se ho sonno. Adesso ho sonno ma non abbastanza.” Il padre ogni tanto
chiedeva alla ragazza della sua mamma.
Cosa
fa, chi vede. Dovevano essere separati o divorziati. Lei lasciava che il
silenzio, a più riprese, cadesse fra di loro. Mi sono fatta scaldare dal
sole arrotolando quanto più possibile le maniche della maglietta. Mi è
venuta in mente una statua che avevo notato in chiesa: una madonna dai
seni pieni ed eretti che guardava dal sotto all’insù. Io una volta ho
toccato seni di donna. Non mi erano piaciuti, però. Quelli della statua
sì. Avrei voluto appoggiarci il palmo della mano sotto a soppesarne il
peso. Magari avrei stretto fra il pollice e l’indice il capezzolo e ci
avrei appoggiato le labbra. Lieve come uno svolazzare dei piccioni di
piazza Cavour. Ho cercato l’ombra nella Chiesa degli Eremitani: accanto
all’altare c’è un monumento funebre adornato da un putto a cui hanno
portato via il pisellino. C’era una coppia che litigava: “Voglio fare il
cazzo che mi pare!” sibilò lui, il capo rivolto contro a mo’ di uccello
predatore. Lei si allontanò verso l’uscita della chiesa, zitta, le spalle
strette, ostentatamente con gli occhi bassi. Avevo voglia della tua pelle,
di appoggiare il capo nell’incavo delle tue ascelle. Tu non c’eri. Allora
ti ho spedito una cartolina.
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