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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

Lorenzo Semeyazah

INSULTO N. 9

 

kaischwarzer

 




il tuo viso è malato. tu guardi nella telecamera
come guardava lui, come guardo io. oh! tu sei sua, non mia,
io non esisto. io sono un'onda che non contribuisce al moto
del mare. tu hai fame e mi passi vicino senza vedermi. io non
ho fame. quando mi chino i miei occhi vedono solo l'erba per
terra. sono magro d'amore. tu sei una sorella di letto.
il tuo viso malato, perverso: ogni mio desiderio. e nessun
argomento, tre quarti tra l'occhio e la guancia, il sorriso,
qualcosa che non esiste, se non nei miei occhi, che ho visto,
qualcosa che aggiunge una linea alla Bibbia. Oh, il libro!
ci mangia senza curarsi di noi, ci riscrive ci cambia il
sorriso in letàme ed in gregge ed il pianto. noi reggiamo
la rotta colonna del tempio. il tuo viso malato un avviso
di morte, e di malattia. il tuo viso perverso ed il pianto
di una rossa puttana sopra la tua guancia. tu pianta distratta
tu pesce, vento. il tuo viso perverso allo specchio ridotto
alla Bibbia del mio, viso di giovane, antico, solenne, viso
eternato da una grazia mal detta. La grazia del mio viso
antico, e solenne, la tua, passi sottratti alla notte,
lettere sottratte a un versetto, salmo sbagliato sopra una
mensa di morti. Io non ti ho corretto, e per questo, tu hai
perso. Tu hai perso memoria. Cammini come un cane. Non ricordi
la svolta. Su, dammi la mano, e giriamo quest'angolo. Di reazione.
Il tuo viso malato ora credo, l'ho preso con una visione.
Animale ucciso, ogni volta che parli. Ogni volta che parli il
tuo viso. Tu guardi io guardo. Sopra il the e la menzogna.
Sopra il sale di terra ed il gregge, nella tenda mi aspetta
una moglie, e con lei uno sciacallo, aguzzino, che le intarsia
la pelle di sabbia e di sasso e veleno. Il tuo viso malato,
perverso, una pianta di fertilità. Se figliamo, tu ed io,
aggiungiamo alla Bibbia una riga, spacchiamo, del sole il cammino,
dell'argine il mondo, diciamo a stagione il suo corso, cammino.
Ma tu ancora non sei, no, né pesce né vento, ed io non me stesso.
Una trappola ardente ci è tesa, nell'occhio che guarda tra un
sasso e quest'altro, tra il tuo sanpietrino ed il mio, catena
allacciata ad un palo, una sedia. Perverso il tuo viso, malato,
sorridi, ad una rosa appoggiata alla pietra, alla pietra del
sole sorridi al mio sasso, è di marmo? WAY WRONG ANSWER. RICOCHET.

*

tu, perché io lo veda, nascondi il viso malato, al mio
grembo, poggiandolo sul viso del sonno, al tramonto, la
notte, al mattino. lui di mestiere fa il cane. io no. tu
stai di-mezzo, il di-mezzo del mare. io cencio,
scostato. tu nascondi il tuo viso al mio viso, i tuoi
occhi, io non posso vederli, non c'è un paradosso più
grave e più dolce, del non esser distante, il mio
sguardo, dal tuo. l'esser dentro del tuo scomparire, il
di-mezzo, del mare, del viso, il tuo viso malato tu cali
sul grembo che t'offro. è scosceso, di marmo, atonale.
il tuo viso malato nascondi al mio viso, non posso
guardare. se guardassi non potrei vedere, il tuo viso
dolcissimo il cuore che è aperto al mio cuore. non c'è
più neppure una trasparenza. vacilla la luce. tra il
tavolo e la camomilla. tra il tavolo, il vecchio che
dorme, alle spalle che sono le tue, tra il giullare, tra
il tempo che noi non vediamo, e nel tuo camminare, nel
mio esserti fuori ed accanto, resiste qualcosa. qualcuno
resiste, nel buco sull'anca e sul petto, nell'orma che
nella mia carne ha lasciato un cane esiliato, che cambia
il mio nome ogni giorno.
il mio nome è cambiato, si pronuncia così, ma non dirlo,
ad un soffio di vento si porta più avanti, o più a lato,
distante, ad un soffio d'amore che fischi tra i
denti, non dirlo, il mio nome è cambiato.
il tuo viso, nascosto al mio viso, sul grembo, mi
aiuta, mentre leggo e poi scrivo, ci aiuta, dormendo, a
costruire in una notte duecentotrenta nomi, altre braccia.



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