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Stavo
lavando i piatti quando mia sorella ha bussato alla porta, è entrata. Come
va? Poi ci sei stata a vedere il concerto? Roby? A lavoro? Le mani zeppe
di sapone. Bollicine che saltellano per aria, ci avrò messo un litro di
sapone. È che odio sentire l’untuosità, le mani scivolose, i pezzetti di
cibo, le molliche di pane, i resti della verdura, frammenti di carne
secchi, induriti. È per questo che prima di lavare i piatti e le scodelle
ci passo sempre lo scottex per togliere il grosso. Quando li immergo
nell’acqua sono già puliti. Lei è così, abituata a fare una serie di
domande a raffica, ma non pretende che nessuno le risponda, è come un test
a scelta multipla, premi play e lei inizia, tu puoi scegliere quella che
ti piace di più. La scegli, rispondi, e lei automaticamente smette ed
inizia a conversare come tutti. C’è anche un’altra possibilità. Ti sei
fatta di nuovo il colore? Si, ti piace? Secondo me stavi meglio prima…
Ecco, grazie. Perché stavo meglio prima, scusa? Perché sei bianca come una
mozzarella e i capelli rossi secondo me non ti stanno bene. Mentre le
parlo mi volto con le mani immerse nell’acqua, perché se non la guardo ha
sempre paura che la prenda per il culo o non dica sul serio, ma solo per
scherzare. Vaffanculo. Lo dice ridendo, ma lo so che c’è rimasta male. È
sempre carica di borse mia sorella, non lo so che ci mette dentro. Due le
lascia sempre a me, ma quando se ne va via è carica come un mulo
ugualmente. Oggi mi ha lasciato una busta di plastica rossa con dei
giornali, ed una di carta marrone, quelle con i manici che ti danno nei
negozi di abbigliamento, su questa c’è scritto Cockney Style, di blu. Ci
sono dei vestiti che non porta più, ancora non ha capito che la sua taglia
non mi calza, ma non le dico niente, sennò si offende. C’è una gonna nera
lunga lunga, di raso, che mi arriva sotto ai piedi, e per provarmela me la
devo tenere su con le mani sennò mi cade, oppure me la devo un po’
infilare fra le gambe e tenerle strette. Un paio di jeans, una maglia
gialla con tante margherite arancio, mia sorella si mette di questa roba…
Quando
scendo giù, dopo aver pulito tutto, con un senso di benessere e di pace
interiore per essere stata capace, anche oggi, di aver messo tutto in
ordine senza farmi soffocare dalla pigrizia, ho il sacchetto in mano, lo
metto al posto del passeggero e mi fermo al bidone giallo, quello per la
raccolta dei vestiti. Poi ingrano le marce e mi tuffo a tutto fuoco nel
traffico lento che scorre per arrivare in città. Devo andare a fare la
spesa e preparare anche cena. Che faccio per cena? Non dovrei
preoccuparmi, Roby è abituato a mia suocera, qualsiasi cosa per lui è una
meraviglia di sapore. Metto la radio a tutto volume per non sentire i
rumori di fondo, quelli metropolitani, quelli della gente che smatta,
degli autisti incollati al clacson, le urla i vaffanculo a denti stretti
stretti, quelli a bocca larga, spalancata, le dita medie alzate.
Canticchio un motivetto che non conosco e attendo in fila, lavori in
corso, semafori spenti, rotatorie… e file e file, incolonnamenti di
macchine… mi guardo allo specchietto e mi passo un dito sotto agli occhi
per stendere il fondotinta che regolarmente si rapprende sulle piccole
rughe, il mascara no, non lo metto da una vita, da quella volta che me lo
sono infilato in un occhio per darmelo e, nuovo di zecca è andato a finire
nel cestino della spazzatura assieme agli assorbenti, i bastoncini degli
orecchi zeppi di cerume e altre scorie umane.
Non c’è
bisogno delle ciglia da gattona o degli occhioni da cerbiatta, mi sono
detta, basta un filo di ombretto steso sulle palpebre, un lucidalabbra
trasparente e sei a posto, senza troppo esagerare che alla fine sembri una
ragazzina. Un tipo davanti a me mi guarda dallo specchietto. Gli vedo una
strisciolina di fronte, gli occhi e una fettina di naso. Non mi toglie gli
occhi di dosso. Mi passo le mani nei capelli, provo a guardare a destra a
sinistra, ma alla fine torno lì… e ritrovo i suoi occhi che non mi
mollano, non mi fanno respirare. Mi guarda, mi osserva, mi scopa con le
pupille… ha una buona immaginazione, deve avere fantasia per avermi già
immaginata nuda, pluriorgasmica, mugolante urlante implorante. Mi abbasso
per mettere una cassetta, torno su e lui è sempre lì, sposta lo sguardo
solo appena, giusto il tempo di vedere se scorre un po’ la fila. Ma la
fila scorre lenta, una formica, una lumaca… un trenino dai vagoni
scollegati, tanti legumi che rotolano piano piano. Mi mordo il labbro e lo
vedo sorridere. Se sto sudando? Mi succede sempre quando sono nervosa. Se
sentisse quanto riesco a puzzare nel giro di pochi minuti, la pianterebbe
di sicuro.
Si
riparte, oltre alla prima ci incastra anche la seconda, svolto veloce,
metto la freccia e questo mi viene dietro, infischiandosene di quelli che
suonano e lo mandano in quel posto affollatissimo che si chiama Fanculo.
Guardo dritto eccetto qualche guizzo veloce allo specchietto laterale. Lo
vedo li, dietro di me, al mio inseguimento, con un bel sorriso stampato in
faccia, giovane distinto. Non la smetto di sudare. Dico vaffanculo, dico.
Parcheggio, lui parcheggia. Prendo la borsa, scendo di macchina, scende di
macchina. Inserisco l’allarme, inserisce l’allarme, entro
nell’ipermercato, mi segue. Mi inchiodo, mi fermo, il portafogli cazzo,
l’ho lasciato a casa, faccio per tornare indietro e me lo trovo davanti,
Mi scusi mi dice, anche se sono io che gli ho pestato un piede. Scusi lei,
tengo la testa china, parlando alla sua giacca, alla sua cravatta.
Zampetto via. Salgo in macchina. Sospiro e metto in moto. Quando torna
Roby neanche lo sento. La cena è in forno, ho fatto le lasagne e anche i
biscotti, quelli che gli piacciono da morire. Mentre si toglie la giacca,
lo guardo e non so perché ho così voglia di fare l’amore con lui, subito,
adesso, prima di cenare. |
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