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Non mi sono mai
abituato al caffè di questi posti. E’ un pensiero fisso e costante.
Giro il mondo per lavoro da quasi dieci anni, non è un problema da
turista alla ricerca di un piatto di spaghetti all’estero, che
regolarmente trova cucinati con il ketchup. Per me è una fissazione. Dei
paesi dell’Est amo il cibo, la birra e, come molti italiani, le donne;
ma il caffè non riesco a digerirlo. Qui a Budapest fortunatamente nel
centro commerciale di fronte alla stazione c’è un bar dove fanno il
caffè come in Italia. Ne ho appena bevuto uno, servito naturalmente con
un bicchiere d’acqua di fianco da una cameriera, magra con i capelli
corti e poco seno. Non bevo l’acqua e dopo l’ultimo sorso mi accendo
uno di quei sigarilli Gran Cafè, che né mia moglie né Edita hanno mai
sopportato.
Mia moglie ora è in
Italia, mentre Edita è qui davanti a me, in silenzio da dieci minuti, che
mi scruta con ghiacciatissimi occhi ungheresi. Sono le cinque del
pomeriggio, i lunghi capelli biondi sono sparsi spettinati sulle spalle,
porta una gonna lunga oltre il ginocchio a colori pastello ed
un’aderente maglietta bianche a maniche corte bianca. La sua sigaretta
si sta spegnendo lentamente nel posacenere. Lei abbassa lo sguardo, manda
qualche messaggio al cellulare. Io butto il fumo verso il soffitto
guardando in alto. In realtà la mia unica storia d’amore
extraconiugale, sta finendo dopo dieci mesi ed io penso alle differenza
tra il caffè ungherese ed italiano. Dovrei parlare, chiedere, chiarirmi
davanti a questa modella di dieci anni più giovane di me, conosciuta
grazie al mio lavoro di press agent in un’agenzia di moda.
Una prospettiva di
lavoro interessante che nell’arco di dieci anni mi ha trasformato in un
personaggio fatuo e frivolo, che si occupa solo di orari, date, scadenze e
sfilate, cercando di vendere ad annoiati giornalisti un prodotto che in
realtà non esiste. Edita è invece, una ragazza dell’Est che è
riuscita a fare la modella ed ha scoperto quanto sordido e squallido sia
quel mondo. Ha cercato in me, lei ancora venticinquenne, un amore
finalmente maturo, ed invece ha solo scoperto quanto possa essere pavido e
vile un adulto. Così pavido e vile da non riuscire a lasciare una moglie
noiosa appagata, che si occupa solo di organizzare serate mondane, e due
figli troppo bravi, troppo intelligenti, e troppo perfetti. Così pavido e
vile, che ora è seduto in un bar di Budapest e sta lasciando finire il
proprio amore nel peggiore dei modi. Nel silenzio.
Lei ora si alzerà e
a me di lei rimarrà soltanto una sigaretta che si spegne nel posacenere.
Camminerà lungo il corridoio di quel centro commerciale fino ad
incontrare il calore della città. Attraverserà il viale principale, il
ponte che collega le due città, qualche turista si volterà a guardarla.
Qualcuno ci proverà. Lei non risponderà. Arriverà al suo appartamento,
farà un doccia, berrà una tazza di latte, e porterà con sé tutta sera
il ricordo di dieci mesi iniziati a Parigi nel retro di una sfilata. Una
storia successa tante volte una battuta in inglese del press agent. Un
invito a cena con altre modelle e altri addetti ai lavori e forse una
scopata nella camera di hotel di lui. In realtà non è andata così
Dietro le quinte della sfilata non ci siamo nemmeno notati. Al ristorante
ci siamo seduti vicini per caso. Io non avevo nemmeno molta voglia di
cascare nei soliti discorsi da post sfilata.
L’unico mio impegno
era quello di versarmi del vino bianco francese ghiacciato nel bicchiere.
Una vocina mi diceva in continuazione:” Devi essere simpatico, brillante
anche a cena, sei un operatore della comunicazione”. Dall’altra parte
però categoricamente si sentiva dire:” Mandali a fanculo, tu sei fatto
per scrivere, non per leccare il culo a questi quattro froci”. Fino a
quando lei, l’unica modella triste tra le altre giulive e ridenti, mi ha
rivolto la parola - Sei uno stilista? - No, mi occupo di pubbliche
relazioni - Ah interessante! - Se lo credi tu Era stato scontroso. Non
voleva esserlo. -Hai qualcosa che non va? -Forse si, ma non mi va di
parlarne. Cerco di recuperare in simpatia -Tu invece sei una modella. E’
un lavoro interessante -Se ti va di crederlo Scoppiammo a ridere Finì in
un modo diverso. Abbiamo camminato, abbiamo guardato il Danubio sul ponte
e ci siamo baciati davanti alla luna. Un’emozione dimenticata, da chi è
abituato a vivere di eccessi ed esagerazione. Poi siamo finiti da lei ed
abbiamo fatto l’amore. In silenzio guardandoci con un sorriso. Io
scivolavo lentamente dentro di lei, una, due, tre, mille volte, con un
movimento continuo lento.
Tra noi poche parole
e dei gran sorrisi. Lei ha serrato le gambe attorno alla mia schiena, ed
io dentro di lei ho attraversato, quel piccolo appartamento nel centro di
Budapest, perdendo la mia bocca nella sua, il mio sesso nel suo, i suoi
capelli sulle mie spalle. La sua bocca è scivolata in basso e lei ha
limonato con il mio sesso, piano, lentamente, a lungo nel tempo, come
un’adolescente al primo bacio, al punto che non mi sento di definire
quell’operazione in tutti i modi volgari con i quali di solito la
chiamiamo. Poi mi sono perso io nella sua bocca, affogando nelle
increspature di odori, nel gorgo di pelle scura, dove c’è pelo e amore.
Ed infine il liquido caldo l’ha riempita. Così è stato per dieci mesi.
Facendo corrispondere gli impegni di lavoro, nei mille alberghi,
rinnovando di volta in volta lo stesso desiderio, fino a finire nella sua
città natale nel silenzio e nell’oblio.
Ora anch’io sono
fuori da quel Centro Commerciale. Cammino nella città assolata, e sono
circa le sei e mezza. Nessuno mi nota. Non conosco nessuno. Le poche
persone che sono in giro scivolano vicino ai muri, indifferenti tra loro.
Sono treni di binari paralleli, che viaggiano vicini tutti i giorni, ma
non riescono ad incontrarsi. Mai. Vecchine che tornano dal supermercato,
con quel po’ di spesa che la pensione concede loro. Barboni che
strisciano i piedi, verso una meta imprecisata, trascinando la propria
povertà e disperazione di ex elettricisti, operai e idraulici comunisti,
davanti agli schifati e spaventati dei turisti occidentali. Vedo un bar
pressoché deserto. Entro ed ordino una birra. Ne bevo metà in un sorso.
Cerco nelle tasche da fumare. Sono finiti anche i sigarilli.
Chiedo al barista se
vende anche le sigarette. Mi indica uno scaffale dove sono allineati
qualche pacchetto di Marlboro, di Lucky Stryke e di Pall Mall, vicino a
sconosciute marche di pacchetti ungheresi. Opto per un pacchetto di Pall
Mall blu. Me lo dà già aperto, come si usa da queste parti. Ne piglio
una e me l’accendo. Aspira una boccata. Mi sembra una sigaretta forte ed
amara come le prime che ho fumato. Quando mi danno questa sensazione le
chiamo “sigarette che sanno di Liceo”. Edita. Edita. Edita. E-di-ta.
Sembro il professore Humbert Humbert. Lui ha perso il senno, il sonno e la
ragione per una dodicenne presunta innocente, finita sposa ad un
camionista ubriaco. Se non ricordo male.
Io per Edita non ho
perso niente. Ho solo la netta sensazione di non aver saputo agire nemmeno
questa volta. Doccia calda. Ora lei sarà sotto la doccia. La vedo nuda.
Si passa entrambe le mani nei capelli. Poi lungo i fianchi. Indugia lì.
Non si mastrurberà. Pensa a dieci mesi finiti in indifferenza. Io ordino
un’altra birra. In breve si deposita nel mio stomaco senza cibo.
Bruciano le viscere.Ci vuole un Whisky.
Esco
dal bar. E’ già buio. La vita dei night di Budapest si risveglia.
Puttane bruttissime mi avvicinano. “Sex, Italia, Sex” Mi chiamano da
night “Vieni Italiano”. Mille suoni rimbalzano in mente. Ho già
bevuto tre whisky. Non appena giri l’angolo Budapest non è più luogo
turistico per famiglie, ma bordello. E’ mezzanotte. Sono sotto casa di
Edita e vomito anche l’anima. Il mio dito è a pochi centimetri dal suo
campanello. Troverò il coraggio di suonare?
HERNAN
hernan7@virgilio.it

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