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Eva
Terra dura
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Terra dura, terra mia.
Ho spento i telefoni, chiuso ogni imposta e le porte di casa: voglio
silenzio, che tacciano le voci che mi inseguono, dentro e fuori di me.
Le voci che ho avuto care: oh quanto! Quelle che non ci sono più, non
torneranno e chissà poi perché. Quelle che sono sempre presenti e che
vogliono, esigono, comandano.
E io che invece sto impazzendo.
Io; io che vo cercando invece un sorriso mentre il mio, quello di
circostanza, quello che mostravo a difendermi non c’è più: quello con cui
pudicamente nascondevo i miei intimi pensieri e i desideri e i sogni: oh
si! I sogni.
Sto impazzendo nella mia amarezza mi dico e dunque nasconditi mi dico:
nasconditi fortemente.
E dunque scrivi mi dico, scrivi di ciò che ami, della tua terra, della tua
terra scoscesa che si veste di verde di primavera e di rosso infuocato
d’autunno; quell’ autunno che i tuoi desideri s’è portato per sempre via,
in quel letto di foglie tra i boschi.
Gialle e arancioni: ce n’ erano infinite.
E gli alberi ancora carichi ti facevano contorno.
Eppure gli autunni ritornano e così gli inverni e di nuovo le primavere
con carichi di rondini che, finita l’estate si ritrovano, anch’esse
infinite, a partire dai tuoi fili: sì, proprio vicino a te.
Le vedi, carichi ancora i fili del telefono, volteggiare e volteggiare e
poi sparire.
E tu rimani lì. Senza sapere chi ha dato il comando e senza capire dove
siano andate e come abbiano fatto, a sparire…
Spariscono le rondini ma tornano, tornano sempre.
Se siano le stesse nessuno lo sa.
Quando il cielo torna a azzurrare però, le rivedi improvvisamente di nuovo
volteggiare nei tuoi spazi, quelli grigi e umidi e ventosi dell’inverno
svanito.
Bambina guardavo una firma incisa su un vetro di finestra dell’antica casa
dove ero nata; sarà certo ancora lì. La guardavo e guardavo; quando fui in
grado di capire realizzai che era stata incisa un secolo prima della mia
nascita, che era morto da un pezzo chi l’aveva scritta, che era cenere o
terra o chissà cos’altro e per la prima volta mi dissi: le cose: le cose
rimangono, noi no.
Gli uomini non rimangono: no.
Della loro irripetibile, pur unica vita non rimane niente. Rimangono i
componenti, i sali, l’acqua, i composti chimici che li hanno realizzati.
E così di Lucrezio, di Cesare, di Leopardi, di Pavese, ancora è fatto il
mondo.
I componenti che li hanno fatto nascere e vivere e morire sono tornati
alla terra e così quelli degli infiniti servi, schiavi, contadini ma anche
dei potenti impenitenti o prepotenti dell’umana storia.
Sono acqua, ferro, potassio, calcio magnesio e chissà ancora che
diavoleria: sono ancora in mezzo a noi, ne respiriamo il carbonio, ne
beviamo l’acqua.
Ma il loro genio dov’è? E i loro pensieri e i loro dolori e le speranze.
Dov’è la sofferenza di chi ha ripetutamente violato questa terra, questa
terra mia, per ottenere frutti per la sua sussistenza e quella dei suoi
figli. Quella di chi doveva chinare la testa e ossequiosamente obbedire,
quella di chi orgogliosamente ha reagito o quella di chi ossequiosamente
ha obbedito, quella di chi ha solcato con l’aratro e infinita fatica
queste scoscese colline nude e prima di loro chi le ha denudate per farne
fuoco o ricchezza?
Che ne è dell’uomo. Possibile che di quanto più prezioso egli abbia,
ovvero più della carne che pur rimane in elementi una volta disfatta,
l’anima si perda, svanisca il cervello e così il sapere e le esperienze
acquisite a far si che egli debba, ogni volta rinato, riapprendere
faticando e faticando acquisire coscienza e conoscenza?
Le opere mi risponderai: oh si le opere rimangono!
Non tutte durano. La maggior parte la natura se le riprende e non tutte
durano abbastanza. Se le riprende il tempo e il vento, la pioggia e i
cataclismi: tutto prima o poi si riprende il tempo o prima di lui l’uomo
che per protervia distrugge.
Distrugge perché dopo una lunga lotta ha vinto o perché per vanagloria
crede di più valere e nel suo smisurato orgoglio si illude di perpetuare
se stesso attraverso la rovina altrui.
Spesso distrugge per creare, per di più distrugge senza nulla creare.
E dei vincitori è la storia.
E i vinti tacciono. Apparentemente tacciono.
Tacciono solo per chi non sa amare, per chi non sa sentire la loro forza
venire dalla terra, quella stessa ove sono riarsi, odorosa dopo ogni
aratura quando un contadino operoso inconsapevolmente perpetua usuali
gesti a rivoltarne la dura crosta, a denudarne l’intima profondità.
E’ quel sapore aspro che viene su dalle nette lucenti zolle d’argilla, è
quell’odore aspro che bambino non sai cosa sia.
Corri e corri sui pendii, quasi senza affanno, ti bagni nei fossi, ti
inerpichi per le scarpate di rovi a raccogliere giaggioli o primule o
ancora violette, di marzo.
Incontri le bisce e ti allontani spaventato. Corri e corri non sapendo
cosa tu stia violando o dove tu stia andando.
Sei preso dal gioco, dall’acerba scoperta del sole di primavera,
dell’azzurro di cieli sereni.
Sei inebriato dai profumi, dalle speranze, dai sogni, dall’armonia dei
tuoi sensi.
Oh come saranno belli, ancor più belli i giorni che verranno, che credi
infiniti, tu dici bambino, anche col fiato corto di chi ha troppo corso
per gioco o sfida innocente.
Ma non è così bambino ma io non posso dirtelo ancora.
Tua è l’illusione, tua la dolcezza del domani, tua la percezione del
sogno.
FINE
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