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Mi
agganciò affannosamente, con irruenza, per il braccio. Sobbalzai
letteralmente, immerso com’ero nei miei pensieri. Stavo percorrendo, per
la solita passeggiata, la piazza principale della mia città. Era il
solito meriggio autunnale. Il selciato era ricoperto dalle foglie
rinsecchite dei ficus beniamina, che leggermente crocchiavano sotto le
scarpe. Il sole dardeggiava i suoi ultimi strali di fiamma sulla cupola più
alta degli alberi. Io mi godevo quei momenti, anche se, talora,
improvvisamente, il mio cuore si stringeva di tristezza forse più che di
malinconia.
Era
bella, superbamente bella. Una giacca indiana
di camoscio con le falde sfrangiate su una gonna lunga anch’essa
di camoscio come gli
stivaletti che calzava ricopriva un fisico snello, flessuoso, alto,
qualche centimetro più di un metro e settanta. La giacca, leggermente
schiusa, lasciava intravedere una camicetta bianca a fiori azzurri. Aveva
i capelli biondi come il grano maturo, tagliati due, tre dita sotto le
orecchie, e gli occhi, che mi parlarono imploranti, erano d’un azzurro
più terso d’un cielo d’estate a mezzogiorno.
L’ovale
del viso era perfetto e le labbra piene, carnose, che spiccavano come due
rose in mezzo ad un fascio di
margherite bianche, arricchivano quel viso spaventato d’un velo
arrogante di sensualità. “Per piacere, signore, non si giri, faccia
finta di essere mio padre”, disse precipitosamente con affanno. Se le
sirene avevano davvero una voce tale
da incantare il più refrattario dei naviganti, quella voce appena
arrochita sicuramente le superava nel canto.
Non
aveva certamente più di vent’anni e mai
mi era capitato di vedere esplodere un fulgore di giovinezza in
modo così straripante dall’aspetto d’una donna. “Poco distante da
noi c’è un teppista che mi ha assediato con le frasi, gli atteggiamenti
più volgari, tentando di ghermirmi dappertutto. Le persone lo vedevano,
sentivano le mie intimazioni di lasciarmi in pace, ma nessuno
è intervenuto.
E’
quasi un quarto d’ora che mi assilla. Ho il cuore che mi scoppia più
per la rabbia che per la paura e le volgarità subite. Ho visto lei e,
istintivamente, ho sentito che potevo fidarmi, che poteva essere il mio
rifugio. La prego, faccia finta di essere mio padre”.
E,
senza darmi il tempo nemmeno di replicare, mi allacciò le braccia al
collo e mi sfiorò la guancia con un bacio. Chiunque ci avesse osservato
avrebbe creduto di vedere in quella giovane donna una ragazza che
sicuramente si trovava ad avere un appuntamento col padre. Portavo più
che bene i miei cinquantaquattro anni, ma quella bellissima fanciulla si
era aggrappata a me con il medesimo atteggiamento, con lo stesso
affettuoso slancio, con cui una figlia si
sarebbe aggrappata a un padre. E come padre e figlia continuammo,
senza girarci, a camminare.
Io dovetti fingere che lei non mi aveva messo al corrente del teppista,
anche se avevo voglia di girarmi, vedere in faccia il tipo e magari
rompergli la faccia.
Ero
ancora in grado di farlo, nonostante la mia età. Continuavo ancora a
frequentare la palestra di shorinji-kempo e il mio fisico era ben allenato
e scattante. Avevo lasciato l’Alitalia da circa dieci anni e per venti
avevo fatto il pilota di linea. Per un paio d’anni avevo lavorato in
un’agenzia di viaggi. Poi mi ero stancato e mi ero messo in
“pensione”. Mi ero rifugiato nella mia villa, costruita sul cocuzzolo
di una collina, tra le più panoramiche, che attorniavano la mia città,
e, in quella serenità accarezzata dal fruscio degli alberi e, a partire
dalla primavera, dal trillare degli uccelli, incominciai a scrivere delle
guide turistiche relative ai tanti paesi che avevo conosciuto nella mia
attività di pilota.
Avevano
avuto successo e, benché non avessi un grande bisogno economico, mi
davano una grande
gratificazione morale e intellettuale. Di tanto in tanto allacciavo
qualche relazione sentimentale, ma, schivo com’ero, finiva rapidamente,
com’era accaduto così in tutta la mia vita. Era quasi un impormi di
innamorarmi, ma, proprio perché si trattava di un’imposizione, la donna
che mi stava accanto finiva per intuire che c’era nel profondo del mio
cuore un piccolo lago di ghiaccio che non si lasciava sciogliere. Così il
rapporto smoriva, come un tramonto in un cielo imbronciato.
Avevo
conosciuto l’amore, quello che ti incanta, che ti scuote il cuore e ti
lascia raggiante dentro l’anima anche quando lei non è vicino a te. La
avevo conosciuta tra i ventitré e i venticinque anni, proprio al tempo in
cui avevo vinto il concorso all’Alitalia e fui trasferito di botto a
Linate, l’aeroporto di Milano, ad un galà di matrimonio di un mio
carissimo amico. Era un sogno di una notte di mezza estate. Fu un amore a
prima vista, così intenso da parlare subito di matrimonio.
Lei
era la figlia unica di un imprenditore di laterizi. Era iscritta in lettere classiche e voleva specializzarsi in
archeologia. Non potevo rinunciare al mio sogno di pilota. Io mi ero da
poco laureato in ingegneria elettronica e lei voleva che rimanessi
in città, dove, tramite suo padre - anche se questi avrebbe
preferito che la figlia si sposasse con il figlio del suo socio,- avrei
trovato subito occupazione in una fabbrica abbastanza importante di
apparecchiature elettroniche e con uno stipendio per nulla inferiore a
quello che avrei percepito come pilota. Avevo sognato da bambino di fare
il pilota.
Se
lei mi avesse davvero amato, avrebbe potuto, una volta laureata, seguirmi
a Milano e lasciarmi realizzare il mio sogno. Così mi dicevo. E lei a
tentare di farmi capire che la professione di pilota era incompatibile con
il nostro amore e i nostri progetti matrimoniali. Che io sarei rimasto più
nei vari alberghi del mondo che nella nostra casa di sposi. E che lei non
avrebbe potuto sopportare di vivere giorni e giorni in solitudine e con la
paura che, magari, sedotto da qualche bella hostess, avrei finito per
lasciarla, lontano dalla sua famiglia e con qualche figlio in più.
“Ma,
se tu dovessi riuscire a lavorare come archeologa, il tuo sogno da
bambina, che faresti, rinunceresti?”, obiettavo io. “Nel modo più
assoluto. Quello era il sogno che facevo prima di incontrare te. Il mio
sogno ora sei tu. Cercherò un posto al museo, ai beni culturali, farò
l’insegnante, ma certamente non me ne andrò alla ricerca di tombe
lontane”. Non capivo o non volli capire. O forse fu lei che non volle
capire. Con la morte nel cuore, con gli occhi scavati dall’insonnia e
dal dolore, con le lacrime che grondavano dai suoi occhi come fiumi in
piena, lei mi lasciò. Io scelsi l’aviazione e partii. Ma la parte più
profonda di me rimase lì, legata a quell’abitacolo d’argilla che
madre natura aveva fatto donna bellissima, appassionata e caparbia.
Lei
si era presa la mia anima e io non riuscii più a farmela restituire. Non
seppi più nulla di lei o, meglio, non volli saperlo. Ma, se le mie mani,
le mie labbra, il mio sesso conobbero donne magnifiche, donne che
avrebbero persino toccato il cuore dei serafini, quello mio rimase chiuso.
Schiudeva la porta ai primi chiarori dell’alba, ma, appena capiva che il
sole voleva forzarne l’uscio e sciogliere il gelo che ne costringeva la
parte più nascosta, scorbuticamente la rinchiudeva.
Come
dicevo, ci incamminammo e ci mettemmo poi a discutere del più e del meno.
Era iscritta in Scienze politiche, al corso di giornalismo, e desiderava,
un giorno diventare giornalista di “Repubblica” e, se i tempi fossero
cambiati in meglio, alla Rai. Parlava con me come se mi avesse conosciuto
da sempre e io mi abbandonavo alle confidenze come se davvero fosse stata
mia figlia. Il fatto era che ero abbagliato dalla bellezza,
dall’intelligenza e dalla semplicità di quella ragazza.
E,
forse, nel mio cuore, la sua immagine, i suoi discorsi, la sua gioventù,
il suo semplice abbandono, fecero riaffiorare l’amore mai dimenticato.
Quando giungemmo davanti al portone del palazzo in cui abitava, mi resi
conto che non avrei potuto più fare a meno di lei. Non mi sentii, però,
il coraggio di chiederle un appuntamento. Non tanto per la notevole
differenza d’età, quanto per non apparire approfittatore. L’avevo
salvata da un molestatore, per prenderne il posto travestito da buon
samaritano. Era troppo meschino.
Quando,
però, le tesi la mano per salutarla, ancora una volta inaspettatamente,
lei mi abbracciò e mi sfiorò con un bacio la guancia. “Certamente
domani ci vediamo”, mi disse. “Le va di cenare insieme con me? Il
posto scelga lei. Mi fido”. Restai lì per lì senza parole. “Aura,
io”, balbettai. “Sicuro, mi viene a prendere qui
domani sera alle sette e mezza. Sia puntuale, mi raccomando,
comandante”. “Ci puoi scommettere, dolcissima fanciulla, ci puoi
scommettere” e ricambiai il suo bacio.
Chiuse il
portone alle sue spalle e io rimasi imbambolato a fissarlo per qualche
minuto, quasi a volermi rendere conto che quanto era accaduto era stato
reale e non un frutto di un mio sogno agognato.
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