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«Il vento soffiava
moderato ma sensibile, nella piazza semideserta, da me verso di lei. Sì,
lei era sottovento, vicina all’angolo del bar, a una quindicina di metri
da me che la guardavo, appoggiato allo spigolo dell’edicola già chiusa.
Nemmeno un animale selvatico, dunque, avrebbe potuto percepire l’odore di
Eliana. Eppure che cos’era, se non un odore, quello che mi eccitava le
narici? E non c’era nessun dubbio, veniva da lei. La sera di luglio
addolciva la città e attenuava i rumori. L’odore della pelle di Eliana
entrava in me fortissimo, era un effluvio che sbuffava dall’orlo della sua
minigonna, quasi lo vedevo...»
Nuto parlava con fervore,
seduto al tavolino del caffè della Prosa, tormentando il bicchiere ormai
vuoto. Anche Sergio, davanti a lui, accarezzava il suo bicchiere coi
polpastrelli, lentamente, e lo interruppe:
«Esatto, quasi lo vedevi.
Il fenomeno è spiegabile scientificamente: la vista di Eliana ti eccitava,
e l’odore lo producevi tu stesso, era l’odore della tua pelle che si
scaldava. Però», aggiunse, preoccupato di essere stato troppo pedante, «in
fondo era comunque Eliana a provocarlo, e quindi possiamo dire che era un
suo odore, sì».
Nuto si strinse nelle
spalle, lasciò il bicchiere e appoggiò le dita sul tavolo, come per
fermarlo. «Ero ormai preso, capisci, questo è il fatto. Avevo fiutato
un’esca alla quale non potevo più sfuggire, e al cui amo d’altronde
neppure potevo mordere, perché si teneva a quella distanza da me che
favorisce il desiderio, ma nega l’appagamento».
«Più che a un amo»,
replicò Sergio con un sospiro solidale, «paragonerei Eliana a una rete:
non prendeva un pesce per volta, ma anzi ne tirava su in grandi quantità,
se non sbaglio».
«Non sbagli, no; e questo
mi faceva bruciare di voglia ancor più tesa e violenta. Ciò che negava a
me, lo concedeva invece a moltissimi. E quando ebbe chiaro che io la
desideravo, cominciò anche a stuzzicarmi e a deridermi in modo sottile.
Non tentò mai di rendermi ridicolo davanti alla gente, questo no; però non
perdeva occasione per attizzare la mia passione».
«Già ti è andata bene»,
esclamò Sergio convinto. «Una puttanella sedicenne, corteggiata da un uomo
sposato di quarant’anni, può sputtanarlo per quartieri e città, e può
anche cacciarlo in un mare di guai».
Nuto alzò gli occhi a
guardare il cielo che da rosazzurro stava diventando blumarino. «No,
Eliana questo non l’ha mai fatto né a me né ad altri. A differenza di
altre ragazze, che giocano con freddezza a farsi desiderare, e rimangono
aride e spente, Eliana finiva a mescolare sé stessa nei fuochi che
accendeva, s’inumidiva degli stessi sudori degli uomini che ansavano per
lei. Perciò, pur motteggiando e scherzando e deridendo, da ragazzina,
aveva in sé come un rispetto profondo per la passione, per la voglia, per
gli amplessi. Aveva insomma, sia pure inconsciamente, per il sesso quel
rispetto che tutti riusciamo ad avere soltanto per le cose che
condividiamo veramente, per le cose che conosciamo dentro di noi: mentre
per tutte le altre cose, per le cose esterne, al massimo il rispetto lo
fingiamo, per correttezza».
«Verissimo», ribatté
Sergio, «e forse proprio per questo ti ha affascinato tanto, a differenza
di altre ragazze che avevi intorno e che pure non erano meno belle né meno
fresche di lei. Eliana, puttanella sincera, che non si tiene in disparte
dai fuochi che accende. Però a te si negava. Quale può essere il motivo?
Non l’età, perché so che ha girato nei letti di cinquantenni e oltre. Non
il tuo matrimonio, perché di uomini sposati se ne è fatti a decine. Non il
fisico, perché sei un bell’uomo e dimostri dieci anni di meno di quelli
che hai. E allora? Perché ti ha fatto penare tre anni, concedendosi alla
fine solo per una via molto, mi dicevi, traversa e perversa?».
«E, soprattutto, quando i
suoi sedici anni erano ormai diventati diciannove, e il sesso per lei
stava diventando anche un mestiere», soggiunse Nuto inspirando forte e poi
lasciando uscire lentamente l’aria dai polmoni.
«Questo ti ha tolto gran
parte del piacere, immagino».
«Diciamo che non ho mai
avuto quella ragazzina, la ragazzina che mi mandava il suo odore
controvento da un angolo all’altro della piazza. Il piacere che Eliana mi
ha dato tre anni dopo è stato intenso, direi intensissimo; se non fosse,
appunto, per il paragone con ciò che poteva essere tre anni prima».
Il cameriere si avvicinò
al tavolo e Sergio ordinò altri due bicchieri di succo fresco d’albicocca.
Si mise più comodo sulla poltroncina e disse:
«Capisco, certo.
Raccontami qualche episodio dell’Eliana sedicenne».
Nuto socchiuse gli occhi,
come per riflettere o per scegliere l’episodio da raccontare, e cominciò:
«Una sera sento il suo odore prima ancora di svoltare l’angolo, poi la
vedo davanti all’androne di casa sua, che era ed è una vecchia casa di
ringhiera, col portone sempre aperto perché se tentassero di chiuderlo
probabilmente crollerebbe. È lì con un ragazzo, uno che ho già visto altre
volte con lei. Eliana ha la solita minigonna: portava minigonne cortissime
anche in pieno inverno, sembrava che non avesse mai freddo. Dunque,
rallento il passo per guardarla, lei mi vede, se ne accorge. Allora
abbraccia il ragazzo e lo spinge appena dentro l’androne, si accovaccia
davanti a lui e gli slaccia i pantaloni».
«Accidenti, gli ha fatto
un pompino praticamente in strada?».
«Sì. E non solo:
accovacciandosi a cosce larghe, fa in modo di girarsi verso di me, e di
farmi scorgere che non ha le mutandine, sotto la gonna che si rimbocca fin
sulla pancia. Il ragazzo è un po’ sorpreso, ma neanche troppo, perché la
conosce bene: si appoggia al muro, stiracchiandosi, e la lascia fare.
Eliana ci si impegna, se lo fa scivolare in bocca fino alle palle e ci
gira intorno con la lingua. Io sono lì inchiodato che non posso andare
via. Sai qual era in quel momento la mia preoccupazione principale?».
«Quale?».
«Che non arrivasse
qualcuno, dal marciapiede o da dentro la casa, a disturbarli».
«O a disturbare te,
piuttosto!».
«Forse. Ma la sensazione
era di timore per loro. Io in fondo ero solo un passante, c’erano cinque o
sei metri fra loro e me».
«E poi?».
«Lui le è venuto in
bocca, abbastanza in fretta, mi è parso, anche se non saprei dire quanti
minuti fossero passati. Lei si è rialzata in piedi e si è pulita la bocca
con la manica della giacchetta di panno che aveva indosso».
«Che maialina!».
«Maialina sì. E anche
irriverente e talvolta blasfema. Una sera stava seduta con un ragazzo, un
altro, sui gradini della chiesa del quartiere. Anche quella volta ho
sentito il suo odore prima ancora di vederla, sai? Si avvinghiava al
ragazzo, lo baciava. Mentre io passavo, si è alzata in piedi, è andata ad
accovacciarsi contro il portone della chiesa e ci ha fatto pipì. Il
ragazzo, pensa, si è spaventato, le ha gridato “ma sei scema” e se ne è
andato di corsa».
«Posso immaginarlo»,
replicò Sergio. «I ragazzi sono sbruffoni, volgari, sboccati, però si
terrorizzano davanti a molti tabù. E tu che cosa hai fatto?».
«Sono rimasto a guardare.
Lei si è girata, ha alzato le spalle, è venuta verso di me, mi è passata
accanto. Allora le ho detto “sei bellissima”; lei ha fatto schioccare la
lingua e ha tirato diritto. In quel momento il suo odore mi ha preso
talmente che mi sono sentito cadere, sono rimasto in piedi per miracolo.
Diverse ore dopo, me lo sentivo ancora addosso».
Sergio sorseggiò un poco
di succo, lentamente, per creare una pausa nel discorso, necessaria a
guardare Nuto francamente negli occhi e dire:
«Non offenderti, ma io
non ci credo. Non credo che tu potessi sentire il suo odore prima di
vederla, o prima di sentire la sua voce, o prima comunque di sapere, in
qualche modo, che lei era presente. Anche ammettendo che Eliana abbia un
odore molto particolare (certe persone lo hanno), gli odori non viaggiano
controvento, e non si muovono alla velocità della luce, e poi si
disperdono e si mescolano. Io credo, ripeto, che quell’odore tu lo
sentissi, sì, ma che venisse da te stesso, che fossi tu a produrlo con il
tuo desiderio quando la vedevi».
Nuto bevve a sua volta,
scosse il capo e rispose:
«Immaginavo che questo
sarebbe stato il tuo parere, e non voglio discuterlo troppo. Io resto però
della mia idea: l’odore era reale. Posso concederti, al massimo, che il
mio naso fosse, come dire, specializzato nel percepirlo, per una qualche
misteriosa corrispondenza di sostanze».
Sergio non insisté, e
cambiò argomento:
«Ti avevo chiesto perché,
secondo te, Eliana non ti si è concessa, a sedici anni, quando pure andava
a letto con molti. Non mi hai risposto».
Nuto si passò una mano
sulla fronte e sulla guancia, lasciò scivolare negli occhi una nuvola
sottile di malinconia o di rimpianto, e disse:
«Ragionandoci su dopo, ho
pensato che i motivi siano stati soprattutto due, collegati fra loro. Il
primo è che io ero veramente preso, innamorato di lei, la adoravo. Credo
che lei lo percepisse, questo, e ne fosse in qualche modo spaventata. Gli
altri uomini la trattavano più brutalmente da sgualdrina, e la durezza
creava per lei una barriera di sicurezza. Il secondo motivo è che io,
proprio perché innamorato, non osavo prenderla con quella forza rude,
spavalda, alla quale lei era abituata. È poi anche una regola abbastanza
generale che le ragazze cadano più facilmente nelle braccia di quelli che
non le amano, no?».
«Sì, certo», convenne
Sergio, «l’amore rende timidi e le ragazze, soprattutto le adolescenti,
cedono meglio alla spavalderia che alla timidezza. Coi ragazzi timidi
magari fanno lunghi teneri discorsi, ma coi ragazzi spavaldi scopano, e
dato che per una donna scopare è sempre una cosa importante, abbastanza
importante, ecco che si convincono di amare gli spavaldi, per avvalorare
la scopata».
Nuto rise:
«Hai detto bene. Benché
Eliana scopasse molto con molti, era pur sempre un’adolescente, e
sceglieva i suoi molti, alla fine, con gli stessi meccanismi con cui altre
più morigerate adolescenti scelgono i loro pochi. La spavalderia
affascina, e allo stesso tempo, come dicevo, tiene le distanze di
sicurezza nei sentimenti».
«È una bella storia»,
commentò Nuto, «la tua con Eliana. Ma ora dovresti raccontarmi di quando,
tre anni dopo, te la sei fatta. Mi avevi detto che è successo per vie...
come avevi detto?».
«Traverse e perverse»,
sorrise Nuto. «Ma forse ho esagerato. Rispetto a ciò che poteva essere tre
anni prima, è stato anzi un banale caso di prostituzione, benché alquanto
raffinata. Ma il gioco che ho costruito con lei dovrà convincerti della
realtà del suo odore speciale».
«Ah, con quest’odore! Non
so se mi convincerai, lo sai che sono un tipo molto razionale. Ma, fra
l’altro, sapresti descrivermelo, l’odore di Eliana?».
Nuto storse la bocca:
«Descrivere a parole un
odore, così come un colore o un sapore, è sempre solo un gioco di
approssimazioni e di similitudini. Posso provarci, ma non è garantito che
l’idea che ti farai assomiglierà all’odore che sentivo io veramente.
Comunque, ci sono due o tre versi di un poeta che ho letto, che mi
ricordano l’odore di Eliana. Il poeta parla delle fiche... sì, delle
fiche, proprio, delle ragazze che gli piacciono, e le chiama
le vostre fessure
umide come uno spacco di
scoglio dove un rigagnolo nutre conchiglie
e aggiunge che
odorano del mare
più vicino: dell’acqua
che si scrolla
in mille sprizzi dalle
reti alzate
o si versa dai secchi
sulle vasche
del mercato del porto...».
«Un tipo denso, il tuo
poeta, per così dire. Già. Un odore salmastro, portuale, dunque?» domandò
Sergio.
«Sì, ma con molta vita
vegetale, anche; mettici dell’erba, oltre al pesce e al mare, e poi ancora
qualcosa di più metropolitano, gli angoli trasformati in pisciatoi, però
tutto in una tonalità molto azzurra, e con mille altri ingredienti
ancora».
«Va bene. Forse è un po’
semplicemente l’odore di una ragazzotta che fra le cosce si lava di rado -
non offenderti se dico questo, è solo un’impressione».
Nuto rise:
«Figùrati se mi offendo.
Di Eliana sono abituato a sentir parlare malissimo, come puoi immaginare».
«Raccontami piuttosto
com’è andato l’adempimento, alla fine, del tuo desiderio. Ne sono ormai
molto curioso».
«Oh, la partenza, ti
dicevo, è banale: l’ho trovata in un bordello. Cioè, in una lussuosa casa
di massaggi-estetica la cui tenutaria è amica della polizia, ovviamente.
Ci sono andato per sentire qualche odore nuovo, in un periodo di
stanchezza e di problemi, avevo appena lasciato mia moglie, sai. E invece
ho sentito il suo, di odore, ben conosciuto, nella stanza dove la ruffiana
mi ha fatto entrare, e c’era lei, Eliana, ad aspettare il cliente».
«Eliana adesso fa il
mestiere?».
«Dice di prendere due o
tre appuntamenti alla settimana, per mantenersi agli studi. Nonostante
tutto è arrivata all’università, la ragazzina; dopo qualche bocciatura ci
è arrivata. Poi balla sui cubi, posa per i fotoamatori, si spoglia nei
locali notturni, insomma mette a profitto in vari modi la sua
straordinaria capacità di seduzione».
«Allora, semplicemente,
l’hai pagata e te la sei scopata».
«Era ciò che naturalmente
avrei potuto fare. Invece dedicai l’ora con lei in camera, che pure mi era
costata una bella cifra, alla conversazione. Le dissi quanto m’avesse
affascinato tre anni prima; aggiungendo, ovviamente, che mi piaceva ancora
tantissimo. E le parlai, finalmente, del suo odore. Lei fece l’offesa,
esclamò “ma come, allora puzzo?”, rise, mi diede del pazzo. Intanto, io lo
sentivo fortissimo, inconfondibile, il suo odore, benché lei si fosse
lavata e deodorata a puntino, se non altro per ordine perentorio della
ruffiana, che ci teneva al livello della sua casa. E le proposi un gioco,
pur sapendo che ci avrei speso metà dei miei risparmi».
«Accidenti! Che gioco
sarà mai stato, così dispendioso?».
«Ci mettemmo d’accordo
con la tenutaria, che per un pomeriggio convocasse, pagandole quello che
volevano, tutte le ragazze che poteva convocare: tutte le frequentatrici
più o meno abituali della casa, più altre ancora che conosceva nei suoi
diversi giri. Si sarebbero messe in fila nel salone, sdraiate sui tappeti,
nude, in perfetto silenzio, immobili, lavate e deodorate a loro
piacimento. Prima, io sarei stato perfettamente bendato al centro del
salone. E avrei avuto in mano tre stelline adesive dorate di carta, di
quelle per ornare i vetri alle feste. Seguendo solo l’odore, senza toccare
nulla, sarei dovuto andare ad appiccicare la prima stellina sul corpo di
una ragazza, appiccicare e via, senza palpare. Poi le ragazze si sarebbero
rimescolate, sempre con me bendato al centro del salone. E io sarei andato
ad appiccicare la seconda stellina. E così per la terza. Con la tenutaria
a controllare la regolarità, come un arbitro. Solo a quel punto, dopo
appiccicata la terza stellina, mi sarei tolto la benda. E avrei vinto il
gioco io se e solo se tutte e tre le stelline si fossero trovate
sul corpo di Eliana».
«Un gioco di virtuosismo
erotico olfattivo! Avrebbe successo in un circo, se al circo si potessero
fare giochi erotici. Ma che cosa c’era in palio?».
«Se avessi vinto io,
avrei potuto fare l’amore con Eliana tutte le volte che volevo per un
anno, gratis, o meglio, pagando solo la quota per la ruffiana, e neanche
un soldo a Eliana. Se avessi perso, avrei pagato a Eliana l’equivalente di
cento prestazioni, senza usufruire di nessuna, senza toccarla mai più - e
nota che non l’avevo mai toccata, fino a quel momento, ancora».
Sergio annuì:
«Sei riuscito a caricare
di significato quella che poteva essere ormai solo una banale scopata con
una puttana. Hai voluto in qualche modo recuperare l’importanza che Eliana
aveva avuto per te. È comprensibile. Hai trovato un modo ingegnoso per
farlo. Poi, se avessi perso, ti saresti fottuto anche l’altra metà dei
risparmi, eh! Un bel rischio. Sì, proprio quello che volevi per
debanalizzare la cosa, infatti».
«A volte il tuo
psicologizzare tutto mi irrita», replicò Nuto, «ma lo accetto perché
tu sei fatto così. La ruffiana protestò che il gioco era pericoloso, che
far venire tutte quelle ragazze insieme poteva attirare troppo
l’attenzione, ma insomma, la pagai bene e naturalmente accettò. Non si
trattava di un gioco rumoroso, del resto, anzi, tutto doveva avvenire in
silenzio, dato che solo l’odore, non la voce o altro, doveva guidarmi
verso Eliana».
«Ed Eliana, lei, fu
d’accordo sul gioco?».
«Eliana accettò
immediatamente. Aveva conservato il suo spirito di sfida e d’avventura,
anche se non faceva più pipì sulle porte delle chiese, e probabilmente
nemmeno pompini negli androni».
«Dunque la partita si
giocò davvero».
«Si giocò. La ruffiana
trovò diciotto ragazze disponibili. Eliana si mise d’accordo con loro,
ovviamente, per rendermi il compito impossibile. Profumi balzani,
deodoranti per tutte, una confusione d’olfatto. Fu anzi così abile e
maliziosa da incaricare una delle altre, una sua amica, di non mettersi
nessun profumo e di non lavarsi per due giorni prima, pensando di trarmi
in inganno e di spedirmi verso quella».
«Diabolica! Ma da come
sorridi, capisco già che fu tutto inutile contro il potere del tuo naso».
Nuto infatti sorrideva
disteso:
«Contro il potere del mio
naso, forse; o contro l’assoluta unicità e potenza dell’odore di Eliana.
Infatti vinsi, sì. Ma non fu neppure facile, perché l’atmosfera del salone
era diventata un frullato irrespirabile di odori artificiali violenti.
Però quell’odore li attraversava, era come un filo che partiva
dalle cosce di Eliana e arrivava al mio naso, superando i mille disturbi
della altre stupide puzze. Quando attaccai sulla sua pelle la terza
stellina, Eliana esclamò un “minchia, ma com’è possibile?” che mi annunciò
la vittoria prima ancora che mi togliessi la benda dagli occhi. Ti dirò:
anche la ruffiana e le altre ragazze rimasero molto impressionate!».
«Lo credo», replicò
Sergio, e poi aggiunse pensieroso e vagamente ammirato: «A volte una forte
passione sembra vanificare persino le leggi di natura, rendendo possibili
le cose impossibili».
«Non farla poi tanto
grossa», scherzò Nuto, «alla fine si tratta solo del riconoscimento
dell’odore di una fica, no? Non ho mica sballato la gravitazione
universale o qualche principio della termodinamica!».
«Certo, però è già
abbastanza straordinario».
«Insomma».
«E il premio, un anno di
scopate, l’hai incassato?».
Nuto sorrise di nuovo,
più soddisfatto e più malizioso:
«Ho incassato molto di
più».
«Come?».
«Eliana adesso sta con
me, abbiamo preso casa insieme. Oh, in tutta libertà, intendiamoci: lei
continua a gestire a suo modo la sua vita, la sera va sempre a spogliarsi
nei locali, e va anche alla casa d’appuntamenti, perché non vuole che io
la mantenga: si sentirebbe prigioniera. Però abitiamo insieme, e il motivo
che l’ha indotta ad abitare con me è che mi ama o, se preferisci, è
innamorata di me».
Sergio era davvero
sorpreso:
«Accidenti, questo non
l’avrei detto davvero. Innamorata di te. Dopo tutte le sue esperienze, e
dopo che ti aveva respinto quand’eri innamorato tu».
Nuto allargò le braccia
respirando forte:
«Tutti i timidi
appassionati corteggiamenti erano inutili e sarebbero stati inutili per
sempre, ma la performance di riconoscere il suo odore al buio fra
venti l’ha sedotta, l’ha sedotta di colpo. C’è rimasta presa. E così
adesso io quell’odore me lo sono messo in casa, posso goderne ogni
giorno».
«Non voglio dire una cosa
cattiva», ridacchiò Sergio, «ma temo che adesso te ne stuferai!».
Nuto si strinse nelle
spalle, ancora tutto contento, alzandosi per andare alla cassa del bar a
pagare i succhi:
«Può darsi. Ma per ora ne
godo appieno. E poi lo scrivono persino le rivistine rosa, che la coppia
funziona se il naso è d’accordo, no?».
I due amici si
allontanarono insieme. Era ormai scesa la sera, tutta carica di aromi.
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