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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

     
 
 

Carla MàdLine T. 

Allo specchio, prima di vendermi 

La biancheria, fresca, pulita, la voglio sulla pelle solo di giorno, quando vivo. Di notte, quando mi vendo, non voglio avere nulla. E voglio dare solo il peggio, il mio peggiore peggio. Tanto sono tutti animali, quelli. E lo schifo è il loro ambiente. Metto il rossetto, quello da pochi soldi. Passo il mascara, senza troppa cura, ma abbondante.

 

Foto Darkshine

 
 
 
     
 
 
 

Sono davvero lerci, questi collant: puzzano di bordello senza finestre. E’ insopportabile, il loro tanfo. Eppure non si sono ancora smagliati. Mi resistono addosso, anche loro... Li indosso ancora una volta, stasera. E poi li butto, davvero. Non ho davvero la voglia di metterci le mani, per lavarli. Li tocco solo alla sera, per indossarli; li tocco per un'ultima volta al mattino, per buttarli sul pavimento, nell’angolo lontano. Poi, li butto. Le cose peggiori, per quei maiali! Mi metto le cose peggiori, per loro. E mi frega un cazzo se sono impregnate di mille odori, di chiunque! Fanno parte di un costume, non di me. Io non sono i miei vestiti, no! Ed i miei vestiti, invece, sono la mia corazza, il mio filtro, che cattura tutto il lerciume degli altri, trattenendolo fintanto che è possibile. Così come per le calze, anche per i vestiti faccio lo stesso: li indosso fintanto che il tanfo non diventa vomitevole. Poi, li butto. Non le indosso le mutandine, no. Ho la gonna corta e mi copro l’inguine solo coi collant.

La biancheria, fresca, pulita, la voglio sulla pelle solo di giorno, quando vivo. Di notte, quando mi vendo, non voglio avere nulla. E voglio dare solo il peggio, il mio peggiore peggio. Tanto sono tutti animali, quelli. E lo schifo è il loro ambiente. Metto il rossetto, quello da pochi soldi. Passo il mascara, senza troppa cura, ma abbondante. Mi disegno le sopracciglia con la matita. Le ho tolte tutte, le sopracciglia: trattengono gli odori, quelle. Allora le ho tolte. E vanno benissimo, finte. S'adattano, anche loro. Ora controllo la borsa: uno spazzolino da denti, un tubetto di dentifricio, crema spermicida, una scatola di preservativi, due pacchetti di fazzoletti di carta, il cellulare di scorta. Sì... oltre al resto, al superfluo, c’è tutto quello che mi serve.

Ah... la bottiglia d’acqua! Quella la porto a parte, non devo dimenticarmela. Quella serve per lavarmi, alla meno peggio, nelle pause. Ho provato ad usare le salviettine umidificate, ma sanno di bambini, quelle... e di senso di colpa. Allora è meglio l’acqua, sì. E tanto profumo. Tanto, tanto profumo. L’odore sui vestiti lo sopporto. Quello sulla mia pelle mi fa vomitare. Ed allora lo copro, lo camuffo, lo faccio sparire, con litri di profumo. A quei maiali piace il profumo forte, anche se a raccontarlo alla moglie fanno più fatica, poi.

Mi sistemo il top, nero, scollatissimo. Ho ancora i segni sulla pelle della barba del porco di ieri sera. Stronzo, quello! Ma ha pagato l’extra, tutto, senza battere ciglio. Vaffanculo anche le striature sulla pelle che quello stronzo m'ha lasciato! Tanto, domani, se ne vanno. Se ne vanno, quelle... Devo ricordarmi di strizzarmi i capezzoli, quando esco. Due capezzoli duri che emergono dal top vendono bene un corpo a pagamento.

Ormai sono diventata brava e mi basta poco. Ma devo ricordarmelo, altrimenti non vendo bene, stanotte. E se non vendo, non guadagno. Metto gli stivali, quelli lunghi, con la cerniera interna, quelli col tacco da dieci a punta finissima. Quei maiali amano infilare la mano dentro agli stivali, fino ad arrivarmi alla caviglia con le dita. Non capisco perché, ma me ne frego. Va bene così, no? Va benissimo! Sono mani senza nome, quelle... che m'importa, dopo che la portiera s'è chiusa? Spengo la luce sotto allo specchio. A che mi serviva, poi? Quello che vedo tutte le sere, prima di uscire, è esattamente sempre identico. E lo conosco a memoria. Eppure accendo sempre la luce sotto allo specchio. Sotto allo specchio, non sopra; sotto...

Prendo le chiavi di casa, la borsa e la bottiglia d’acqua. Esco e chiudo la porta. Porto il mio rumore da puttana giù per le scale, dal quarto al piano terra. La macchina è parcheggiata poco lontano... ed il marciapiede si riempie del mio odore d’uccello, di fica e di profumo pesante. Stronzi! Stronzi, voi, che mi guardate di sghimbescio e mi volete fare il culo, pagandomi. Stronze! Stronze, voi, vestite di lavanda, che scopate nei vostri letti candidi con uomini che mi hanno comperata, poco prima, dentro un’utilitaria di merda, senza una sola parola. Vado a vendermi, adesso, per tutta la notte. E vado a comperare chiunque, fino a domattina. A comperare chiunque...