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Senza
di te. Quanta gente ho intorno. Tanta. Una signora mi guarda dal
finestrino della sua auto. Forse è perchè sto cantando a squarciagola. Mi
guarda e poi volta di nuovo il viso puntando il semaforo attraverso il
parabrezza, scuotendo la testa, aggiustando le mani sul volante. Ti penso.
Ti vedo. Mi viene da cantare. Sono banale, penso. Dove sei ora che non sei
distesa accanto a me? Mi colpisce la banalità del mio pensiero, io che mi
delizio nella sottile arte del pensiero raffinato. Sensazioni troppo
semplici, e che diamine! Ma cerco te e tu non ci sei. Chiudo gli occhi e
mi sento vuoto. Cosa ci faccio qui da solo, io, qui, tra questa gente.
Intorno. Tanta. Chiudo gli occhi. Un colpo di clacson, un insulto mi
colpisce, passa attraverso il finestrino. Le tue gambe le ho davanti agli
occhi, lunghe, levigate, leggermente divaricate, abbandonate
nell’inconsapevolezza del sonno, i tuoi piedi nascosti sotto le lenzuola
accatastate ai piedi del letto, la coperta rigata dai ricami che si
appoggia con un lembo sul pavimento, cosa importa il colore di un
semaforo, quanto pesa nella mia vita? Il colore della tua pelle non riesco
a dimenticarlo, l’odore del tuo corpo. Sono stupito, stupito di me e dei
miei pensieri da romanzo di poco conto, mi colpisce la banalità del mio
pensiero, io che mi delizio nella sottile arte del pensiero raffinato.
Eppure questi sono i pensieri che mi vengono, forse perchè sono stanco,
oppure sono solamente vivo e basta, questa è la mia natura, la mia persona
è questa?
Io ora
sono dentro di te, sono ancora dentro di te o, meglio, tu sei tutta
attorno a me e mi raccogli, mi accogli, mi accetti, donna, nutrice,
cuccia, i tuoi capelli nei miei occhi mentre con i tuoi occhi chiusi mi
tiri a te mentre il mio respiro ti soffia sulle ciglia. Penso alla
giornata di lavoro che ho davanti, identica a quella che è stata ieri,
parole, fogli, computer e telefoni, nulla di reale accidenti, nulla di
serio, nulla che porti a te. Almeno costruissi qualcosa di tangibile, le
mie mani fossero sporche di legno, di ferro, di colori, di cera, di malta,
almeno le mie giornate avessero un fine ed un senso, macchè, produco
solamente segnali elettrici e fogli di cellulosa, nulla che cambierà il
colore della mia vita, il senso delle cose, la rotazione del mondo.
Tu dove
sei, perchè non sei qui attorno a me? Il fruscio della tua seta, il suo
colore, chiudere le tende per tenere lontana la luce del sole, il rumore
delle onde. Accidenti mi sembra tutto così banale, così semplice, il sole
e le onde del mare. Eppure questo è quello che ho impetuoso nel cervello.
Il traffico mi spinge come dentro un fiume, mi lascio spingere. Passo col
rosso. Sono dentro di te, sono altrove, mentre mi chiedi di più, e se non
fossi in grado? Ma cosa importa, ora siamo qui assieme e domani altrove,
ci penseremo domani, ora qui e sempre. Passo con il rosso, in fondo non
importa.
Dove
sono ora, che strada è questa? Dove sono? Non lo so, forse con te. Che
pensiero banale, io che mi delizio nella sottile arte del pensiero
raffinato. La schiena mi trasmette sensazioni di te, le tue caviglie sulle
reni, le sento muoversi mentre le tue cosce morbide accarezzano i miei
fianchi, mentre percepisco le tue ginocchia accanto alla mia nuca, il tuo
ventre schiacciato e premuto contro di me, le tue caviglie sulle mie reni.
O è solamente il sedile anatomico dell’auto che mi accarezza, oppure sei
davvero tu? Dove sono? Sono con te, sono decisamente con te, quanta gente
ho intorno. Tanta. Un’altra signora mi guarda dal finestrino della sua
auto, mi guarda e si dà un tono, volta il viso, afferra il volante. Sono
banale, penso. Ma mi piace.
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