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Non l’avevo proprio programmato. Ma eccomi qui, a camminare fra i vicoli
sgangherati, insulsi e maleodoranti di questo paese del cazzo, senza arte,
né parte, mentre zaffate di odori di fritto e di spezie mal mescolate,
sovrapposti al puzzo di fogna, mi sconquassano le narici. A fare lo slalom
tra l’immondizia e gli occhi degli ubriachi senza casa e senza famiglia,
che ondeggiano con la sigaretta accesa fuori dai bar.
Sto ripensando alla nostra ultima discussione, una delle tante. E me la
ripeto, mentalmente, parola per parola.
“Lo sai bene, non è come dici. Ci siamo raccontati un sacco di storie ed
io c’ho sempre creduto. Ora, però, ho capito: niente è mai stato come mi
hai detto e ripetuto. Nemmeno quello che giuravi di sentire e provare,
corrisponde a realtà. E anche oggi ti sono stata inutilmente ad ascoltare.
Come sempre, ho lasciato che mi raccontassi tutte le tue verità mutevoli,
tutte le tue ragioni contraddittorie, col tuo modo divertente di
raccontarle, pervicace nel voler assolutamente credere a tutto quello che
dici. Tu, con il tuo strano senso di giustizia a fisarmonica, impeccabile
nella sua mutevolezza incomprensibile. Tu, con la tua capacità di
memorizzare ogni singolo torto subito, dimenticando invece tutti i danni
compiuti. Ed io, qui, stanca di tutto questo, perché non riesco nemmeno
più a sorridere.”.
Immersa nei pensieri, ho imboccato il vicolo più afoso e puzzolente. E,
finalmente, intorno a me non c’è nessuno e niente, se non il rumore dei
miei tacchi sull’asfalto rovente e lo stridìo monotono e fastidioso delle
cicale in amore. Pare tutto surreale, tanto quanto lo sfumare della
baldanza tipica del mio usuale cliché.
Mentre cammino, in pieno contrasto col caldo esterno, sento a tratti il
sangue raggelarsi. Mi prende un’agitazione crescente, che mi sembra di
riconoscere come paura.
I miei passi si affrettano. E, nello svoltare l’angolo ormai di corsa, mi
volto verso il vicolo, come per allontanare questa stranissima sensazione
d’essere seguita.
-“Ehi, mi scusi... mi può indicare la strada per il Porto? Credo di
essermi perso...”.
Mi giro in avanti. E ti vedo.
Ti conosco.
Ti conosco e ti ho sempre conosciuto.
E’ solo tua quella smorfia di disagio quando devi chiedere un’informazione
per strada; sono solo tue quell’abbronzatura perfetta dopo il tuo abituale
mese e mezzo di vacanze estive, quella camicia distrattamente sbottonata e
quella pelle diafana, leggermente velata di sudore buono.
Io ti conosco forse più di te. E mi fa tenerezza, ora, vederti per la
prima volta dopo allora.
Tu, sorridi.
Tu, mi conosci.
Mi conosci e mi hai sempre conosciuta.
E’ solo mio, il gridarti “Vattene!”, quando dentro scoppia un “Resta...”
pieno di dolore e speranza. Sono solo mie l’impulsività e la capacità
d’averti amato incondizionatamente, oltre ogni limite, per un tempo che
non sai nemmeno ricordare.
Mi viene spontaneo guardare al tuo fianco. Non c’è nessuno...
E cento domande mi girano in testa. Perché sei solo? Non è da te, fare
delle vacanze da solo. Mi avevano detto che avevi una compagna. O forse
due. Perché sei solo, quindi?
-“Cerco anch’io il Porto. E m’ero persa nel vicolo più schifoso di tutto
il paese! Se vuoi, ti accompagno.”.
Sempre così, tra noi: niente preamboli, niente introduzioni, mai saluti.
Come fosse normale incontrarsi a mille chilometri da casa, dopo
inquantificabili giorni e mesi, senza accordi, né appuntamenti, né
programmi. E senza schemi preordinati.
Camminiamo.
Ci sono io, ora, al tuo fianco. Allo stesso modo in cui siamo stati per
tanto affiancati, in mille passioni, azzardi di vento e monsoni possenti.
-“Ho sete...”
-“Ho fame...”
Sarà che con te è sempre stato semplice tutto... sarà che i nostri
desideri decidevano per noi, nello stesso preciso momento... sarà che non
c’è mai stato bisogno di spiegazioni... sarà stato anche quel bicchiere di
troppo, forse, che c’è sempre piaciuto bere in ogni occasione... ma le
gambe mi reggono poco. Ed il mio ondivago ed altalenante senso
dell’orientamento non ci sta portando nella direzione giusta.
Sarà, forse.
Ma questa può essere, invece, la direzione che ho sempre desiderato.
Proprio questa strada e questo momento, mentre mi infili in questo vicolo
cieco. Mentre le tue mani mi afferrano gli avambracci. Mentre le bocche si
uniscono in silenzio, a voler gridare la fine d’una straziante assenza che
passa. Mentre le mie dita ti accarezzano le guance e le tue labbra
indugiano appena sopra al solco dei miei seni.
Sarà che il mio desiderio di te cresce ad ogni centimetro che sfiori. Sarà
che conosci ogni mia vibrazione.
Sarà che ho voglia di te... ed ho voglia finalmente di fare ancora
l’amore, come da tempo non mi capitava.
Sarà che sei dentro di me.... e sono dentro di te, da inquantificabili
anni.
Sarà, forse.
Ma in questo piccolissimo vicolo, perso nei meandri d’un paese del cazzo,
non si fermano più i nostri corpi, che danzano senza sosta, pelle su
pelle. Non si fermano le mani, che si cercano e si accompagnano, complici
ed affamate, alla scoperta delle voglie e dei piaceri di ciascuno.
E non si ferma la tensione dei tuoi muscoli, che mi fanno fremere la
schiena, che mi sollevano le natiche, schiacciano il seno sul tuo petto.
Ed i brividi diventano sempre più intensi. Ed i respiri diventano sempre
più rochi e sempre più veloci.
Ti guardo, mentre sorridi per la tua camicia stropicciata e sbottonata, ti
sistemi i jeans e mi guardi toccarmi tra le cosce, dopo che t’ho urlato in
silenzio l’orgasmo che m’invadeva il corpo e faceva strada al tuo. E
mentre sento il tuo calore colarmi tra le dita, il nodo in gola si stringe
di più.
Vorrei dirti “Resta...”. Ed invece dico “Vai”, con un filo di voce che
vibra di dolore senza speranza. Perché è sempre così, che finisce tra noi.
Immancabilmente sempre così.
Guardo la tua nave allontanarsi. E mi rimprovero di non averti salutato,
di non averti abbracciato, di non averti trattenuto. Di non averti di
nuovo più.
E chissà se stavolta sei un po’ commosso. Chissà se hai dovuto mettere le
mani in tasca per cercare un fazzoletto ed hai trovato, invece, le mie
mutandine. Chissà.
Così, ora, me ne vado. Libera più di prima, in compagnia della mia gonna
madida e svolazzante.
Senza di lui, senza di te.
Senza nessuno, ma con me stessa. Tra i vicoli sgangherati d’un paese del
cazzo dove ho ancora fatto l’amore.
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