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Avevo diciassette anni quando decisi di morire.
Volevo qualcosa di strabiliante, pari alla
mia personalità da prima donna, alle poesie che scrivevo; volevo morire
come le rockstars che amavo a quel tempo. Ci voleva una overdose!
In famiglia venivo solo criticata per
i vestiti da vampira punk che indossavo, non mi ascoltava mai nessuno,
si soffermavano sui teschi disegnati sulla carta e non leggevano le
parole che scrivevo.
Odiavo il mio corpo.
Ero bulimica da anni e mi vedevo sempre
grassa, sebbene le persone mi vedessero magra; per questo non ebbi molti
problemi a farmi toccare da un uomo. Avevo paura di venire giudicata
brutta. Con i loro sguardi sembravano sempre mangiarmi, mentre io… io non
ero mai sazia.
La bulimia è un’insoddisfazione personale che arriva quando ti
addentri nel sogno sbagliato.
Soluzione: cambiare sogno.
Come lo spiego oggi è riduttivo. Perché ho
superato il problema in un modo assolutamente atipico, attraverso la
droga.
Fu anche nello stesso periodo che mi
avvicinai alle donne; mi veniva più facile.
Iniziai a farmi le ragazze e, uccidevo
l’imbarazzo di fare sesso, con quel veleno dal sapore orribile, chiamato
alcol.
Erano tutte belle, quelle che sceglievo o,
perlomeno, lo erano sotto l’ effetto dell’alcol. Amavo le donne e non
dovevo essere, poi così brutta, se a volte riuscivo a convertire qualche
devota al fallo: le etero convinte, fidanzate da cento anni.
Il fatto è che la donna è curiosa e molto
più portata per l’ignoto e l’intraprendenza sessuale degli uomini.
Me ne facevo anche due o tre alla
volta, più ne avevo più mi divertivo a farle venire. Il patto era che
loro potevano fare tutto tranne penetrarmi in qualsiasi modo; a loro
sembrava una scelta da vera lesbica, in realtà ero vergine e ci tenevo a
rimanere tale, non lo so perché.
Mi leccavano le cosce, mi mordevano i
polsi, mi infilavano la lingua nell’ ano, mi stringevano i capezzoli tra i
denti e ci colavano sopra cera da candelabri, la leccavano e ci stavano
contemporaneamente una, due, tre, anche quattro lingue affusolate che solo
le donne hanno, me la baciavano come fosse un fiore fragile e delicato,
un’orchidea rarissima ma che aveva tanto bisogno di bagnarsi…
A volte ero dominata, altre la dominatrice.
Dopo molti preliminari, le facevo venire
con un particolare movimento con le dita: le succhiavo e poi, fradice
della mia saliva le mettevo qualche millimetro al di sopra del clitoride e
iniziavo a fare su e giù, come una piccola sega al loro piccolo pene,
variavo la pressione aumentandola poco a poco, poi muovevo in circolo
fino all’ orgasmo assicurato, oh!
Fare sesso con me e le donne che
sceglievo, e volevano, non era un semplice toccarsi e godere, era un
sogno, una situazione estemporanea alla vita quotidiana, senza identità
individuali, ma qualcosa come un quadro dove ogni elemento fa parte del
dipinto nella sua unità; un Monet en plein air, dove il fiume miscela con
la tecnica del pointillage il suo colore alle magnolie e, con la brezza,
lo stesso colore si sposa alla passeggiata di una signora.
Cambiavo una ragazza ogni sera, mi
eccitava vederle ansimare, avere un’espressione quasi di sofferenza mentre
godevano, sapere esattamente dove toccarle e sentirle bagnare, lasciando
le mie mani e la bocca inzuppate del loro piacere.
L’odore che esalavano le loro fiche era di
gamberetto fresco, proprio come diceva Verlaine nelle sue poesie erotiche
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