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Aveva
ancora il profumo delle rose nelle mani, quando la lasciai. Quel leggero
sfioramento di pelle, mi aveva lasciato una tale tristezza, eppure poche
ore prima era con me. L’avevo sotto alle mie mani, e al mio corpo.
Venezia biennale 2009, incontrai lì i suoi occhi blu, si intrecciarono
immediatamente con i miei guardando la stessa opera. Ci avvicinammo in
silenzio l’una all’altra come due gatte, un attimo di sguardi e ci
sfiorammo le mani. Un brivido percorse la mia schiena, capii subito che
era un’anima che desideravo.
Prenderla e portarla via, ma lei? Lei mi
guardava intimidita e incuriosita, ma seguiva i miei movimenti, i miei
cenni, la scena era mia, dominavo il suo pensiero che sentivo forte e
chiaro. Identico al mio.
Le presi la mano, la portai all’esterno, il silenzio era il nostro
alleato, come un complice assassino di quelle ore, di quella giornata
iniziata in modo strano.
Mi strinse una mano come per fermarmi, la guardai.
Alta, magra, occhi color cobalto, si accese una sigaretta, fissai le sue
mani, bellissime, sensuali ed erotiche, i suoi polsi, la mia mania,
prenderli e stringerli, prenderli e legarli dolcemente.
Non sapevo il suo nome, non sapevo
nulla,sapevo solo che la volevo, quanto lei voleva me.
E questo silenzio ricco di parole e profumi, questo silenzio come un
macigno di panna, da mangiarle addosso, da leccare, e da gustare.
Pensai che volevo a tutti i costi sentire il suo sapore, le ripresi la
mano, la portai vicino ad un parco, mi guardava con aria interrogativa ma
sempre in silenzio mi veniva appresso.
Ci potevano vedere, persone, esseri umani pensanti che camminavo di qua e
di là, non era il posto adatto. Mi ci voleva tempo e calma per poterla
inglobare dentro di me.
Hotel.
Camera bellissima, entrammo…
L’amico
silenzio era seduto su una poltrona accanto a noi, aspettava con diligenza
le nostre mosse, avrebbe potuto raccontare poi alla fine questa storia.
Era in piedi davanti a me, la feci sedere sulla sponda del letto, io
rimasi diritta come un soldatino per spogliarla, mi inebriava quel profumo
di rose che continuavo a sentire.
Le sfilai lentamente l’abito che indossava, sotto un intimo molto
seducente di pizzo bianco e nero, risaltava la pelle abbronzata. Mi
inginocchiai, lentamente le tolsi gli slip, le accarezzai le lunghe gambe
magre, e mi feci strada dapprima con le dita come a cercare un piccolo
tesoro perduto chissà da quanto, poi con le labbra percorsi quel sentiero
che sarebbero arrivato dove avrei sentito finalmente il profumo, e il
sapore che volevo dall’inizio.
Lingua.
La mia punta, cerchi concentrici sul suo clitoride, la senti ansimare,
mentre si era sdraiata, potevo vedere il suo viso e le sue mani che
stringevano le lenzuola.
Mi mise le gambe sopra le spalle, tenevo le sue gambe in un equilibrio
perfetto, l’amico silenzio mi guardava, ogni tanto strizzava l’occhiolino,
il tempo era ovattato, dilatato.
Sapore dolciastro.
Un cuore di panna stava per venire.
Con me, sulla mia lingua.
Eccola, ecco lentamente il suo orgasmo di panna, morbido, sensuale,
femmineo.
Piano i suoi gemiti, piano le sue movenze quasi avesse timore che potessi
smettere.
Non lo feci, l’ebbi così, avevo fame di panna e di color cobalto.
Di pelle bronzo e di gambe lunghe.
Non avevo mangiato quando arrivai alla Biennale, sentivo lo stomaco
gorgogliare e la testa vacillare.
Desiderio di femmina.
Di dolce.
Avevo scelto giusto.
Rose, panna e cobalto.
Un piatto prelibato.
Rose, vaniglia e cioccolato. Ora per me. |
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