|
Quando tornai a casa, mi
resi conto di essere fradicia sino alle ossa.
La chioma perfetta sino a poche ore prima, era un intreccio di riccioli
crespi, spettinati e da afro-cubana. Il trucco altrettanto perfetto e
curato in ogni minimo dettaglio: colato, scivolato via dalla mia pelle e
dalla mia anima.Mi guardai allo specchio e vidi il mio sguardo perdersi
dentro a quel pezzo di vetro che rifletteva un’immagine distorta di me. E
tutto questo per un appuntamento, un incontro con una donna che tra
l’altro non conoscevo,avevo solo intravisto e sentito un paio di volte
telefonicamente. Voce molto gradevole, perfetto italiano, seppi più tardi
che era di origine brasiliana.
Un rendez-vous quasi al
buio, ma quell’oscurità se ne andò quando vidi i suoi occhi verdi brillare
dentro ai miei. Mi fece balzare il cuore in petto. Tachicardica. Aveva i
capelli ricci, scuri, gli occhi profumavano di una terra lontana. Era la
donna più bella che avessi mai visto in vita mia. Mi sorrise e velocemente
entrò nella mia auto, il suo profumo s’impregnò nella tappezzeria dei
sedili, nell’abitacolo tutto sapeva di lei. Poco dopo i vetri furono
completamente annebbiati dal nostro respiro. Per un attimo rimasi
spiazzata da tanta bellezza, una bellezza violenta che avrebbe potuto
farmi molto male, l’avevo intuito subito appena vista. Avrebbe potuto
portarmi dalle stelle alle stalle, se solo il mio cuore le avesse dato uno
spazio che non ho mai voluto darle. Pelle morbida, liscia, chiara, cuore
giovane, aria snob, fisico mozzafiato. Appuntamento al buio con il sole
dentro.
Vecchio palazzo, appartamento antico, letto grande e accogliente, giorni
in un alcova, passione e sesso,sesso e passione. Non capivo più se il
tempo si fosse fermato o fosse volato via. Sempre addosso a me, come un
animale, una calamita, un collante per aggiustare i pezzi di un puzzle.
Era lei il pezzo
mancante? Erano quegli occhi che mi trapassavano il sangue che dovevano
arrivare sino a qui? Arrivare per rimanere, o arrivare per andare.
Silenzio, nessuna risposta, il mio cervello e il mio corpo tacevano. Era
arrivata per farmi voltare pagina, o solo per scrivere l’ennesimo breve
capitolo della mia esistenza? La pagina era bianca, in quel preciso
momento aveva il suo nome,ma poi? Il giorno dopo? Lo stesso nome?
Scacciavo il pensiero e mi godevo quel momento, nessuno poteva rubarmelo,
vissuto e divorato, non lo dimenticherò.
Lei era la donna più bella che avessi visto in vita mia.
Lei fu un appuntamento al buio con il sole dentro.
Lei il collante del mio puzzle.
Lei il mio nuovo profumo.
Lei il silenzio della passione.
Lei il rumore di una tempesta ormonale.
Lei e quel letto.
Lei e il mio “ non mi è dato di sapere”.
L’antica dimora odorava di lei e della mia musica, dei miei e suoi occhi,
di sguardi complici e penetranti. Non avevo idea da dove fosse uscita, non
ricordavo nemmeno come l’avessi veramente conosciuta, ma l’avevo sentita
arrivare da me. Non temevo la sua presenza, ne ero incuriosita,osservavo
da lontano un essere umano che sapevo sarebbe stato mio anche se per poco.
Strana sensazione, una piuma sulla pelle, un fuoco sulle labbra. Fare
l’amore con lei per giorni era stato un tempo rubato alla vita quotidiana,
un tempo colorato, divino, sublime, allegro, alcolico, giovane e infinito.
Era come se fossi salita su una mongolfiera per toccare il cielo con il
viso. Era un fiore fresco,arrivata a primavera, sbocciata tra le mie
braccia e con la sua bocca dentro di me. Un fiore che non si mescolava con
nessun altro, unico, e particolare.
Singolare, femminile.
Femminile, femmina.
Femmina, Donna.
Donna, Amante.
Amante Mia.
Giorni numero quattro.
Mia.
Aggettivo possessivo.
Possessivo, Definitivo.
Definitivo, Chiuso.
|
|