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Siamo mai davvero soli
con noi stessi?
A volte mi pare che anche le cose mi osservino, che ridano di me, dei miei
sussurri, dei miei pensieri.
Anche questa stanza d’albergo, con quell’odore di disinfettante
industriale, con le lenzuola dure che ti si attaccano addosso, le finestre
quadrate e quella penombra senza toni.
Mi ascolta.
Ho mangiato troppo come al solito, e come ogni volta me ne sono pentita
dopo.
Ho vomitato tutto.
Mangio esattamente come vivo.
Il mio istinto si sfama velocemente, violentemente, ciecamente, annulla i
perché, i forse, i se.
E una volta sazio vorrebbe solo tornare ad avere fame.
Sono le due del pomeriggio. Mancano otto ore prima che inizi il lavoro.
Il mio lavoro.
Che cosa fai nella vita, Deva?
Io sono una performer.
PERFORMER.
Che parola importante, suona cosi’ bene, e poi ha un’aria cosi artistica.
Si, dev’essere senza dubbio un bel mestiere.
Alle dieci entrerò nel locale e poi nel camerino, e mi metterò tre strati
di cerone per coprire i difetti, mi truccherò gli occhi di nero pesante,
mi spalmerò la crema per il corpo e mi bagnerò del profumo dolce che ho
sempre amato.
Indosserò le autoreggenti, i tacchi alti venti centimetri, l’abito corto e
trasparente.
Cercherò di pettinarmi i capelli e di essere più bella che posso.
Mi farò le labbra rosse, alla fine però, altrimenti il rossetto sbava.
Alle undici salirò sul palco, mi siederò sul letto rotondo insieme alle
altre ragazze ad aspettare.
Aspettare che si apra la tenda.
Aspettare che dicano il mio nome.
Deva.
Ecco a voi Deva.
I clienti sono sempre seduti di fronte alla pedana, sui divanetti rossi e
sporchi, con i loro bicchieri in mano.
Per me le loro facce sono tutte uguali.
Ci guardano e ridacchiano tra loro, parlottano come le vecchiette al
mercato davanti ad un cesto di frutta, questa è bella rossa, no, quest’altra
è troppo matura.
E come loro tastano per scegliere.
Dicono ancora: Tra di voi Deva.
E’ il mio momento, scendo dal palco e vado da un cliente.
A volte li scruto attentamente per cercare di capire quale pollo spennare,
spesso vado semplicemente a caso.
Il più delle volte non voglio pensare.
Le azioni sono quasi meccaniche, mi siedo accanto, gli parlo negli
orecchi, faccio la carina, lui allunga le mani.
Ogni sera, quando sono al di là di quel sipario rosso, quando scendo dalla
pedana bianca, quando cammino tra quelle persone, vorrei poter tacere.
Vorrei non sforzarmi di essere loquace, spiritosa, sensuale.
Vorrei non dover accarezzare volti estranei e sentire parole viziate.
Ma non posso.
Allora bevo.
Bevo più che posso, alcolici, superalcolici, sino a quando il grido della
mia coscienza diventa solo un sordo ronzio e cosi posso fare il mio
lavoro.
Ce l ho fatta. Riesco a convincerlo a venire di là.
Va a pagare e torna.
Attraversiamo insieme la sala.
L’addetto alla casa segna il mio ingresso.
Andiamo ancora, dietro le tendine color porpora, e la luce verde diventa
rossa.
- Stappiamo la bottiglia?
Ma so già che lui non vuole bere.
Vuole toccarmi il più possibile prima che passino i dieci minuti.
Vuole soddisfarsi con la stessa foga di un bambino che per la prima volta
stringe tra le mani un giocattolo nuovo.
Quando non sono ubriaca in privè non parlo mai.
Mi spoglio e cerco di tenere le loro mani lontane da me.
Guardo la luce rossa come ipnotizzata, e credo di non avere mai desiderato
cosi intensamente qualcosa come che quella luce ridiventi verde.
Passo i minuti seduta su di lui sfregando il mio corpo contro il suo.
Gli do la schiena per non dover fingere anche col volto. Se posso a volte
me lo risparmio.
Le loro mani sono un incubo.
Ho sviluppato dei riflessi incredibili per frenarle.
A volte fingo di cadere, a volte mi sposto sinuosa per non farmi capire, a
volte farnetico sul fatto che non sono una ragazza facile, nonostante
tutto.
Non mi tolgo mai le mutandine.
Non voglio le infezioni.
Non voglio le loro mani.
Non voglio le loro voci.
Non voglio essere qui.
Performer.
Già, un tempo lo facevo davvero, sapete.
In bei posti, circoli culturali, eventi, discoteche.
Ora invece, proprio qui faccio il mio spettacolo ogni sera, ed è l’unico
momento in cui sono felice.
Do forma alle mie ispirazioni che per fortuna ancora esistono ed esorcizzo
tutti i miei demoni in quei dieci minuti.
Metto la mia anima in quello che faccio.
Anche per 25 euro. Anche in un posto così.
Quando il mio numero finisce e torno in sala mi riempiono di complimenti.
Quanto sei brava. Sei un'artista. E mentre lo dicono mi toccano il sedere.
Io non voglio i vostri complimenti, non voglio il vostro finto
interessamento e le vostre frasi senza senso.
Non voglio regalarvi le mie notti e i mie sorrisi, non voglio darvi
nemmeno un frammento di questa donna che per voi è solo carne calda nella
quale affondare le vostre sconfitte.
Vorrei solo scappare.
Lontano, lontano e ancora di più.
E invece Deva, l’artista, ammicca, ancheggia, e va dietro le tendine
coloro porpora. Ancora e ancora.
Ma non stasera.
Adesso è tempo di cambiare.
Sarà proprio nel luogo dove è marcita la sua anima e il suo corpo, e non
potendo lei stessa lavare le macchie, c’è chi lo farà per lei.
La corda trasformerà la meretrice in un nido per vermi, e quando si aprirà
il sipario, le forme che il suo corpo appeso, oscillando, prenderà,
regaleranno finalmente ai vostri occhi una danza di pura arte.
(Angellore)
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