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Riflessa nello specchio
appannato, continuo a fissare la mia immagine.
Il sorriso spento, improvvisamente. Una fiammella di candela in balia del
vento, che muore di colpo, senza preavviso, lasciandoti nelle tenebre più
cupe dei pensieri più estranei e dolorosi. Gli occhi vuoti che fissano il
nulla davanti a sé, guardando inespressivi, il riflesso di un volto che
nemmeno riconoscono per proprio, cercando l'immagine di qualcosa, senza
trovarla più.
Tutto è istantaneamente diverso, ammantato da una nebbia che non so da
dove provenga, che non riesco a capire, un vapore estraneo e caustico che
scotta le mie narici, mentre convulsamente cerco di inspirare con polmoni
irritati, ritratti e che rendono dolente il petto. Eppure fino a qualche
secondo fa stavo facendo il bagno, avevo voglia di te, ti stavo pensando
….e allora?
Cosa è successo? Dove
sono? Perché non capisco nemmeno più dove sono, ora, mentre questo torpore
improvviso avvolge la mia mente, bloccando tutti i pensieri e il gelo
scorre come veleno nelle mie vene immobili, rendendomi debole al punto che
devo appoggiarmi al lavandino per non cadere.
Ma non è stanchezza. E la mia mente vacillante cerca un alibi, perché il
colpo è troppo forte, perché non riesco ad accettare, perché non voglio
capire il significato delle parole che sto sentendo, senza più ascoltarle
veramente.
Solo un gioco, si era
detto.
Solo un gioco, mi ero detta.
Solo un gioco, aveva raccontato la mia mente alla mia anima, convincendola
a lasciarsi andare, in quel pomeriggio di baci e passione, mentre parole
leggere rimanevano intrappolate in gola, senza più trovare una via
d'uscita che le portasse fuori dal labirinto oscuro del cuore.
E allora perché fa’ così male, perché solo ora?
Perché l'agitazione mi pervade ostile, frenetica e convulsa, mentre fumo
sigarette che ammorbano l'aria stagnante,con volute sottili come stiletti
di ghiaccio intrecciati nei miei pensieri più improbabili e nascosti?
Perché solo adesso, parole mai dette prima, si trasformano in macigni
acuminati che lapidano con violenza ogni dignità e pudore, scagliandosi
contro quella che un tempo credevo una corazza di acciaio indistruttibile
e che ora improvvisamente ha la consistenza della mia pelle nuda ?
Non credo che morirò. Non ora. Non oggi.
Eppure mi sento ferita
a morte. Dilaniata da uno strale che ha colpito chi mi aveva distante. Un
dolore acuto che non riesco a sopportare e che mi fa mordere le labbra a
sangue per non emettere l’urlo folle che sento montare dal profondo
dell’anima.
Chissà. Chissà in quali profondità ti ha colpito l'assenza di me, mentre
girando senza meta, attendevi il suono familiare di un pensiero che
prendeva forma nella realtà. Un suono che avrebbe accompagnato la mia
presenza, mentre in quel pomeriggio di un giorno qualunque, tu fuggivi
lontano per poter stare con me.
Paura? Non lo so. Non credo. Credo che si trattasse semplicemente di
disillusione, il cancro del cuore che pian piano fa’ apparire falso anche
il più puro dei sentimenti. O forse, sono semplicemente io che il cuore
non ce l'ho più. Consunto e divorato dal male, poco a poco si è dissolto
nel mio petto, lasciando solo un vuoto, fatto di tristezza e rassegnazione
che continuo a respirare riempiendo il vuoto lasciato da te.
Nero labirinto, dove io
stessa dibattendomi ora, perdo completamente la ragione, urlando fra
lacrime folli e asciutte, per qualcosa che mi è stato tolto, strappato
come carne viva, mentre il dolore lancinante divampa nelle inutili
preghiere che rivolgo non so più a chi, versando solo sale sulle ferite,
persa nel silenzio assordante che mi circonda. Perché non c’è nessuno qui
ad ascoltarmi ora, nessuno a lenire il mio dolore, nessuno ad aiutare o a
cancellare il passato con un colpo di spugna riportandomi indietro ,
quando ancora conoscevo il significato della parola amore, pur non
sapendolo. Nessuno più. Perché oramai anche io sono diventata nessuno, un
nome, forse un codice, un numero così simile al mio da sovrastarmi,da
dannarmi nella coscienza di un destino che si replica all'infinito e senza
rimedio, mentre sciocche teorie numeriche mi dimostrano che il percorso è
già segnato e che non vi è modo di intraprenderne un altro evitando il
dolore. Un numero, una sigla che strappa il cuore in mille coriandoli,
uccidendomi senza possibilità di rinascita, al prezzo di una medaglia di
latta che finirà persa nella soffitta di chissà chi, fra cianfrusaglie
inutili come le mille frasi cattive che ci siamo detti litigando, quando
non riuscivamo più a capirci, pur parlando della medesima cosa.
E piango sai.
Un tempo credevo di essere diversa. Più forte.
Credevo di poter rinascere dalle mie ceneri.
E forse in passato ci sono riuscita, ma non so, se anche ora ci riuscirò.
Non credo, anche se provo a passare oltre, cercando di contenere il male.
Mordo le labbra più forte, distraendomi nel bruciore urente dell’osso che
penetra la carne, mentre il sangue fermo nelle mie vene fredde, comincia
lentamente a sgorgare, supplendo alle lacrime che non riesco ancora a
piangere.
Non ci riesco.
Fumando osservo dalla vetrata del nulla, il mare dei miei pensieri in
tempesta. Burrascoso come nei libri più amati, imponente e pauroso, tutto
distrugge, anche il pensiero più razionale, la frase più adatta, la scusa
più plausibile a queste lacrime asciutte che non vogliono scendere dagli
occhi, ma che graffiano il cuore dilaniandolo in strisce, talmente
brucianti, da togliere il fiato.
Ecco una nave e mentre la caccia impetuosa al sogno oramai irrealizzabile
si estingue, lentamente ed inesorabilmente, fra la dimensione intermedia
al sogno e alla realtà, capisco finalmente cosa sei per me.
Solo ora.
Non mi credi?
Eppure è andata così,
Davvero.
Anche se tu non ci credi.
Anche se non mi crederai mai. Ovunque tu sia amore mio.
Non avevo capito e ti avevo dimenticato. Relegato e sperso in mezzo a
miriadi di nomi maschili che affollano le sale perennemente addobbate
della mia inguaribile solitudine quotidiana, mentre cercavo di
sopravvivere all'obbligo del dovere e dell'onore che oramai sin troppe
volte mi sono resa conto di aver perso per sempre, o ancor peggio, di non
aver mai avuto.
Abbandonata nel mio letto, sfatto da mille pensieri senza senso, non avevo
capito.
Talvolta succede.
Talvolta capita che una donna sentendosi stanca di veder maltrattati i
propri sentimenti veri, non trovi di meglio da fare che passare al
contrattacco trasformandosi da vittima a carnefice, ignorando volutamente
o no, quanto di buono un cuore maschile abbia da offrire, nella realtà o
nella fantasia.
Ed è questo che stavo facendo io, che tu lo sappia o no.
Di nuovo bella. Di nuovo apprezzata per quella che sono.
Una donna. Non un riempitivo. Non l'illusione di un effimero istante più
vuoto di un languore mattutino, mentre mi baci appassionato, perché sai
già che fra qualche ora dovrai fuggire nuovamente, nel pericolo, nella
notte, nel nulla, senza neppure un arrivederci o un addio, perché il gioco
è anche…. che non si sa mai.
Anche se non ci si pensa.
Di nuovo viva. Di nuovo io.
Un bagno caldo, profumato di pesca, con la schiuma che accarezza la pelle,
come mani che si insinuano alla ricerca del piacere intimo che ho
nascosto, che voglio offrire, perché l'ora è tarda, mio marito è lontano e
io sto pensando che domani, al posto dell'amante che ho scelto, sarebbe
così bello, se invece ci fossi tu.
Non ha il tuo volto lui.
Ma tu non hai volto, non più per me.
Al pari di un fantasma, ti insinui nelle pieghe della mia pelle profumata
di frutta, mentre sospiro riempiendomi le narici del tuo odore mascolino
che così tante volte, da quando sei partito, ho immaginato frammisto al
mio respiro. E piango.
Piango, come allora, mentre scivolando nell'acqua con me, dolce e
imponente, accarezzandomi le cosce e gridando il tuo piacere nella mia
bocca, mi hai detto per la prima volta, ti amo.
Piango, come l'ultima
mattina, quando nuda sul tuo letto, ho sentito le tue labbra posarsi sulla
mia schiena, con la lingua che scendendo si insinuava verso la fonte del
mio piacere più dolce, ed io, fra lacrime mai piante, bevevo il tuo caffè,
frammisto a singhiozzi di risa convulse, mentre tu, fra un morso e
l'altro, parlavi alle mie natiche umide di piacere e con la pelle d'oca,
sussurrando quanto erano belle.
Piango come allora, mentre facevi la valigia, quando ti ho visto per
quello che eri veramente, tu, un uomo normale che mette l'antibiotico in
valigia perché ha il timore del mal di denti e forse non riflette nemmeno
su dove in realtà stia andando e su cosa dovrà affrontare.
Chissà, cosa hai fatto quel giorno, poi.
Ma preferisco non saperlo. Lacrime e sangue hanno accompagnato sin troppo
spesso il tuo cammino, mentre portando pace per lavoro, talvolta regalavi
per dovere, anche la morte.
Ho avuto paura, questo sì. Tante e tante volte al punto da sciacquarmi
l'anima con lacrime inestinguibili che hanno rigato e segnato la mia
bellezza nel corso degli anni.
Mi sono sentita traditrice ad abbandonarti, perché in fondo siamo entrambi
plasmati della stessa sostanza, anche se i nostri percorsi sono diversi.
Anche se tu non lo sai. Perché sono tante le cose che non sai di me, che
io non ti ho mai detto, che non potrò dirti più.
Avrei voluto chiamarti, non sai quanto, mentre tu laggiù perso fra rocce e
papaveri sotto il sole cocente, cercavi di dare un senso alla nostra
lontananza.
Ma mi è mancato il
coraggio, perché così avrei rivelato al mondo il nostro amore e allora
sarebbe stato ancora più pericoloso e difficile, anche se forse in realtà,
chi ama davvero, questi pericoli li corre comunque, col sorriso
dell'incoscienza fanciulla.
Ma forse non era neppure mancanza di coraggio, bensì solo questo maledetto
intelletto che si frappone ogniqualvolta vorrei essere normale, facendo
finta di essere un'altra, più fragile e più indifesa, che null'altro ha da
offrire al proprio uomo, se non il pranzo o la cena, ripieni d'amore e
rispetto.
Ma non sono così. Io non sono così. E tu lo hai sempre saputo. Forse per
questo, ti sei innamorato di me in quel pomeriggio d'estate, mentre
accaldato rincorrevi il comandante.
Forse per questo, hai rubato ogni attimo che era possibile sottrarre a
questo tempo maledetto, che scorre trascinando via ogni cosa bella che
esiste, solo per trasformarla in un mare di putridume e morte.
E mi piacevi in divisa. Anche se non te l’ho mai detto. Mi piacevi così
tanto, che mi si gonfiava il cuore di nostalgia a vederti partire ogni
volta, quasi che fossi un ladro, in piena notte, perché è così che
funzionano le regole del gioco.
Ma non voglio pensare.
Non riesco a pensare. Non adesso. Non ora, che gli occhi di questa donna
che non riesco più a riconoscere, mi guardano da un riflesso di morte,
mentre il telegiornale continua a elargire particolari che non voglio
ascoltare, che non voglio sapere, perché ogni frase mi uccide, ed io, non
riesco neppure a piangere da quanto male mi fa.
Non voglio pensare,
perché l'unica cosa che mi viene in mente ora, è il tuo sorriso mentre
scherzavamo sul grado di abbronzatura che avresti raggiunto prima di
tornare a casa. Non voglio pensare, perché da qualche parte, dentro questa
donna silente che si fissa davanti allo specchio, c'è una pazza che sta
urlando in preda al dolore più cupo e che vorrebbe raggiungerti subito,
ovunque tu sia.
Non voglio pensare.
Non voglio rispondere a questo maledetto telefono che squilla,
impropriamente, in una casa non tua.
Non voglio particolari. Non voglio conferme.
Rivorrei solo te.
Qui.
Ora.
Come in un gioco.
Un gioco dove la morte non esiste più. Dove nulla è mai accaduto.
Un luogo, al di fuori del tempo e dello spazio, dove tu, sei di nuovo qui
con me a sorridere del nulla, mentre io, baciando le tue labbra morbide,
mi accoccolo fra le tue braccia, per addormentarmi come una bambina e non
dovermi svegliare mai più.
Solo questo.
Solo un gioco.
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