Dubitare di tutto o
credere a tutto sono due soluzioni
ugualmente comode che ci dispensano, l'una
come l'altra, dal riflettere. (Jules-Henri
Poincaré)
Osservando il lago dall'immensa vetrata a
strapiombo, non avevo più memoria di dove
fosse il limite che un tempo mi ero imposta
per non soffrire di nuovo. Il male che avevo
provato tanti anni prima non era
paragonabile a nulla, se non alla cupa
sensazione di un veleno paralizzante che per
immemorabile tempo mi aveva anestetizzata,
fissando pensieri ed emozioni in cristalli
di ghiaccio ribollente e costringendomi
senza voglia alla ricerca di frammenti di
vita da incollare senza perizia, solo per
andare avanti.
Istinto di conservazione. Forza d’animo.
Determinazione a non arrendersi mai. Ma
tanta, tantissima inesauribile infelicità
unita ad una inspiegabile sfortuna, degna di
un romanzo d’appendice.
L'orizzonte si stagliava netto contro le
montagne innevate, mentre lattea e
indistinta, una nebbiolina leggera
sovrastava le acque rendendole quasi
invisibili. Non sentivo il rumore delle
onde, anche se sapevo che c’erano. Non
sapevo cosa si nascondesse in quelle
profondità. Per quanto potessi e volessi
immaginare, poteva esserci l’albero della
vita lì sotto dav anti a me e io non sarei
riuscita a vederlo. Forse laggiù c’era la
mia anima, incatenata e nascosta come zolla
di eden sommersa, nell’ignoto di una
dimensione parallela, dalla quale voleva
disperatamente uscire e farsi scoprire
uscendo alla luce. Sapevo che forse non si
sarebbe liberata mai. Il dolore a volte è
più forte di mille catene che radicano nel
cuore e non è con la volontà che si riescono
a spezzare. Non si può decidere di amare
qualcuno, solo perché lo si vuole o perché
quella persona lo merita. L’amore è cosa
strana, libera come sogno, che
improvvisamente sboccia nell’anima,
travolgendo ogni pensiero razionale e ogni
saggezza delle precedenti esperienze.
Il
male che avevo subito forse era stato
eccessivo. Forse ero morta ancora all’epoca
senza accorgermene, anche se il corpo aveva
continuato a sopravvivere, respirando per
pura inerzia. Forse per questo, di giorno in
giorno, il mio sguardo si fissava fra tratti
tesi a sorridere senza gioia, mentre labbra
insensibili baciavano carni fredde,
sussurrando parole d’amore, false come un
copione mal interpretato.
Uomini, donne, comparse di vita, tese a
placare la fame del corpo, mentre quella del
cuore restava silente ed immota, divorando
l’anima ora pe r ora. Sesso come cibo. Per
illusione di esistere ed auto costrizione ad
andare avanti.
Bisogno di famiglia, per placare il dolore
che si snodava nel pianto solitario e
violento, di chi il cuore se lo è visto
strappare come carne viva dal petto, per
sempre.
Determinazione a sopravvivere ad ogni costo,
ad ogni disgrazia, ad ogni avvenimento
improvviso e senza un perché.
Niente lamentele, niente rimorsi, né
semplice felicità.
A
chi combatte ogni giorno per convincersi di
esistere ancora, la felicità è negata.
Ma
non in questo momento. Non ora.
In
questo albergo dimenticato dal mondo, dove
destini estranei finalmente affrontandosi
stavano mutando l’essenza dei sogni,
spaziando fra labirinti di un tempo passato
che forse stava trovando l’ unica via di
salvezza, nella luce calda del sole.
Un
luogo irraggiungibile, inaffrontabile anche
dai più temerari, ma non da chi , nella
totale ed insensata follia d’amore, poteva
aver deciso di saziare l’anima affamata di
vendetta, offrendo come olocausto cosciente
la propria intera esistenza e mettendo sul
piatto delle offerte il proprio cuore
spezzato.
Il
silenzio abbracciava ogni cosa, mentre
l'edificio oramai prossimo alla chiusura,
pareva pregustare il sonno invernale,
abbandonandosi dolcemente al profumo di
lenzuola fresche e di stanze pulite ,
sognando future stagioni di vita, ricolme di
brusii e risate.
Anche noi due, mangiavamo in silenzio.
Profondamente assorti nei pensieri di frasi
mai dette che volevano uscire da labbra
immobili, mentre il silenzio continuava a
regnare sovrano.
Ma
non c'era tensione, non c'era paura, solo un
placido benessere accogliente, di quelli
protettivi che ti avvolgono sereni come un
abbraccio d'amore che dolcemente ti culla.
Quando il silenzio è giusto, perché è
l’anima che parla e non si ha necessità di
altri suoni che colmino spazi, perché le
distanze non esistono. Tranquillità. Forse
per l’unica volta nella mia vita, stavo
capendone il significato. La pace
dell’anima. La capacità dell’amore di farti
vivere nell’anima di chi ami. Senza paure.
Senza timori. Solo tranquillità.
Un
seme che crescendo, lentamente diventa
albero. Un albero che diviene anima.
Un’anima unica. Per tutti e due. Senza
premeditazione. Senza programmi.
Che
cosa meravigliosamente strana ed
imprevedibile che è l’amore.
Che
cosa meravigliosamente strana ed
imprevedibile che è l’odio.
Quanto si assomigliavano in questo momento,
mentre ognuno assorto nei rispettivi
pensieri, viveva la realizzazione del
proprio sogno proibito.
Fra
un boccone e l'altro io lo osservavo, con la
curiosità che nel tempo mi aveva inseguito
accrescendosi e trasformandosi da
immaginazione in vita. L'uomo che stavo
guardando non assomigliava per niente a
quello che la fantasia, in varie occasioni,
mi aveva suggerito. Ma neppure io
assomigliavo più alla donna che ero stata un
tempo. Lentamente ed inesorabilmente gli
occhi avevano incominciato ad accendersi,
rivelando a tratti l’anima improvvisamente
rinata, mentre un sorriso di cui non avevo
più memoria, si era poco per volta
nuovamente impadronito delle mie labbra. Per
giorni avevo osservato ogni mattina la
magica trasformazione, restando a fissarmi
oltre lo specchio, in cerca di quello che
volevo di più, il suo sguardo nel mio, a
vedere la mia anima nuda al suo cospetto.
Talvolta mi sentivo fragile, sapendo di
essere preda di emozioni che mi rendevano
cieca e sorda a tutto ciò che normalmente
una persona razionale noterebbe all’istante,
ma l’odio era troppo. Sapevo che poteva
essere pericoloso, ne ero conscia sino alle
lacrime, quando cercavo di ritornare alla
realtà , inseguendo il cuore per riportarlo
in gabbia, chiedendomi se avesse senso
pensare, proprio ora che ero nuovamente
viva, con uno scopo. Ma non riuscivo ad
opporre resistenza a me stessa. Tutte le mie
difese crollavano miseramente al ricordo del
dolore, improvvisamente fragili come un
castello di carte costruito sulla sabbia. Ed
ora ero qui. Indifesa a fissarlo mentre
mangiava, domandandomi mille cose e nessuna,
emozionata come una bimba al cospetto di
qualcosa, che solo poche ore prima, non
riusciva neppure ad immaginare, tra un
sussulto del cuore e l’altro.
Più
lo osservavo, più mi rendevo conto per
assurdo che mi piaceva. Mi piaceva come
uomo. Mi piaceva come si muovevano le sue
labbra mentre masticava il boccone. Mi
piaceva la leggera piega all’angolo della
bocca. Mi piaceva il movimento del suo pomo
d' Adamo mentre discendendo gli permetteva
di deglutire la sorsata d'acqua che
inframmezzava. Adoravo l’aroma della sua
pelle sudata dopo il lungo viaggio.
Desideravo selvaggiamente immergermi in
quell’odore, affondando labbra e baci fra i
peli del petto che vedevo spuntare,
assaporando con la lingua il piacevole gusto
della sua pelle, mordendo le sue carni
esattamente come lui nel tempo aveva morso
il mio cuore. Sorrisi. Ero finita sulla
casella imprevisti. Incredibilmente avrei
potuto innamorarmi del mio nemico. Ma il
risultato non sarebbe cambiato.
Lui
non mi guardava.
Lasciandosi osservare, pareva conoscere i
miei pensieri. Forse perché sapeva già tutto
quello che c'era da sapere. Forse perché
ogni mio lineamento, era già stato inciso
nella sua mente, incastonato come gemma nei
suoi pensieri ossessivi, con il potere di
scavare nel tempo, la carenza che era stata
l'unica compagna di quei lunghi anni
dolorosi, mentre immerso nella sua follia mi
viveva amandomi a distanza.
Mi
piaceva la gestualità delle sue mani, di cui
per tanto tempo avevo immaginato il tocco
delicato di una carezza notturna, anche se
in realtà l’unica traccia di cui avevo
memoria, era il suo pugno violento che
affondava repentino nel mio stomaco. Strane
le donne. Non mi stupiva ci avesse messo
così tanto tempo a capirmi. A decidere di
affrontarmi.
Vedendo che avevamo terminato, il cameriere
si avvicinò.
“Gradite un dolce? Un caffè? ” chiese
Lui
non rispose.
Rialzando il viso calmo fissò i mie i occhi
quasi che il cameriere non esistesse
neppure.
“No
grazie. Siamo stanchi dal viaggio, andiamo a
riposare. Niente caffè.”Risposi sorridendo.
“Un
dolce magari?” Insistette il cameriere,
pronto ad enumerarmi tutte le meraviglie che
erano state preparate in giornata.
Ma
non c’era nulla di più dolce dello sguardo
che continuava ad accarezzarmi senza
parlare. Potevo quasi sentire il movimento
di quegli occhi sulla mia pelle, come una
brezza impercettibilmente delicata che con
suadenza mi rendeva partecipe delle ondate
di calore che provava guardandomi. Chissà
per quante volte mi aveva inseguito bramoso,
fra cocci di vita che lui stesso aveva
provocato, mentre il tempo sferzante
strappava gioventù, bellezza e vita ai
nostri corpi , rendendoci sempre più mortali
e più fragili, con sempre meno risorse a
disposizione per qualsiasi desiderio
avessimo deciso di esprimere o di attendere
ad esaudire.
“No,
no grazie”Congedai. Il mio dolce era lui.
Non avevo voglia d’altro.
Sollevandoci dalle sedie, ci dirigemmo verso
la reception ,antica quanto il castello in
cui ci trovavamo, alla ricerca della chiave
della nostra camera, fra le mille, che
pendevano da una lastra di marmo lavorato.
Piccola, antica, di ottone brunito.
Innumerevoli volte, mi ero domandata come
sarebbe stato, dove s arebbe stato, e se mai
sarebbe stato. Perché se è vero che le cose
belle capitano raramente, allora le cose che
vogliamo da sempre che accadano, forse nella
realtà non succederanno mai. Era tanto tempo
che sognavo questo momento. E anche lui.
320.
Un numero. Ma che buffa coincidenza.
L'indicazione di una stanza in un albergo
enorme e vuoto, aperto solamente per noi.
Una
combinazione per aprire la cassaforte del
tempo, dove angeli ci at tendevano per
portarci lontano da qui, disperdendo le
nostre tracce come sabbia sottile sotto la
marea.
Il
numero di un armadietto abbandonato in un
piccolo ufficio di periferia, dove ricordi
sepolti giacevano inespressi per un disguido
postale.
Un
numero di cellulare, un sms con un ordine
perentorio, un prefisso qualsiasi che da
sempre aveva il potere di infrangere la
barriera del tempo e dello spazio,
riportandomi alla coscienza fatti
dimenticati e lontani che tagliandomi il
cuore con improvvise rasoiate mi facevano
immancabilmente piangere, ma non ora. No.
Ora non più. Ora era tempo di ridere. A
squarciagola. Perché in un caso o nell’altro
questa era la fine. E io alla fine avrei
riso. Comunque fosse finita.
La
stanza ci accolse con l’ intenso profumo di
muschio bianco diffuso dagli aeratori ai
lati del termosifone. Fiori si ergevano
ovunque, ad impreziosirne ulteriormente la
bellezza insolita e barocca e a festeggiare
l’avvenimento.
Per
un attimo, mi ritrovai ad osservare il letto
quasi incredula di quello che sapevo,
sarebbe di lì a poco successo. Mi sentivo
quasi come una vergine dinnanzi al talamo
nuziale, anche se di vergine in me non c’era
più nulla , forse nemmeno i pensieri
proibiti che mi attanagliavano la mente e
che avevo intenzione di realizzare.
Morbide trapunte di seta verde ne
impreziosivano la superficie, fra mille
cuscini dipinti a mano e ricamati, mentre i
veli del baldacchino parevano danzare
sinuosi con l’aria che proveniva dalla
terrazza aperta.
Un
posto incantevole. Neppure io sarei stata
capace di scegliere meglio . L’atmosfera era
veramente da luna di miele, lungamente
sognata e desiderata.
Richiusi le vetrate, rimanendo a fissare
incantata il paesaggio che si diramava
dinnanzi ai miei occhi sognanti e persi
mentre abbandonandomi al calore del suo
tocco mi appoggiai con la schiena contro il
suo torace. Sospirando immerse le labbra fra
i miei capelli inspirando il mio profumo,
l’odore che per così tanto tempo aveva
sognato di possedere. L’idea che ora ero
sua, risvegliò in me ataviche emozioni
violente. Il desiderio doloroso della
congiunzione carnale cominciò lentamente a
diffondersi nel mio corpo, mentre il furore
formicolando sotto la pelle brulicava come
un nido di vespe. Veleno nel sangue che
lentamente disciogliendosi cominciò a
paralizzarmi, immobile fra le spire
voluttuose di qualcosa che cominciava
inesorabilmente a risalire dal profondo
dell’anima.
Finalmente, in un brivido inaspettato,
sentii il tocco della sua mano che sfiorava
la mia risalendo lungo il braccio, mentre il
suo respiro diveniva sempre più ansimante.
“Voltati” un sussurro dolce come una carezza
a lambire la base della mia nuca scoperta ed
indifesa sotto il tocco delle sue labbra e
della sua lingua, mentre ondate di calore
cominciavano a cullarmi nell’incoscienza del
desiderio.
Girando su me stessa accompagnata dal tocco
lieve del suo palmo sul mio avambraccio,
incrociai il suo sguardo e lì rimasi,
osservando come mai avevo potuto fare prima,
la mia ossessione. Il mio sconosciuto
padrone. Sorrisi. Il padrone che non poteva
vivere senza la sua schiava. Quanto è strano
a volte il mondo quando le situazioni si
invertono. Quando una cosa cambia
repentinamente di trecentosessanta gradi.
Accarezzando con il pollice l’angolo della
mia bocca, avvicinando le labbra a lambire
il mio lobo, sussurrò la richiesta che più
avevo paventato, poiché sapevo che mai in
vita mia avrei permesso a nessuno di
possedermi come comprendevo lui voleva fare.
Eppure era giusto così. Perché anche io non
volevo altro se non quello che desiderava
lui. Anche se nessuno lo sapeva. Anche se
era vissuto solo nella mia mente. Anche se
lui poteva sapere tutto di me ,ma non i
pensieri,per una strana alchimia noi eravamo
fatti l’uno per l’altra. Ed alla nostra
condanna non c’era soluzione. Se non quella
di arrendersi alla nostra natura e viverla
dandole libero sfogo nella realtà.
Erano oramai finiti i tempi dei sotterfugi,
dei giochi di parole, delle fantasie
irrealizzabili sognate con fantasmi del
passato. Ora era unicamente realtà. Reale
come il cuore che sentivo pulsare folle
nella testa mentre i miei occhi cominciavano
a perdersi nel suo sguardo sicuro,
rendendomi conscia all’improvviso di quanto
fossi stata stupida a non avere mai capito
prima che solo fra le sue braccia,immersa
nel suo odore, avrei ritrovato la pace con
la mia anima. Con me stessa. Con tutto il
mio passato.
“Spogliati” sussurrò accarezzandomi con la
punta delle dita.
Non
era un gioco. Non lo era mai stato del resto
lo sapevamo entrambi , da sempre.
Lentamente, fissandolo negli occhi, cominci
ai ad aprire i bottoni della mia camicetta,
mentre i capezzoli inturgiditi dalla paura
stagliandosi contro la seta attirarono la
sua attenzione, increspandogli il labbro in
un mezzo sorriso.
Allungando la mano attirò repentino la mia
nuca impreparata che rabbrividì, mentre
stringendomi a sé cominciò a baciarmi sempre
più profondamente,insinuando la sua lingua
negli anfratti più profondi della mia bocca,
quasi ad esplorarne ogni angolo, succhiando
avidamente labbra ed inghiottendo saliva,
mentre con la mano destra cominciò a
stringere il mio seno torturandone la punta
sino a a farmi strillare nella sua bocca.
Cercando di liberarmi dal dolore cercai di
sospingerlo via, ma lui mi abbracciò più
forte stringendomi al punto da farmi mancare
il fiato. Sorrise fissando i miei occhi
spalancati e sicuri nella determinazione che
mi aveva condotto sin lì, nonostante tutto.
Premuta contro il suo corpo, sovrastata dal
dolore urente al capezzolo e dalle lacrime
che cominciavano a scendermi dagli occhi ,
sentii la sua erezione muoversi ed
accrescersi contro la mia coscia.
Abbassandosi premette lievemente le sue
labbra sulle mie, dischiudendole poco a
poco, senza fretta, gustandone ad occhi
chiusi la morbidezza mentre lentamente la
sua lingua cominciò a penetrare nella mia
bocca.
Abbandonandomi al piacere di quel bacio,
chiusi gli occhi ricambiandolo ed
accarezzando la sua lingua con la mia,
risucchiandola nella mia bocca
improvvisamente affamata della sua saliva.
Come in sogno, mi resi conto che non doveva
andare così. Non era per quello che ero lì.
Ma non ero sicura che mi importasse ancora.
Cercando di spingerlo via incapace di
sciogliermi dall’abbraccio tenace con cui mi
teneva, gli morsi il labbro a sangue
assaporandone il sapore selvatico e salato
che si riversò nella mia bocca .
Ma
non si distolse. Stringendomi ancor di più
continuò a baciarmi sempre più violento, in
un folle abbraccio di cuori che pulsavano
impazziti all’unisono nei petti sudati,
mentre fra lacrime di dolore i miei occhi
aperti continuavano a guardare i suoi
specularmente e crudelmente riflessi nei
miei.
Distogliendo la mano dal seno, afferrò il
mio vestito strappandolo con cattiveria.
Afferrandomi i capelli tirò violentemente
scoprendomi la gola che cominciò a baciare e
mordere mentre io cercando di respingerlo
caddi per terra, trascinandolo con me.
La
sberla mi colse in pieno volto, spaccandomi
il labbro inferiore che lui immediatamente
risucchiò nella sua bocca accarezzandolo con
la punta della sua lingua calda ed affamata
. Furente gli graffiai una guancia.
Rialzandosi di scatto si fermò a guardarmi
con il trasporto di un amore che non avevo
mai inteso negli occhi di nessun altro uomo.
Una lacrima improvvisa scivolò dal suo
occhio fondendosi con quelle che imperlavano
le mie guance sudate, fra ciocche di capelli
incollati al viso, mentre i miei occhi
fiammeggianti lo scrutavano come una pazza.
“Questo te l’ho dato perché sei fuggita via.
Io stavo venendo a prenderti. Quando non ti
ho più trovata…..Avrei preferito morire.
Perché non sapevo più come rimediare a
quello che ti avevo fatto. Doveva essere
solo temporaneo. Almeno questo è quello che
io avevo progettato…” Spiegò con un filo di
voce.
Mi
resi conto che forse il male ce lo eravamo
fatti in due. Non era solo colpa sua. Forse
era stata anche colpa mia. Nella maledetta
fretta che da sempre ha pervaso ogni e
qualsivoglia decisione della mia vita. Forse
era tempo di arrendersi. Una volta per
tutte. Seppellire l’ascia di guerra e
finalmente vivere.
Abbracciandolo con gli occhi chiusi,
sussurrai piano le parole che esprimevano
tutto il mio rammarico cercando di non
pensare al dolore. Tutte le lacrime che in
quegli anni avevo pianto senza capirne la
ragione. Tutto l’inesauribile odio che si
era radicato nella mente, travolgendo vita e
sentimenti, in cerca di un perché, di un
motivo che mi facesse capire la causa di
quelle infinita tristezza che continuava a
perseguitare come condanna eterna tutti i
miei giorni. Ed ora eccolo lì che piangeva
fra le mie braccia. Confessando. Fragile ed
indifeso come un serpente a sonagli dopo un
pasto abbondante. Già. E io la stronza che
aveva rovinato tutto solo per la fretta di
fuggire. Cinquanta e cinquanta. Mea culpa
per entrambi. Certo che ci eravamo proprio
impegnati a fondo. Dio mio. Quanto ero
ancora ingenua a dispetto di tutto quello
che mi aveva fatto.
“Io
ti amo ” disse. E non mi sorprese. Una parte
di me lo aveva sempre saputo. Solo non
riusciva a crederci. Un’altra parte di me ne
fu felice al punto da rischiare di far coro
alla dichiarazione. Strinsi le labbra
mordendomi la lingua.
“Non
odiarmi” implorò accarezzandomi la guancia
bagnata ” Ho fatto tutto questo, solo per
poter stare con te. Sei la cosa che desidero
di più al mondo.” Mi fermai ad ascoltarlo,
leggendo nei suoi occhi il tormento che in
quegli anni aveva rovinato entrambe le
nostre esistenze. Per la prima volta capii
che non ero stata solo io la prigioniera di
quel gioco crudele, bensì entrambi.
Carcerata e carceriere, imprigionati nella
stessa cella. Chissà quanti dispiaceri aveva
patito, nella perenne ricerca di come
insinuarsi nella mia esistenza. Nella
volontà di manifestarmi che viveva nella mia
vita, a me che non lo sapevo e non lo
volevo. A me che continuavo a cambiare uomo,
senza mai rivolgere alcuna attenzione a lui
che da un’eternità mi sognava ritrovandosi
condannato ad inseguirmi perennemente fra le
braccia di altri .
“Dal
primo momento che ti ho sentito mi e'
sembrato di averti dentro, mi sembrava di
sapere quasi tutto di te. Quello che
desideri tu e' quello che desidero io. Ho
bisogno di vederti accanto a me, di
abbracciarti, di toccarti, di amarti, di
viverti….”sospirò immergendo le labbra fra i
miei capelli sparsi sul pavimento.
Inconsciamente, sorprendendo me stessa,
accompagnai la sua testa nel tragitto,
abbandonandomi al piacere che cominciava a
dipanarsi da zone del cuore che credevo
oramai morte, mentre osservando il suo volto
così vicino al mio continuavo ad ascoltare
tutte le parole che avevo sempre desiderato
ma che nessuno prima di quel momento era
riuscito a dirmi ed ancor meno a
dimostrarmi. Sdoppiata nella mia
interiorità, mi chiesi che senso avesse una
guerra, ora che di guerre da combattere, non
ce n’erano più. Forse volevo continuare a
lottare ma in realtà stavo solo fuggendo da
me stessa. Non da quello che avevo sempre
considerato il mio nemico. L’unico nemico
che esisteva era comune. L’amore e la
solitudine insaziabile che era derivata
dalla reciproca lontananza. Perché lui a
differenza di me, lo aveva sempre saputo.
Noi due eravamo una cosa sola. Un anima
unica. Io invece non lo avevo mai capito.
Perché non sapevo della sua esistenza.
Perché non l’avevo mai veramente cercato
prima.
“Ti
voglio. Voglio che tu sia soltanto mia. Di
nessun altro.” Richiese sussurrando mentre
baci cominciarono a rincorrersi sulle mie
labbra, scivolando fra le lacrime ed il
sudore madido della passione che pervase il
suo corpo con ondate ingovernabili mentre
continuando a stringermi cominciò a tremare
nel mio abbraccio.
“Ti
amo bimba” sussurrò dischiudendo le mie
labbra con le sue, accogliendo il mio volto
fra le sue mani calde, penetrando nel mio
corpo voglioso che sussultò all’improvviso
piacere.
Era
vero. Avevo avuto diciassette anni per
capirlo. Che idiota.
Dischiusi le labbra accompagnando le carezze
della sua lingua con tutto il trasporto che
aveva riposato per tutti quegli anni, come
brace sotto la cenere, memore solo del suo
odore. L’odore che sentivo ora, mentre il
suo aroma si fondeva al mio in un miscuglio
selvaggio di desiderio e passione.
L’odore che conoscevo così bene.
Abbandonandomi alla sua dolcezza, immemore
di ogni vendetta che sino a poco prima avevo
progettato e pregustato, assaporai tutto
l’amore che mi stava donando, divenendo
improvvisamente debole come non lo ero stata
mai in tutta la mia vita, lasciandomi
cullare al ritmo del suo corpo fuso nel mio,
mentre ondate di piacere cominciavano a
sbocciare nel profondo del petto liberandosi
in gemiti fra le sue labbra.
Ma
forse era solo questo, quello che avevo
sempre desiderato. Null’altro. Sentirmi
debole fra le sue braccia. Sentirmi tutt’uno
con lui. Una cosa sola.
“Ti
amo Paolo” sussurrai soffocando le parole
nel suo petto persa nel piacere che mi stava
procurando.
Per
la prima volta in vita mia, lo sentii ridere
felice contro le mie labbra.
“Era
ora bimba.” sussurrò inarcando le reni ,
lasciandosi accogliere dal mio abbraccio
oramai spasmodico, immergendosi nelle mie
profondità sempre più bagnate e contratte.
Vivendo finalmente anche nel mio corpo, non
solo nella mia vita.
“E’
da un’eternità che ti aspetto”.