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La stanza è vuota di luce, ossequiante
promemoria per l'ombra. Crepita il giorno di festa allungando gli orli
oltre le simmetrie delle tende nella camera spartana, un letto, un
televisore e due poltrone paffute, rosso velluto, rosso che attira la
vista e oltraggia l'attenzione. Nessun rumore.
Una pensione di periferia, di quelle con poche camere, con il sapore di
muffa ad annerire le pareti ed una donna grassa sull'uscio che chiede poco
denaro per poche ore sarebbe stata adatta per il giallo del loro
pomeriggio domenicale.
Lui è seduto sul letto e sembra non accorgersi della presenza di lei,
pallida e volgare. La vede ad un tratto e trasale: l'essere in due non si
diluisce bene con il suo proposito di silenzio, di perfezione, di ordine
mentale. I suoi occhi, quelli di lui, la mettono a fuoco d'un tratto, già
nuda e raggomitolata sul pavimento, zittita, in brusca attesa di un ordine
e, al tempo stesso, furiosa. Lui sa che si potrebbe scatenare. Potrebbe
addentarlo all'improvviso diventando feroce, imponendosi all'attenzione.
Allora lo morderebbe: prima l'orecchio, poi la spalla ed il petto fino a
farlo sanguinare. Cercandolo, elemosinando il suo essere presente con le
grida se non ci fosse altra soluzione.
Lui la conosce, la detesta nei suoi impeti di sottomissione. La disprezza
per averlo seguito fino all'albergo. Non deve sprecare una parola con lei
solo lanciarle un'occhiata di sbieco per vederla accorrere al solito
posto, alla solita ora, tutti i giorni.
Le dice di camminare carponi, nuda, di fronte a lui. Lei obbedisce. Allora
lui le chiede se non si sente in colpa per come si lascia umiliare da lui,
dagli altri uomini, dalle altre donne a cui si svende ogni giorno per
quieto vivere o per un mezzo bicchiere di comprensione. Falsa,
mercificata.
Lei si alza di scatto e corre verso la finestra come per lanciarsi di
sotto. Il vuoto, l'oblio e tutto finisce. Lui sa che non ne avrà il
coraggio e rimarrà vergognosamente nuda con la luce delle tende discoste a
scoraggiare ogni tentativo di nascondersi.
Si ferma infatti e piange.
Solo allora lui si alza e le si avvicina, le accarezza le cosce, le
scapole, l'abbraccia tremante di vergogna e di paura, la culla come una
bambina. Poi la bacia.
L'ombra, la luce, l'altro/l'altra, la diade, la moltitudine, tutto
scompare.
Torna l'unione, la parte disgregata ed umiliata, quella silente e china,
sempre muta, sulla scena.
Nella stanza solo un uomo piange, la sua fragilità, la sua umanità, l'
imperfezione.
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