|
Ci sono mattine come queste, di fine estate. Mattine lattiginose dove
tutta la città pare cullarsi in una fuliggine chiara. Sono giorni in cui
il mio nome, Allegra, mi sembra un’ironia stonata. Sarà forse la pioggia,
che cade fine fine e, invisibile, la senti fin dentro le ossa.
Stamane tutto é bianco: la luce che entra dalla finestra e le pareti della
stanza, e le lenzuola. Bianche anche loro dove ancora si sente l’odore di
Michele e di una notte che mi ha lasciato lividi sulla pelle. Mi avvoltolo
nel bagliore, attraverso le imposte, vedo solo uno spicchio di cielo color
perla e piccole gocce ad ornare il vetro. La stanza da bagno, che mi
abbraccia con i suoi vapori caldi, non riesce a lavar via i ricordi delle
carezze, del sudore e dei morsi. Lo specchio obnubilato fa emergere solo
il mio viso attraverso la condensa.
Esco per le strade di una Milano boreale, avvolta in una nebbia leggera
già all’inizio di settembre. I fili del tram disegnano ideogrammi neri su
cielo perla. Ma nel parco è un’ esplosione di luce: l’autunno é giunto in
anticipo e i platani e i tigli sono una sinfonia di colori arancio, di
ocra e di giallo. Cammino con i miei sandali scuri, a fatica sulla ghiaia.
I tacchi fanno crocchiare il tappeto fiammeggiante di foglie cadute
anzitempo. Attraverso il soprabito aperto, il leggero tubino di cotone non
basta a coprirmi.
E sento, o forse solo desidero, la carezza dell’aria sulla pelle, sui seni
e sui fianchi. Penso a Giada. Giada, un nome petroso, per un corpo morbido
e ambrato, che sa dei toni caldi della terra e delle foglie. Nessuno
all’accademia é mai riuscito, come lei, rendere su un foglio il mio corpo
bianco, levigato. Lo accarezza con il carboncino o con la china, lo
modella senza lasciare lividi.
Tengo celato nel doppio fondo della cassettiera, un ritratto dove, nuda,
di schiena, alzo le braccia a sciogliermi i capelli. Sul retro, vergata
con la sua calligrafia tonda, da adolescente vi é una dedica: "Ad Allegra.
Baci".
Suono, salgo le scale consumate e proseguo lungo un balcone di casa di
ringhiera. Quando mi apre la porta, Giada indossa un accappatoio bianco,
leggermente scostato sui seni. Un asciugamano rosso che le avvolge i
capelli, facendola sembrare una donna orientale. "Ciao", mi fa con la sua
voce un po’ bassa e dall’accento con vaga cadenza del sud.
Entro in un appartamento da studenti, sul tavolino briciole e giornali in
disordine. Scosto un paio di jeans , un maglione e sprofondo sul
divanetto, dove il tempo e la polvere hanno ingrigito i ricami damascati.
Nell’aria c’é odore di sigarette. Giada ritorna dalla cucina un vassoio
dove stanno una teiera due tazze e due fette di torta. La guardo mentre
versa il tè: mi fa pensare ad una stampa giapponese dell’ottocento.
Le sue mani di Butterfly scura, mi porgono la tazzina con perizia.
S’accomoda in silenzio su uno sgabello che, dopo aver vissuto i fasti
dell’impero, si deve accontentare di una vernice d’oro rappezzata e di due
leoni sdentati sui braccioli. Osservo la sua bocca mentre assapora il
dolce che lascia in gola un retrogusto alcolico. Non parliamo.
Velocemente con il tovagliolo, si asciuga le labbra fintanto che un
raggio, dopo aver bucato la nebbia, riveste la stanza di una luce ambrata.
Mi alzo a fatica dal divano e mi porto dietro lo sgabello. In un mondo che
non é il mio, le faccio scivolare l’accappatoio lungo il corpo, finché il
suo collo, che attira le mie labbra, mi costringe ad inginocchiarmi, in
adorazione ad una schiena dalla linea perfetta.
Per la prima volta stringo i seni di una donna, materia morbida e soda, e
le cingo vita, finché la mia mano é guidata al suo ventre. Modulo le dita
cercando, a tentoni, di condurla nei pressi del piacere. Le mie labbra
indugiano sulla spalla, risalgono sul collo e si fermano a raccogliere una
piccola goccia di sudore dietro il suo orecchio. E le mie braccia si
incrociano ad altre braccia troppo lisce. Quando le nostre labbra si
incontrano, assaporo una lingua leggera che non fruga con foga nella mia
bocca, ma si incrocia alla mia gustando assieme a me il sapore del dolce.
Ci alziamo, una di fronte all’altra, Giada con una risata leggermente
stridula, apre la lampo e mi fa scivolare il tubino nero fino alle
caviglie. Contempla i miei seni candidi, sui quali un raggio di sole,
ballerino, attraverso i disegni delle tende proietta origami. Con le mani
sui miei fianchi, troppo leggere nel premere, gioca con l’elastico nero
degli slip, e li abbassa lungo le gambe fino ai piedi.
Ora si é fatta seria, come se un’ombra fosse calata sul viso ambrato.
Osservo il suo seno, i capezzoli induriti, che si alza e si abbassa in un
respiro affannoso. Affonda il volto nel mio sesso, sento le sue labbra
morbide che percorrono la fessura liscia. Poi, sempre a colpi di lingua,
apre le due valve per cercare il punto da dove si irradia il piacere.
Gioca con il mio clitoride, io, con le mani puntate sulle sue spalle,
fisso i disegni della carta da parati che, anni e anni fa, dovevano essere
squillanti fantasie jugendstil.
Poi , stesa sul tappeto che sa di cicche e di polvere, con due gambe
glabre avvinghiate alle mie continuo a fissare gli strani ideogrammi che
l’umidità ha inciso sul soffitto. Mi ridesta il suono di una pendola
rauca. Conto undici colpi appoggiando ad uno ad uno i polpastrelli alla
gamba del tavolino poco distante. Nella stanza c’é quasi buio, come capita
in queste stagioni incerte quando una nuvola va a coprire il sole.
La testa di Giada, sul mio petto, non pesa. L’asciugamano é allentato sui
suoi capelli. Non fatico a sgusciare dal suo abbraccio senza destarla. Mi
rivesto in silenzio e con i sandali in mano, per non far rumore, mi dirigo
all’uscita. L’ultima immagine, prima di chiudere la porta é la mia fetta
di torta, avanzata nel piatto sopra il tavolino
|
|