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Vivo da sempre in questa stanza dove non entra la luce del
sole. Le finestre hanno imposte chiuse e solo verso mezzogiorno filtra a
fatica qualche raggio. È sempre notte qui, e l’unica luce viene dai
bagliori della fornace che getta riflessi rossi sul tavolo, sulla sedia
sugli armadi. E sulle pinze e tenaglie di ferro. Si, lavoro i metalli,
fabbrico gioielli. Da un grumo di materia inerte e nera, traggo la
bellezza per le donne. Le donne…non ne ho mai toccata una. Loro fuggono,
temono il mio piede sciancato e l’occhio storto ed hanno paura ad entrare
in quest’antro troppo buio, dove le ombre ti azzannano alle spalle. Allora
me ne resto solo, a sognare un corpo liscio, pelle serica, dei capelli
lunghi fino alle natiche dalla curva perfetta, che posso sfiorare con un
dito. Ma questo avviene solo nella mia mente, quando mi appoggio con un
gomito sul tavolo di ferro che sembra un tavolo operatorio, sudato e
sfinito per essere stato troppo tempo accanto al fuoco.
Mia madre mi diceva che erano pericolose le donne e che
sarei morto non appena le avessi toccate. Fu lei che mi insegnò l’arte di
plasmare i metalli, di fare la bellezza, e quando morì, iniziai a
costruire automi. Creature di ferro, oro e bronzo passate nella fornace e
rifinite su questo tavolo, simulacri di donne perfette, che mi guardano
notte e giorno con gli occhi sempre aperti. Solo loro posso toccare,
frutto dalle mie mani e dalla mia fantasia, non mi faranno male. Non ti
sei spaventata quando, non sai tu nemmeno come, sei capitata nel mio
laboratorio. Ma ti muovevi con interesse tra i ferri del mio lavoro,
passando le dita lunghe sui bracciali e le collane e sugli strumenti che
possono tranciare o plasmare. “Prendo questa” Dicesti indicando una
collana di rubini incastonati che io sigillai attorno al tuo collo,
facendo ben attenzione a non sfiorare con le dita la tua pelle. E quella
notte quando ritornasti nei miei sogni, mi alzai di soprassalto a sedere
sul letto e, in una stanza in penombra, trovai a fissarmi soltanto gli
occhi vuoti degli automi. E poi tornasti altre volte. Non sapevi nemmeno
tu perché. Sempre con una scusa, con una sfida. “Guardami!”
E un giorno rimanesti nuda, accanto alla fornace che
proiettava bagliori rossi sul tuo corpo. Indossavi solo la collana con i
rubini. Io restavo a fissare il tuo seno, un po’ pesante, non perfetto
come quello degli automi, ma morbido che, se non avessi avuto non so quale
timore, avrei allungato una mano a coglierlo e passato un dito attorno
all’areola scura. E poi il mio sguardo proseguì verso il tuo ventre che
terminava con un cespuglio di peli, diverso da quello delle donne di mia
creazione, che è liscio, infantile, con una sottile spaccatura al centro.
Tu ridevi mentre abbassavo lo sguardo e ammiccavi, invitandomi a toccarti.
Hai teso la mano verso di me e mi sono scostato ancora prima che riuscisse
a sfiorarmi, come scottasse.
Sono passati alcuni giorni, lavoro poco, la notte accarezzo
frenetico i corpi dei miei automi. Sento il freddo del metallo sotto la
mano, e mi accontento di occhi senza espressione e della mia fantasia che
non ha limiti. Nelle poche ore in cui sono all’opera, ho costruito un paio
di manette, dopo essermi perso in calcoli per trovare la misura adatta ai
tuoi polsi e alle tue caviglie. Quando sei tornata ti feci stendere nuda
sul tavolo da lavoro che sembra un tavolo operatorio, feci scattare le
manette attorno ai tuoi polsi e alle caviglie. Stavo in piedi davanti a
te. Mi fissavi con occhi languidi e trattenevi un sorriso che non riuscivo
a sostenere.
Era un invito, dal tuo sguardo e da tutto il tuo corpo
costretto fermo mentre avrebbe voluto abbracciarmi. Sentivo i tuoi occhi
dietro la schiena mentre ero intento a forgiare un anello di bronzo. Avevo
voglia di toccarti e di prenderti, ma non potevo. Mi voltai e ti vidi
piangere E la voglia cambiava in rabbia, contro il tuo corpo non così
perfetto ma proprio per questo attraente che sentivo mi sarebbe sfuggito.
Così ho preso il frustino ed ora il cuoio accarezza l’aria con fare
cattivo. E sibila poi sempre più vicino fino a lasciare segni sulla tua
pelle. E intanto mi accorgevo che sbagliavo tutto. Ti ho sciolta, e tu
raccolti i vestiti sei fuggita, mentre, voltato di spalle asciugavo le mie
lacrime. Pensavo non saresti più tornata, anche se mi illudevo del
contrario e avevo preparato qualcosa per te.
Quando sei entrata nel laboratorio, ti porsi il mio regalo
in una scatoletta rossa. Ho usato oro massiccio: un cilindro un po’ più
ampio ad un’estremità, levigato come una scultura di Brancusi. Ti guardo,
stando appoggiato ad una mensola, mentre tu nuda, seduta sul bordo della
sedia, apri le gambe e lo fai entrare piano nel tuo sesso. Non so cosa si
provi a fare l’amore ma il mio piacere si gonfia, mentre fai scivolare il
cilindro avanti e indietro. Percepisco il freddo del metallo e la
sensazione di pienezza. Avanti e indietro lentamente, come ad assaporare.
Vedo i muscoli delle tue cosce tesi nel piacere ed io non posso muovermi.
Guardo i tuoi capezzoli eretti e ascolto il tuo respiro che si fa pesante.
Mi sembra di essere dentro di te mentre aumenti il ritmo e gemi e ti lasci
andare in un orgasmo che mi squassa. Adesso so che tornerai, perché nessun
uomo alla luce del sole saprà accenderti come faccio io con il mio sguardo
o saprà possederti come me con la mia arte. Si dice che così lo storpio
vulcano abbia conquistato Venere.
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