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Per dare vita alle ore che trascorro tutte
uguali, con i capelli impigliati nello scheletro di questo leccio senza
più linfa, voglio raccontare una storia. Una delle tante portate dal vento
alla casetta rossa, il piccolo capanno che se ne stava lì, a interrompere
la linea grigia dell'orizzonte guardando gli arbusti piegati alle folate.
Vicende di amanti in bilico, che trovavano un pertugio nel tempo, tra una
raffica e l'altra. Amori che si ingarbugliavano dietro la porta
scardinata, per poi svanire in un soffio una volta aperte le finestre.
Storie d'aria.
D'aria come Bianca che, silfide fredda,
volteggiava lieve sulle punte. Sempre sicura ad impostare i passi, abile a
sorridere e a muoversi. E a fuggire, con il suo abito di tulle, da dita
ancora affamate, dopo aver rubato loro il piacere.
Bianca era il vento che soffia nei giorni
invernali: indispettisce i capelli, scompiglia pensieri e schiaccia a
terra le persone a camminare con la testa bassa e l'ombrello rovesciato.
A terra come me. Che mai sono riuscita ad
orecchiare lo spartito dell'aria e che passavo i pomeriggi dietro la
finestra della scuola di danza. Aggrappata alle grate, spiavo rigida i
passi, cercando di rubarne la formula segreta, finché i muscoli
indolenziti cedevano facendomi piombare con il sedere per terra.
Nei momenti di quiete, invece, venivo a
sedermi qui, tra gli arbusti, ad osservare la casetta rossa. Allora come
oggi, custodivo il tempo di amanti maturi o di adolescenti timorosi.
Restavo ore ad attendere che il cielo si
gonfiasse fino a montare nuvole umide, nella speranza che, accarezzando i
fianchi del capanno, mi portasse fantasie di onde violente attraverso le
voci affannate. Tendevo l'orecchio soprattutto quando ad entrare era
Bianca con qualcuno dei suoi amici. Ma il Maestrale, che la proteggeva, ne
confondeva le parole e mi costringeva ad accucciarmi a terra con i nervi
tesi e il fiato spezzato, mentre un sudore ghiacciato, mi solleticava il
collo e la schiena.
Pensavo a Simone e allora non era questa
aria gelata che sentivo, ma un vento amico, caldo, che pareva conoscere da
sempre il mio inguine. Anche quella mattina all'università, quando,
chiedendomi gli appunti, lui mi aveva appoggiato la mano sui fianchi tondi
e mi aveva guardata negli occhi.
Fino a che un refolo dispettoso non aveva
sparpagliato i fogli lungo la strada costringendomi a rincorrerli
sembrando un tacchino.
E riprendevo a camminare, giorno dopo
giorno, con la testa bassa, mentre le raffiche, come ballerine sulle
punte, mi tagliavano il respiro e le giornate che si andavano illuminando
facevano scuri i pensieri.
Quel pomeriggio d'estate sapevo che Bianca,
dopo la lezione di danza, non importa con quale dei suoi amici, sarebbe
arrivata puntuale alla casetta rossa. Sapevo anche che lui l'aveva attesa
fuori dal portone e che lei gli aveva allungato un bacio prima di
intrufolarsi dentro la macchina.
Erano entrati tenendosi per mano, ridendo
agli sbuffi caldi che scombinavano i riccioli biondi di lei. Libeccio, che
sempre mi è stato amico, mi circondava i fianchi e arrossava le guance.
Sentivo la sua forza sul seno, attraverso i vestiti leggeri, avvertivo la
spinta sul mio ventre violenta fino a farmi quasi cadere a terra finché
dopo un colpo più forte, si quietò all'improvviso, lasciandomi inebetita.
Fu allora, in quel momento di silenzio, che
presi la tanica dal bauletto del motorino e cosparsi di benzina l'esterno
della casetta rossa.
Il tempo di gettare un fiammifero e scappare
poco distante, che il vento, confuso con il caldo dell'incendio tornò ad
abbracciarmi, a mordermi sul collo a intrufolarsi tra le mie cosce e a
fare le mie labbra sempre più secche. Avviluppata dalle spire dell'aria mi
sollevai finalmente volteggiando da terra, contemplando dall'alto Bianca
diventare cenere, finché le nocche di un leccio stecchito s'aggrapparono
ai miei capelli e ancora oggi mi tengono sospesa fra l'aria e la terra.
Solo la mia voce piroetta leggera, a raccontare una storia che altrimenti
si sfilaccerebbe come i cirri.
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