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Socchiusi le palpebre alla luce brunita del sole autunnale, sentendo la
spinta del vento sulla schiena. L’aria salmastra mi riempiva i polmoni e
mi addormentai sulla terrazza, abbracciato da sogni impudichi e beffardi.
Mi svegliai, dopo aver combattuto per non tornare alla realtà. No, non è
il mare ceruleo dei lidi d'Abruzzo, è soltanto questo lago, insipido,
sempre liscio come una tomba d'acqua.
Ed io
sono qui, sul promontorio della casa labirinto che mi sono costruito,
illuso Minosse, confidando che la mia arte mi facesse Icaro nonostante il
peso degli anni. Faccio portare ogni giorno, da tutte le parti del mondo,
i fiori più astrusi, dove la natura ha profuso il suo genio perverso:
tuberose odorose che affogano in un sentore di miele e poi quelli
artificiali che ingarbugliano ancora di più i miei pensieri che, passo
dopo passo rischiano, di incespicare nel filo.
Dalla
Stanza della Musica, la Badessa scandisce i minuti col suo pianoforte.
Ruit Hora Lascio che si illuda di riempire con questo cicaleccio le mie
giornate, che si creda arbitra della mia vita e di coloro che vengono qui
a portare corone funebri al mio artifizio. Contenta di questo regno
popolato da ombre mute, che parlano idiomi barbari. Con loro discute di
conti, edizioni, e di parole fesse che ormai regalo, calco delle mie
giornate, pegno per i miei debiti. Giù, nell'orto, riposano i miei
levrieri. Hanno obliato l'antico padrone, e adesso sono fedeli solo
all'ozio. La notte, se tendo l'orecchio, li sento correre sottoterra. Con
le loro zampe sottili scavano cunicoli nella mia mente. Corrono da quando
cala il tramonto fino all'alba.
La
Badessa, che mi dorme a fianco,dopo una notte di eccessi grotteschi, non
può sentirli e io, per non udirli, vado a visitare quell'altro mio letto,
nella Stanza del Lebbroso. Mi stendo alla luce fatua della lucerna e le
bestie si chetano, accucciate ai piedi del talamo freddo. Sorge un altro
giorno, la notte è scivolata via, come la sabbia dal palmo della mano.
Ornella talvolta viene a farmi compagnia, amica per tenzone di letto, lei
che tragica non ha mai saputo essere: in piccoli ruoli al cinematografo è
capace, per trenta denari, di barattare la sua arte.
Ho
bisogno dei fiori mortiferi per reggere il confronto, perchè il mio nerbo
non si accorga che quel corpo troppo bianco cela un inizio di cancrena, ma
possa ancora illudersi di violare carne virginale. Ho bisogno dei fiori
della chimica, dei paradisi artificiali creati dalla mano dell'uomo. Gli
amici della piccola morte però, mi lasciano spossato nella notte, fanno
più acuto il mio udito e posso sentire il rosicchiare continuo dei cani.
Ormai non mi ubbidiscono più, non ascoltano il loro padrone fedele.
Rosicchiano e rosicchiano.
Aelis,
amica di musica, sento le tue dita pigiare sui tasti: felice regina di un
popolo d'ombre. Sazia di raccogliere l'eredità di Giusini, Barbarella, e
di chissà quante altre, non ti accorgi ora, che l'abito da sera tanto
agognato è ormai passato di moda. Non può prendere il suo posto,mai: ci
sarà sempre soltanto lei lì, a vegliare sulla mia fatica di artigiano.
Possibile che il mio pensiero, come un gatto assassino torni sempre a
rimestare nella tana del topo? Sento il suo sguardo, alle mie spalle,
nonostante un sudario le copra il volto di marmo. Lei, che non volle mai
entrare in questo labirinto, sapendo che non ci sarebbe stata via
d'uscita.
Ghisola!
Solo adesso capisco quanto ti vorrei, grande consolatrice, qui al mio
fianco, insieme potremmo mettere in fuga i cani con i loro scalpiccii. Ma
devo coprirti lo sguardo perchè i tuoi occhi saprebbero bruciare le parole
che scrivo, mentre respiiri con labbra di pietra, e non fai entrare i
levrieri dalla porta. .Il fantasma della Badessa mi porta altre sorelle al
talamo, dove annego in un oblio profumato di fiori, annaspo e quando le
corolle hanno perso tutti i petali, vedo solo il riso dei cani crudeli,
che corrono in tondo e cercano di mordersi le code. Aelis entra, mi porta
l'eco del mondo, le medaglie dei miei sodali da appendere alle colonne
mute nell'orto, gli omaggi del piccolo che si crede me, e che ottiene in
cambio solo i miei versi di scarto. "Sta qui, accanto a me, Hevelina"
Lei
ride con i suoi venti anni impudichi mentre si asciuga le mani nel
grembiule. Ma sotto quel riso intravedo la bocca del teschio, un moto
d'orrore nelle mie orbite cave e lei fugge, ninfa silvestre, di corsa
lungo lo stretto corridoio, per non farsi raggiungere dal mio ghigno. Mi
siedo allo scrittoio, nell'Officina. Ghisola veglia sul mio lavoro ,
interrotto ormai nell'altra vita. Corre la penna, forgiando parole che non
sentono il peso della carne, la fatica diventa leggera, il mio corpo par
levitare, fantasma tra le ombre. Pesante è l'arte che resta ancorata alla
terra, in mio nome. Io sono quel che ho donato.
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