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Dopo sei giorni il
silenzio fra loro divenne regola. D'ora in avanti avrebbero
lasciato solo i corpi a parlare. Le frasi, stroncate prima di
nascere, sminuzzate e gutturali, si sarebbero sciolte nell'odore
di sudore, di fiato e di sperma, in quella stanza di motel lungo
la tangenziale che feriva la campagna apatica.
Si erano ritrovati dopo anni di telefoni muti e sguardi voltati
dall'altra parte, quando il caso aveva riavvolto la spirale
delle loro vite, per sorprendersi di come le parole, un tempo
affilate, fossero diventate armi spuntate. Così fesse da non
riuscire nemmeno a raccontare i fianchi modellati da altre mani
e quelle rughe di noia vicino alle palpebre.
Poi erano stati quotidiani scambi di messaggi e posta
elettronica. Parole che aleggiavano nelle loro menti.
Truffaldine, consigliavano di cestinare e non rispondere. Il sì
che, anni prima, si erano detti davanti all'altare, si era
trasformato negli anni, senza che loro se ne accorgessero, in
tanti devi devi e devi. I Devi fare, devi dire, devi tradire,
devi troncare sfarfallavano ancora adesso nei loro pensieri.
Ma, passati cinque giorni, in un pomeriggio d'autunno, erano
finiti davanti ad un caffè a cercare invano di impilare
discorsi, quando dalla finestra la nebbia occultava l'apoteosi
dei colori. Piuttosto, a raccontare, furono le mani di lui, rese
più abili dall'esperienza e i fianchi di lei, arrotondati e
abbelliti da abbracci estranei.
Lui li indovinava sotto il golf leggero e il ricordo gli
stuzzicava l'inguine mentre la osservava inumidirsi le labbra.
Lei, gli occhi bassi, intuiva quanti altri seni o cosce avevano
percorso quelle dita. La stesse mani che lui, poco dopo, le
aveva calcato sopra la testa all'improvviso, nel buio del
parcheggio.
Sottomissione, pensava lui e gli piaceva rincorrere quella
parola per aumentare la sua eccitazione. Lei invece aveva
trovato Dignità a sbarrarle il passo. Crudele, la aveva convinta
ad alzarsi e allontanarsi con una risata di scherno. Il tempo di
salire in macchina e già si malediceva per essersi fatta
abbindolare. Lui, dopo che si era soddisfatto da solo
nell'abitacolo buio, pensava a ricontattarla scacciando, come
una falena molesta, la parola Rispetto dalla sua mente.
E infatti già il giorno dopo in silenzio, con poche lettere sul
telefonino, combinarono l'appuntamento in un bar di passaggio
vicino alla tangenziale, frequentato per lo più da stranieri,
dove i dialoghi, incomprensibili, non li avrebbero sfiorati.
Il tempo di un caffè e muti si diressero al motel che stava
giusto di fronte.
Entrati nella stanza lui la sbatté sul letto, senza nemmeno
spogliarla del tutto, tenendole i polsi sopra la testa. Lei aprì
ancora di più le gambe, inarcando il bacino verso di lui. Ogni
momento si assommava, ogni esperienza passata filtrava dal corpo
dell'uno a quello dell'altra e viceversa, per tornare indietro
trasformata, accresciuta. Si fondevano per innalzarsi e poi
precipitare verso il nulla, avvolti da lenzuola che chissà
quanti corpi prima dei loro avevano protetto. Gambe
attorcigliate, labbra unite e lingue che scavavano fino ad
essere una persona soltanto.
Ciascuno, modellando sempre e soltanto il proprio piacere, con
scarsa attenzione e con ancor meno compassione, finiva per
soddisfare sempre di più l'altro.
E questo fu il tesoro che, rincorso da anni, scoprirono insieme,
per caso, in un crepuscolo di fine ottobre. Il segreto che
stronca il pudore. Loro lo avrebbero gustato insieme d'ora in
poi, avvinti dalla stagione che va verso il nulla, quando tutti
i colori si raccolgono uno dentro l'altro, come amanti in
orgasmo.
In un'ora senza ordine, rubata alla pausa pranzo o a qualche
riunione di lavoro, si sarebbero ritrovati giorno dopo giorno. A
mischiare sudore e fiato, non di certo a fare l'amore, ma a
scopare, di nascosto da questo mondo che tutto permette ma
niente perdona, senza chiedersi fino a quando sarebbe durato.
Se sarebbe svanito all'improvviso, così come era arrivato o si
sarebbe logorato sfilacciandosi piano piano. Senza fermarsi a
contemplare quel piccolo miracolo, ma cogliendolo prima che
fuggisse di nuovo, avevano capito la vera legge: quella dei
corpi fuori legge.
Le pagine su LiberaEva di Alisa Mittler |
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