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Alisa Mittler
Kairos
ore
che lente
e inossidabili
attraversano il silenzio del
mio cielo
e si nascondono ad un tratto
dietro nuvole
che straziano il sereno
aver la voglia di rubarle al tempo
per potergli dare ancora un altro senso ancora
Negramaro- Nuvole e Lenzuola
Faccio un lavoro fuori moda:
aggiusto il Tempo. Riparo gli orologi quando le molle si
stancano, i bilancieri smarriscono il ritmo e la vita scivola
troppo avanti o si attarda lungo la strada.
Una donna orologiaio non è tanto frequente. “Mani da pianista”
mi dicevano ed io, bambina, sognavo un futuro da musicista, ma
la mia famiglia non aveva i mezzi e così diventai custode
dell'armonia di pignoni e ruote dentate. Se provo a cantare,
non sono nemmeno intonata; ho invece orecchio allenato alla
cadenza dei minuti e dita agili a dirigere la danza delle
lancette.
Nel laboratorio, il pulsare dei secondi come un cuore
meccanico, scandisce le ore della giornata e il movimento dei
miei polpastrelli.
Abbiamo un grande potere noi guardiani del Tempo: incaselliamo i
vostri passi, modelliamo gli amori, creiamo le giornate
disegnandone i confini.
Chissà se te ne rendi conto tu, che mi hai appena portato il
Patek Philippe appartenuto a tuo nonno e poi a tuo padre e che
ha deciso di riposarsi un attimo, fermando il suo cammino.
Io me ne sono accorta subito, appena ho alzato lo sguardo,
richiamato dal campanello della porta che Crono complice, quel
giorno, ha smesso di far oscillare la sua falce.
Dalla ricevuta conosco il tuo nome: so che ti chiami Marco e io
ti dico il mio, Clara. Altro non mi importa, altro tu non sai.
Chissà se il tuo tempo è incastonato in un lavoro monotono, in
una moglie che ti aspetta ogni sera, interrotto talvolta da un'
amante pomeridiana, riallacciato da figli capricciosi.
La settimana dopo, quando passi al laboratorio e mi inviti a
pranzo non dico di no: scavalco la falce dimenticata a terra
dal dio inflessibile, mentre tu ridi facendo altrettanto. E mi
rallegra la tua leggerezza, quando mi proponi la stanza di un
motel, che sta a pochi chilometri da qui.
Mai l'avevo notato che c'era un motel appena dopo lo svincolo.
E tu come lo conosci? Adesso non ho voglia di risposte. Non
oggi, che abbiamo la fortuna di stare dall'altra parte, in
questa stanza fuori dal battito dei giorni e delle ore.
A proposito, chi lo dice che le camere dei motel sono
squallide? A me questa piace, con il letto in rovere chiaro, la
trapunta rosa e i rubinetti di ottone. Mi sento a mio agio in un
posto dove molti hanno lasciato parte di sé, e si sente. Se ne
percepisce l'odore anche attraverso le lenzuola sbiadite.
Nudi, protetti dalle pareti, normali impiegati, studenti e
casalinghe, si rivestono di eternità.
Si, perché le promesse, i ricordi, che disegnano le quotidiane
storie d'amore, altro non sono che il passato e il futuro e, se
ci pensi bene, non esistono. Solo il presente c'è, se l'orecchio
è allenato ad afferrarne il passo.
Adesso siamo noi due nudi, uno di fronte all'altra.
Ammiro la tua eccitazione, come fossimo all'inizio dei tempi.
Io e te.
Mentre te lo prendo in bocca e mi tieni una mano sulla testa. Tu
dentro di me in un meccanismo perfetto: aggrovigliati con i
nostri movimenti che comandano i secondi.
Stretti dalle lenzuola, raggiungiamo l'equilibrio perfetto sullo
strapiombo e contempliamo il confine dove basterebbe un solo
passo in più, per assaggiare il nulla infinito.
Poi restiamo, non so per quanto, sudati, spossati tra lenzuola
e nuvole che hanno abbracciato chissà quanti corpi. Aspettiamo
che il tempo riprenda il suo corso, che i vestiti, sparpagliati
per terra, ritrovino un loro ordine.
Per un attimo abbiamo toccato i confini estremi. Forse è per
quello che ogni civiltà considera il sesso un tabù. Perché non è
da tutti reggere il limite fra due mondi, capire dove il tempo
diventa eternità. È forse una protezione: i più potrebbero
ferirsi.
Un pomeriggio feriale, in un motel qualunque, può restare per
sempre.
Ed è vero: il corpo di un altro ce lo portiamo addosso, lo
viviamo tante volte quante sono le persone che abbiamo la
ventura di incontrare. Talvolta ci penso: quando fai l'amore con
qualcuno, quando le sue mani percorrono la linea dei tuoi
fianchi, è la somma di altre mani che ti toccano, altre labbra
che ti baciano.
É un male? Non credo. Ho sempre preferito l'esperienza al vuoto:
la forma, anche la più fredda, la più perfetta , non nasce certo
dal nulla.
Poi, assieme ai vestiti raccattati uno per uno, Crono raccoglie
la sua falce. I minuti e le ore riconoscono i loro connotati.
Io rimetto insieme gli ingranaggi, mi concentro sulla lente,
controllo i meccanismi; osservo il bilanciere e il bariletto e
le ruote dentate che girano una dentro l'altra come persone che
si muovono leste, ancorate insieme.
Ti riconsegno l'orologio che adesso funziona e può scandire di
nuovo le tue giornate. Ti tendo la mano e, salutandoti, ti
riconsegno ai giorni e alle settimane e anche tu, con me, fai
altrettanto.
Domani tornerai?
Chi lo sa. Sapremo noi due calare il nostro tempo eterno
nell'equilibrio delle ore?
Ma no, dai! Va bene così.
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