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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

Alessandra Bianchi

 
 

Saffo era una poetessa

 
 

 
 

Le foto con LauraAnna Hedy sono di Paolo Gualdi

 

 
 
 

"SE I TUOI DESIDERI, ALCEO, FOSSERO PURI E NOBILI
E LA TUA LINGUA ADATTA PER ESPRIMERLI,
NESSUN RITEGNO TI IMPEDIREBBE DI FARLO".



Saffo era una grande poetessa ma è passata alla storia perché era lesbica. Il termine lesbica deriva da Lesbo che era la sua isola natale. Pare che fosse esile, con la pelle scura e gli occhi simili a due tizzoni ardenti. Io sono bionda, ho gli occhi azzurri e non passerò alla storia.
Quand’è che si capisce di essere dell’altra sponda? Come lo si comprende? Non mi sono mai posta il problema. Io, da bambina, giocavo con le bambole e non con i soldatini. Ho avuto qualche ragazzo, innocenti flirt fatti di timide carezze, bigliettini romantici e un po’ puerili, e alcuni baci che non sapevano di nulla.
Un tale si è preso la mia verginità in cambio di una scopata da quattro soldi. Ricordo ancora le sue mani goffe, la lingua incapace di procurare la minima emozione e, alla fine, un pene timido e incerto che si limitò a funzionare per una trentina di secondi. Poesia meno di zero. Coinvolgimento totalmente assente. Ma io credevo che funzionasse così. Pensai che il sesso non facesse per me. D’altra parte, le esperienze delle mie compagne di scuola non erano tanto differenti, salvo alcune fortunate eccezioni. Andai a sfogliare un’enciclopedia e corsi alla voce frigidità. Bene, quello era il mio caso. Nessun problema. Il mondo è pieno di altre cose: cieli azzurri, prati verdi, montagne innevate, mari dai colori dello smeraldo oppure i sommi poeti, gli scrittori dalla fervida immaginazione, i film dei registi innovativi, la musica.


Il sesso poteva essere tranquillamente ignorato.
E fu esattamente quello che feci, sino al giorno in cui sperimentai Maddy.
Maddalena aveva un anno più di me, era alta, già completamente sviluppata, con grandi seni e lunghe gambe forti. La conoscevo da pochi giorni, mi era simpatica e la reputavo una gran bella ragazza. Eravamo al mare, a Grado, e credo che fossimo entrambe attraenti, nei nostri vestitini che lasciavano intravedere due corpi giovani e abbronzati. Un giorno entrò nella mia stanza e mi disse che voleva depilarmi le gambe. Scoppiai a ridere.


"Ma io non ho bisogno di depilarmi le gambe!"
"E invece sì”, replicò Maddy.
"Non se ne parla!"
Lei scosse la testa. "Adesso vediamo!"
Giocammo per un po’ alla lotta, ma faceva molto caldo e mi arresi quasi subito. Mi immobilizzò spalle al letto.
"Chiudi gli occhi”, mi disse con una strana voce. Io obbedii. Quello che successe fu assolutamente inaspettato. Sentii una lingua calda e morbida che, trovato un varco nella mia bocca, entrava e circuiva la mia, la accarezzava, la vezzeggiava. Non c’era niente in comune con le ruvide esplorazioni cui ero abituata. Non era frenetica e maldestra: ma calma e incredibilmente abile. Dopo un attimo di esitazione, ricambiai. Era un gesto spontaneo, non ragionato: fu istintivo come respirare una boccata d’aria quando si riemerge da un tuffo nel mare. Mentre ci baciavamo sempre più appassionatamente, sentivo l’odore del suo corpo, e mi piaceva. Era sudata e sapeva di salsedine, di sole, di sabbia e di giovane donna eccitata. Mi tolse la maglietta e liberò i miei piccoli seni; non portavo il reggiseno dato che lo consideravo superfluo. Le sue mani incominciarono ad accarezzarli, dapprima delicatamente, poi con febbrile urgenza. Me li strinse con forza, strappandomi un gemito di dolore, ma subito tornò a essere dolce e rassicurante. Si levò a sua volta la maglietta, si liberò del reggiseno e mi schiacciò una mammella sul viso.


"Baciami”, mi ordinò e io feci come diceva, accostando le labbra al suo grande seno. Lo lambii delicatamente, quindi lo succhiai. Non l’avevo mai fatto in precedenza ma certe cose non si imparano sui libri di testo. Maddalena aveva chiuso gli occhi e il suo respiro si era fatto affannoso. Tuttavia riprese rapidamente l’iniziativa: mi sfilò gli slip, si stese sopra di me e iniziò a leccarmi. Egoisticamente non ricambiavo, persa in un mondo di piacere che non avevo mai conosciuto, ma mi resi conto che dovevo farlo, che volevo farlo. Inizialmente mi dimostrai incerta, poi trovai il giusto ritmo e capii che le stavo rendendo quello che lei dava a me. Quando arrivò l’orgasmo, mi sentii travolgere. Fu una sensazione quasi intollerabile, una gioia infinita, senza limiti. Un viaggio in un paese incantato di cui non avrei mai creduto di possedere un giorno le chiavi. Mi misi a piangere. "Cosa c’è Alessandra?", mi chiese mentre si rialzava.
Sbagliai la risposta. Stupidamente, dissi: "Ti amo!"


La vita mi ha insegnato che, prima di parlare, bisognerebbe pensarci tre volte. La mia improvvida dichiarazione d’amore conseguì un unico risultato: Maddy incominciò a evitarmi. A posteriori, la capisco perfettamente. Lei voleva solo divertirsi, farsi una ragazza più giovane, ma probabilmente a casa aveva un fidanzato che la aspettava, e comunque non era interessata a instaurare una relazione con una biondina appiccicosa. Invano, le ronzavo attorno, inventando i pretesti più stupidi per restare sola con lei. Mi vestivo in modo appariscente, suscitando le ire di mia madre e la bonaria disapprovazione di mio padre. In spiaggia le passavo accanto, sculettando e assumendo pose da diva fatale nel patetico tentativo di attirare la sua attenzione. La mia strategia si dimostrò fallimentare e quando lei partì inventò una scusa per non ricambiare il numero di telefono. Avrebbe cambiato casa di lì a poco, mi disse, e promise di farsi viva lei.
Naturalmente non mi ha mai chiamata.
Tornata a Milano, cercai di dimenticarla. Non era facile, perché alla sera inevitabilmente pensavo a lei. Ricostruivo, fotogramma dopo fotogramma, quello che era successo fra noi. Rivedevo con gli occhi della mente i suoi grandi seni, le lunghe gambe e quel viso che, seppur non bellissimo, aveva un fascino per me inconfondibile. Sola nel mio letto, al buio, iniziavo a toccarmi, immaginando che quella mano fosse la sua. Ma non funzionava. Mi mancava il suo odore, la sua presenza: era un vuoto artificio che non portava a nulla. Piangevo rabbiosamente, chiedendomi dove avevo sbagliato. E, a tratti, la odiavo: mi aveva ingannata, si era presa gioco di me, era una ragazza cattiva e senza scrupoli. Poi mi passò. Decisi che le donne non facevano per me, non ero una lesbica, ero una tipa normale. E stranamente il pensiero mi rassicurò. Oscuri sensi di colpa avevano già cominciato a circolare dentro di me e in questo modo riuscii a scacciarli.


Mi misi con un ragazzo della Milano bene. Era simpatico e gentile, e soprattutto possedeva una caratteristica che lo rendeva unico. Non era interessato al sesso. Non si spingeva mai oltre al bacio della buona notte. E a me andava bene così. Visto che non affrontavo l’argomento, si premurò lui di farlo: un giorno mi spiegò che era un momento particolare, ma che presto sarebbe passato. Lo rassicurai, incrociando di nascosto le dita. Gli dissi che non era un problema e mai come in questa occasione sono stata sincera.





Papà... amo una ragazza!



Ero tornata alla mia vecchia convinzione. Ero frigida. Il sesso non faceva per me.
A scuola andavo bene, sebbene non studiassi molto: mi era sufficiente ascoltare con attenzione le lezioni degli insegnanti. Avevo otto fisso in italiano e filosofia, zoppicavo soltanto in matematica. In effetti non so perché ho scelto lo scientifico, quando tutti dicevano che ero portata per il classico. Conseguii una brillante maturità e subito dopo annunciai ai miei che non intendevo iscrivermi all’università. Volevo lavorare, rendermi indipendente e andare a vivere da sola. Mia madre non mi rivolse la parola per una settimana, mio padre invece mi amava troppo: mi assunse nella sua ditta di cravatte e così incominciai a fare la venditrice.
Guadagnavo bene e mi trovai un bel monolocale arredato. A Milano in quel periodo circolava di tutto: eroina, cocaina, ecstasy. Non mi sono mai drogata, solo qualche canna, e questo fatto tutto sommato è curioso, dato che io sono autodistruttiva. Con Franco, il mio tipo, giravo per locali, ascoltavo un sacco di musica trash (i Metallica, su tutti) e, alla domenica, salivo sulla sua moto per andare a esplorare la Brianza. A volte, ci spingevamo sino a Bellagio, sul lago di Como. Andammo anche a Cannes, la città dove avevo trascorso la mia infanzia. Leggevo meno di prima, lavoravo con impegno e nel tempo libero mi annoiavo profondamente. Non pensavo più a Maddy, ormai si era trasformata in un ricordo lontano che il tempo aveva sbiadito.
D’altro canto, erano trascorsi quattro anni. Eravamo nel 1996.
Ma rivederla fu uno shock. Una certa Gianna, amica di Franco, organizzò una festa a casa sua, a Como. Ci invitò e io mi presentai con quell’espressione annoiata che ormai sembrava far parte integrante della mia personalità. Capelli biondi e aria blasè, occhi azzurri e atteggiamento tediato.


A un tratto vidi Maddalena. La riconobbi immediatamente. Lei mi venne incontro e mi abbracciò. Pensai di scorgere nei suoi occhi un’ombra di rimpianto, ma probabilmente era solo un frutto della mia fantasia. Tuttavia, non ero più una ragazzina ingenua e sprovveduta; ero una giovane donna, adesso, e davo la sensazione di essere molto sicura di me stessa. Lei non era cambiata, tranne per il fatto che a sua volta era cresciuta.
Tutto si svolse rapidamente. Le diedi il numero del cellulare, assolutamente convinta che questa volta mi avrebbe chiamata. E avevo ragione.
Ci incontrammo due giorni dopo, a piazzale Loreto. Non avremmo potuto essere più diverse: io indossavo una minigonna e le scarpe con i tacchi, lei anfibi e pantaloni verdi militari. Al telefono le avevo chiesto se le piaceva la cucina giapponese; Maddy mi aveva risposto che mangiava di tutto. La invitai in un ristorante del centro, e consumammo una cena a base di sushi e sashimi, innaffiata da un eccellente Riesling ghiacciato. Maddalena mangiava avidamente: era quasi eccitante guardarla portare il cibo alla bocca, mentre gli occhi le brillavano di piacere.
Sparai a caso: "Sei del Toro?"


Avevo indovinato, benché allora non sapessi che, oltre alla bellezza e alla pigrizia, una delle caratteristiche principali di questo segno è proprio l’amore quasi fisico per tutti gli aspetti della vita, cibo compreso. Io sono nata il 3 settembre, quindi appartengo alla Vergine, segno a mio avviso quanto mai problematico.
Finito di cenare, le domandai se le andava di bere un drink a casa mia.
"Certo”, rispose senza esitare. "E poi non dobbiamo continuare un certo discorso?"
Quella franchezza mi colpì, anche perché durante la cena avevamo parlato di molte cose, dalla musica al cinema, ma non di quel lontano giorno d’estate. Si era permessa anche una piccola bugia: mi avrebbe chiamata appena tornata dal mare, mi disse, ma sbadata com’era aveva perso il foglietto con il numero del telefono. Finsi di crederle.
Quando fummo a casa mia, le offrii uno scotch, ma lei scosse la testa. Era praticamente astemia e aveva già fatto un’eccezione con il vino a tavola. Le porsi un’aranciata e mi versai due dita di Chivas. Ma Maddy non era tipo da convenevoli. Si alzò quasi subito dal divano e con estrema naturalezza si spogliò davanti a me. Provai un tuffo al cuore.
Il suo corpo era una straordinaria combinazione fra il fisico di una matrona e quello di un’intrepida guerriera dei fumetti. Era alta, con grandi seni pieni e perfettamente diritti. I capelli castani scendevano come un’onda sulle spalle larghe e atletiche. Aveva braccia e gambe muscolose, ma al contempo estremamente femminili, piedi lunghi con le dita non troppo piccole. Era semplicemente perfetta, e io quasi mi vergognai, svestendomi a mia volta e mettendo in mostra il mio corpo esile, i seni piccoli e le spalle fragili. Ma subito ricordai che lei mi conosceva già. Inoltre, molti mi considerano attraente e quindi il mio corpo va bene così.
La presi per mano e la guidai in camera da letto. Lasciai accesa una piccola lampada, che diffondeva luce soffusa. Inserii nel lettore un cd dei Pink Floyd e regolai il volume, in modo che non risultasse troppo alto. Ci sdraiammo sul grande letto matrimoniale (una comodità cui non so rinunciare) ed esattamente come allora, fu lei a prendere l’iniziativa.


Questa sarebbe stata sempre una costante del nostro rapporto, e devo dire che non trovai mai da obiettare: in linea di massima, amo essere la donna, e solo episodicamente, nella mia vita, ho invertito i ruoli. Maddy cominciò a lambirmi i seni con la lingua. Era dolce, lenta, quasi estenuante. Quando avvertii il contatto delle sue dita, dapprima sul clitoride, poi dentro di me, esalai un gemito. Ero terribilmente eccitata, ma provavo uno strano senso di vergogna; girai la testa sul cuscino perché non volevo che mi guardasse in faccia. Ma fu proprio quello che fece. Si rialzò e, mentre la sua mano mi esplorava, lei fissava il mio volto attentamente, studiando ogni mio minimo cambiamento di espressione. Dopo mi avrebbe detto che, quando avevo incominciato a godere, il mio viso aveva assunto un’espressione sofferente e che questo l’aveva indicibilmente eccitata.
Non ci eravamo ancora baciate.


Mentre venivo, si sdraiò su di me e cercò la mia bocca. Le lingue si avvinghiarono. A quel punto, successe una cosa incredibile: incominciai a godere a ripetizione, un orgasmo dopo l’altro, e ciascuno era più forte e intenso di quello precedente. Lei aveva ripreso a stimolare il clitoride, quindi di nuovo si introdusse in me, ma questa volta con tutta la mano. Io tremavo, non riuscivo a controllarmi. Quello che mi stava capitando non l’avrei immaginato neppure nei miei sogni più sfrenati. Alla fine, mi rilasciai esausta, quasi incapace di connettere, con gli occhi sbarrati e la bocca serrata.
Un pensiero fugace attraversò la mia mente: non sono frigida! Sono normale! La colpa è degli uomini.


Maddalena si inginocchiò sul letto e prese ad accarezzarmi e baciarmi i piedi. E’ una delle mie zone più erogene, tuttavia va detto che non riesco a tollerare il solletico. Ignoro se questa sia una contraddizione in termini, so solo che lei non oltrepassò mai quella sottile barriera. Mi deliziava e tornava a colmarmi di eccitazione e di aspettativa. Mi baciò l’interno delle cosce, risalì sino al pube, ma crudelmente lo evitò per passare all’ombelico, al ventre, alle braccia e ai seni.
E’ incredibile a dirsi: ma raggiunsi un nuovo orgasmo, forse quello più devastante. Mi misi a gridare e le graffiai la schiena; bagnai completamente le lenzuola. Quando riuscii a ritrovare il controllo, la pregai di smettere. Avevo paura di morire, non ero in grado di valutare se il mio fisico avrebbe retto ancora. E poi mi sembrava di impazzire, nel senso letterale del termine. Maddy mi concesse una pausa. Respiravo affannosamente, e vagavo in una dimensione parallela, irreale, uno straordinario empireo che non avrei mai creduto potesse esistere.


Tornata in me, decisi di prendere l’iniziativa: la rovesciai delicatamente sul letto e accostai la bocca al suo pube. Sapeva di donna, e quell’odore mi inebriò: mi occupai di lei voracemente, quasi volessi mangiarla, e quando compresi che stava godendo provai una gioia fortissima. Mi stesi sul suo corpo, e la baciai dolcemente. Fu un bacio lunghissimo, una sorta di poesia dopo la bruciante prosa che ci aveva divorato. Ci accarezzammo teneramente, le mie dita le sfiorarono le guance, gli occhi, la fronte, le scostai una ciocca di capelli e ancora cercai la sua bocca. Ci guardammo a lungo, mentre la notte compiva il suo percorso. Fuori, in strada, le ultime macchine passavano, un cane abbaiava e la luna faceva capolino simile a una vecchia, rassicurante amica. Forse era nostra complice. Vegliava su di noi e sul grande amore che proprio allora stava nascendo.



“Fare all’amore non significa scopare, a meno che non si voglia dare un’intonazione scherzosa a quel termine: fare all’amore vuol dire amare. E quella notte Maddy mi amò con la passione e il sentimento di una donna innamorata. Quando raggiunsi l’orgasmo, compresi istintivamente che era il più bello e il più intenso della mia vita. ”


 


     

 

 

DICE DI LEI

Saffo era una grande poetessa ma è passata alla storia perché era lesbica.
Il termine lesbica deriva da Lesbo che era la sua isola natale.
Pare che fosse esile, con la pelle scura e gli occhi simili a due tizzoni ardenti.
Io sono bionda, ho gli occhi azzurri e non passerò alla storia.
Quand’è che si capisce di essere dell’altra sponda? Come lo si comprende?
Non mi sono mai posta il problema. Io, da bambina, giocavo con le bambole
e non con i soldatini. Ho avuto qualche ragazzo, innocenti flirt fatti di
timide carezze, bigliettini romantici e un po’ puerili, e alcuni baci che
non sapevano di nulla.
Un tale si è preso la mia verginità in cambio di una scopata da quattro soldi.
Ricordo ancora le sue mani goffe, la lingua incapace di procurare la minima
emozione e, alla fine, un pene timido e incerto che si limitò a funzionare
per una trentina di secondi. Poesia meno di zero.
Coinvolgimento totalmente assente. Ma io credevo che funzionasse così.
Pensai che il sesso non facesse per me.
D’altra parte, le esperienze delle mie compagne di scuola non erano tanto
differenti, salvo alcune fortunate eccezioni.
Andai a sfogliare un’enciclopedia e corsi alla voce frigidità. Bene, quello
era il mio caso. Nessun problema.
Il mondo è pieno di altre cose: cieli azzurri, prati verdi, montagne innevate,
mari dai colori dello smeraldo oppure i sommi poeti,
gli scrittori dalla fervida immaginazione, i film dei registi innovativi, la musica.
Il sesso poteva essere tranquillamente ignorato.
E fu esattamente quello che feci, sino al giorno in cui sperimentai Maddy.
Maddalena aveva un anno più di me, era alta, già completamente sviluppata,
con grandi seni e lunghe gambe…

 

 

L'intervista a Alessandra Bianchi

Il racconto è tratto da Lesbo è un isola del Mar Egeo  - Collana Pizzo Nero Borelli Editore