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C’è un’immagine amovibile
nei miei occhi, da qualche giorno, immagine che cresce e acquisisce forme
sempre più definite e nitide, fotogrammi di una storia che sembra viva e
respira ossigeno, come un essere umano.
Nei miei sogni riemerge prepotente, dai meandri oscuri ed onirici della
notte che passa, regolare e silenziosa. Tutto tace. Nessun rumore ad
interferire, la casa riposa anch’essa all’ombra di altre case.
E l’immagine ritorna, fedele come un’amante.
Una donna dentro ad un auto in un parcheggio. Sole vivo, di metà mattina,
di un inverno cominciato da poco. Poche piante giovani tra le fila del
parcheggio vuoto, nessuna auto ferma a parte la sua. L’abitacolo è tiepido
e profumato di vaniglia, la radio tace, e dal finestrino appena abbassato
arrivano i rumori della statale che corre poco spostata di lato. Nessun
rumore particolare all’orecchio, solo motori anonimi. La donna attende, e
in quell’attesa carica di ansia e timore, sente un rumore più forte di
tutti gli altri: il suo cuore che batte amplificato sotto l’effetto di
un’adrenalina sconosciuta, arrivata istintivamente. Il cuore pompa sangue
velocemente, e scalda l’abitacolo dell’auto in sosta. Da sotto gli
occhiali scuri guarda nervosamente intorno a lei, in cerca di un segnale;
in cerca di quel segnale. Gli attimi sono lunghissimi quando la paura li
dilata.
Paura di che, poi? Del vedere una persona? Più che paura di vedere è paura
di sentire quella persona. Lei lo sa, e gli attimi le esplodono sulla
faccia, contratta nei muscoli e accigliata nello sguardo.
Il cuore percepisce un segnale, vuol credere che tra i tanti motori che
scorrono veloci su quella statale anonima, ce ne sia uno che sta
rallentando la sua corsa, sta annusando il posto, il luogo scelto per un
incontro veloce e furtivo, strappato al lavoro, in una mattina di
novembre. No, nessuna auto ha svoltato, nessuna si è fermata. Il cuore ha
percepito un onda anomala, il cuore ha perso un colpo.
L’attesa rende quella donna ancora più nervosa, e l’aspettare all’interno
dell’abitacolo si fa insopportabile. Scende senza smettere di guardarsi
intorno, in quel parcheggio vuoto. Toglie gli occhiali e li appoggia sul
tetto dell’auto, lasciando che il sole precipiti dentro gli occhi
costringendoli a fessura, fino a quando una lacrima si impiglia nelle
ciglia , vicino al taglio della palpebra. Impatto forte come quello che ha
deciso di affrontare, dopo lunghi ripensamenti.
Si appoggia alla
portiera, incurante della polvere che sporcherà il suo piumino. Piumino
che tiene con le mani sui lembi a doppiopetto, come per volersi coprire
dalla nudità che i vestiti non possono nascondere: nudità dell’anima, per
come la percepisce. Malgrado sia molto vestita sente freddo dentro, perché
il vento, il SUO vento è arrivato, atteso e cercato. Rimane appoggiata
alla portiera, con la mano cerca di afferrare gli occhiali, unico riparo
dal baratro nel quale sente di poter cadere. Lo sguardo rimane a terra,
prigioniero di una forza di gravità che ora la sta salvando, perché il
cuore ha ricevuto la percezione giusta: un’auto ha svoltato rallentando la
sua corsa, questa volta la percezione è esatta. Qualcuno la sta cercando,
qualcuno è lì per lei.
L’auto di lui si ferma pochi posti prima, muso fronte muso.
L’adrenalina porta velocemente il sangue al cervello, rende la corsa
fluida e tachicardica, le tempie quasi percettibilmente pulsano sotto la
pelle…. Lo sguardo rimane inchiodato a terra. Chiuso, impenetrabile dietro
gli occhiali.
L’uomo scende adagio, senza fretta, chiude la portiera dell’auto con una
spinta leggera, lei la sente, e cerca di farsi per un istante, portiera.
Sente i passi arrivargli vicino, ma un peso incredibile le impedisce di
sollevare il viso e mostrarsi a lui, faccia a faccia. Lei non lo ha mai
visto, neppure in foto. Però lo ha sentito, ascoltato, letto, aspettato,
rincorso, e soprattutto desiderato. Questo la imbarazza oltremodo, e la fa
sentire ancora più nuda sotto il piumino. L’uomo avanza, le sta davanti,
attende e legge l’imbarazzo, il tremore, l’incapacità di uscire da sola da
quella situazione. Lui si avvicina ancora, e lei perde poco per volta
forza, energie, si lascia cadere fiduciosa in balia di lui.
In realtà, vorrebbe solo l’inevitabile, ma non osa chiederlo.
Un spinta dallo stomaco la fa riemergere dal suo buio, solleva il capo ma
non lo guarda, guarda di lato gli alberi del parcheggio, sa che lui è
esattamente come si aspettava che fosse. Lui, solo Lui. nient’altro che
Lui.
Che guarda per tutti e due, regge lo sguardo di entrambi, capisce, decifra
le movenze impacciate, e fa quello che deve fare.
Le mani liberano la morsa di quel piumino che tendeva a serrare troppo
forte, ogni gesto ha il tempo giusto, la lentezza necessaria a non fare
rumore ma creare solo desiderio, ha le mani calde e gliele appoggia sui
fianchi, li divide solo un fiato, che diventa unico, incontrandosi nel
respiro. Lei lo guarda solo per un istante attraverso gli occhiali da
sole, poi li toglie sperando di essere davvero bella. Bella per lui.
Lo guarda, con un coraggio che arriva da lande sconosciute, sostiene il
suo grigio azzurro, ci si perde. Rivede tutto quello che è successo nei
suoi ultimi sei mesi. Lunghe giornate distratte dalla presenza costante
dell’ombra che ora la ripara in quel parcheggio. I sospiri, i desideri che
sono poco per volta cresciuti e diventati adulti, la rabbia dei troppi
silenzi, delle contraddizioni, delle pause e delle rincorse. Tanta
energia, più di quella che si aspettava.
Nessuno fiata, le parole le hanno messe tutte dentro i loro personaggi,
nei quali a volte si sono un po’ nascosti, come alibi.
Percepisce il calore epidermico delle sue mani attraverso il maglione che
ora sta sfiorando, risalendola come una montagna vergine, come se nessuno
l’avesse mai toccata prima d’ora. Lo stomaco si stringe, assaggia le
costole sotto la presa, e lei diventa la cassa armonica di un desiderio
primitivo che ora canta la loro canzone, vibra di qualcosa che le
appartiene ma non conosce, sente solo lui, vuole solo lui.
Le mani risalgono preziose delicate e precise, sfiorano il torace
all’esterno del seno, senza indugiare oltre , si spostano al centro
percorrendo parallelamente lo sterno, dal plesso solare alla fossetta
della giugulare, circondano il collo e la gola si serra. Niente più saliva
all’interno della sua bocca, si è ritirata tutta per accogliere quella di
lui, e dividerla insieme, come nettare prezioso. La deglutizione riesce
faticosa per l’arsura, e chiede acqua, come se lui potesse divenire acqua
di fonte, fresca e dissetante.
Le mani continuano per quel sentiero segnato dal tempo solo per lui,
accarezzano la pelle tra la nuca e il collo, dove una volta gli aveva
detto che voleva baciarla, e lei era stata morsa dal suo brivido, dal
bagnato della saliva contro il fiato tiepido. China il capo di lato, lenta
e incerta, incapace di decidere quale sia la sua posizione. I rumori delle
auto sembrano così lontani ora, ora che lui è li, catalizzatore di
emozioni.
Le mani si fermano sul volto, un po’ arrossato per il freddo dell’aria e
l’eccitazione del corpo. Gli occhi sono dentro gli occhi, il nero di lei
si fonde all’azzurro di lui, e se ne mescolano i colori, come tavolozza di
un pittore ingordo ed eccitato, fremente per l’opera che nella sua testa
sta avvicinando le policromie caleidoscopiche della miscela.
Un solo attimo, in cui i mesi volano davanti agli occhi, l’incredulità
tenera e tremante di lei, la sicurezza del presente in quelli di lui. Un
attimo per prendere fiato e poi….
Un bacio.
Un bacio che ha un attesa alle spalle lunghissima, un desiderio di sentire
quel calore, quel tepore, quel gusto da sempre, forse. Un appoggiare di
labbra delicato, quasi un chiedere permesso, una partenza che sembra
colorata di rosa, ma che presto prende le tonalità dell’arancio, e poi del
rosso, nello schiudersi di quel petalo, nel donare una lingua morbida e
felpata, larga piena e penetrante, a cercare e segnare i contorni più
nascosti, un segnare il perimetro di appartenenza, per poi mischiarlo e
reinventarlo.
Si abbandona a quel bacio regalando tutto ciò che esiste in una bocca,
lasciandosi cadere a corpo morto dentro la sua lingua, assaporandone i
solchi, passandoci la punta
Un bacio lunghissimo, interminabile, che rende la sensazione di infinito,
come infiniti sono stati quei giorni, quelle attese.
E se un bacio lo si desidera, come l’ha desiderato lei, può lasciare la
spossatezza sorniona di un amplesso divino, un’apoteosi dei sensi, una
sublimazione della percezione.
Le lacrime scivolano lungo il viso senza essere state chiamate, sicure e
imperiose.L’emozione diventa un fiume in piena che straripa portando con
se tutto ciò che di lei rimane in quell’abbraccio al quale si abbandona,
nascondendo il viso nella spalla, cingendogli la schiena con tutte le
poche forze che le sono rimaste.
L’angolo della bocca risale, accenna quasi un sorriso, lo libera nei denti
e presto diventa risata, forte, limpida chiara e fresca come la sua voce.
Riappoggia la testa alla spalla, e piano gli sussurra
‘ciao’…
Credo che da quel ciao nascerà tanto…
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