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Le lingue del fuoco
disegnavano strani vortici sulla parete di pietra, quel tepore lambiva le
ruvidità del muro restituendo loro una levigatura addolcita dal tempo. Il
corpo suo di lei, rovesciato in quella posa, raccoglieva le strade che gli
anni avevano reso interessante. Stesa sulla pancia, morbida e disponibile
al contatto della pelle sul tappeto sopra il pavimento di legno, nodoso e
spesso, irregolare e odoroso di cera vecchia. Guardava l’uomo il suo
contorno, ne carezzava con gli occhi il percorso, imparandolo a memoria
per i momenti futuri e malinconici della sua assenza. Gli occhi lì, posati
senza pressione, con lentezza e calma apparente, forgiavano forme sempre
diverse, e attraverso il filtro dei sensi, ne reinventavano curve e
morbidezze.
Gli occhi della donna incontrano quelli dell’uomo.
Il bagliore del fuoco nel camino riempiva e screziava l’iride, già
consumata dal desiderio di possedere e di essere posseduta, quando l’uno
non esclude l’altro, quando l’uno è il proseguimento dell’altro. Lui la
guardava, steso sul tappeto a pancia sotto come lei, ad una distanza che
permetteva di osservare l’insieme, rapito dal rincorrersi delle sfumature
del fuoco, disegnate sulla curva della schiena. La guardava senza parlare.
Davanti a sé, la donna con il corpo appena appoggiato sui gomiti, e sul
suo finire, le gambe sollevate al ginocchio incrociate e protese verso i
soffitti alti, bui.
Con gli occhi quasi chiusi, lei domanda con mugolii poco soffocati, che il
calco modelli la creta, in tutta la sua pienezza. E la mano rapita
comincia la sua danza sulla pelle, lo scultore affonda a pieno palmo
nell’incavo del fianco, ne rimpasta la carne, e sogna…sogna di profumi di
terre lontane, che il colore d’ambra gli riportano alla memoria, ai sapori
di un’isola visitata da ragazzo, con altri volti, altri gesti.
La donna segue le carezze, cerca l’affondo del muscolo tra le dita di lui,
avanza e ritrae il peso nel dondolio perso del tempo, umori lontani e
primitivi, cominciano a cambiare il codice cifrato dell’odore della pelle,
rendendolo più carico, dolce, suadente. Messaggio di disponibilità
sessuale, voglia primordiale di essere una sola carne, un solo fuoco nel
fuoco.
Le dita ripercorrono la colonna, fino alla nuca, ne massaggiano la base,
affondano e riprendono la pelle, è il morso del maschio sul collo della
femmina, per braccarla, e possederla. Coprirla. Perché sono animali
istintivi, e d’istinto si prendono. E s’amano.
La donna trema e si lascia toccare, spinge umida il bacino verso l’alto, a
cercare le dita del suo uomo, vibrante corda di uno Stradivari. L’uomo
preme ma non affonda, schiaccia ma non serra, gioca con la goccia di perla
che ricopre il dito indice per tutta la sua lunghezza, la riporta tra le
altre gocce, a ne assapora col proprio olfatto, l’aroma. Che sa solo di
quella donna, persa del desiderio di lui. I reni si inarcano fin dove
possono, i glutei sembrano una luna piena e grande dai quali tutto appare
lontano, satelliti di un pianeta poco conosciuto.
L’uomo affonda il respiro in quella spaccatura, aspira il vibrante odore
di femmina che ne scaturisce, chiude gli occhi e bacia la donna lì, nella
sua bocca più intima. S’uniscono le salive in una spirale di baci bagnati,
dove piano lui morde le labbra, come l’animale che non lascia il segno dei
denti.
Respira ed ansima lei, ansima forte il desiderio di aprirsi e accogliere
più a fondo possibile e morire in quella bocca. Dare alla lingua il suo
nettare bianco, opalescente, di brivido nato piano, in un angolo di
memoria. Si inarca e spinge, si ritrae, riprende corsa e slancio e si
offre ancora alla bocca, una volta, un’altra, un’altra ancora. Avverte il
tremore della carne salire dalla testa e percorrerla nel collo, solcarle
le spalle, carezzare la colonna, brandire il fianco e morire tra le cosce,
nel tremore del suo fiato, che la scalda, la riempie, e la fa
rabbrividire. L’orgasmo cavalca le onde di quell’oceano, come il vento in
una gola, e allora lui si ritrae, con la lingua e con il respiro.
Aspetta. Attende. Ascolta.
I reni riducono la spinta, ritornano doloranti, in posizione naturale. La
donna si abbandona sulle braccia, porta le mani sulla guancia del viso
poggiato di lato, sul tappeto, sopra il pavimento di legno. Davanti al
camino.
L’uomo raccoglie e respira i frammenti nell’aria, accostato alle sue gambe
le carezza la schiena, con il dorso della mano. La luce è ancora piena e
gialla, e rende gialla la coperta di pelle che lei è diventata. Coperta di
seta preziosa, liscia, dolce, e qui più dolce. Ascolta tra le mani il suo
respiro, suona il suo violino con le dita sul costato, segue con l’unghia
arrotondata il profilo del suo seno, raccoglie la morbidezza della coppa
che si offre di lato, e lì la bacia, di fianco al capezzolo, fin su, nella
parte d’ombra sotto l’ascella.
E il brivido ritrae la pelle.
Un sorriso che non può nascondere, illumina la stanza di gioia profumata
di legna che arde, come la passione dei due amanti, che qui, e qui
soltanto, giocano a respirare un solo alito di vita, come se quell’alito
li reggesse entrambi. Appesi. Sospesi. Fluttuanti nel desiderio di
fusione.
La carezza si fa ora più indulgente, raccoglie le malizie del corpo che
ritorna a cercare l’aderenza assopita. La mano sfiora, la pelle risponde e
rapisce il suo negativo, aderendogli. La mano segue il fianco, leggera ma
presente, affonda ancora nell’insenatura sopra la vita, segue la curva e
ritorna a farsi vento nella gola, a inizio primavera. La musica conduce il
gioco di rincorrersi e lasciarsi, come se ridesse birichina e sorniona,
come se il sottile gioco di seduzione non avesse mai fine né inizio, ma
fosse sempre stato lì, in attesa di loro.
La donna cerca la posizione migliore per offrirsi, per dare agli occhi del
suo amante la musica della loro canzone, e aspetta, ad occhi chiusi,
l’affondo.
Lui ritorna a percorrere il pentagramma con la bocca calda e colma di
note, a piene labbra affonda sopra i reni, e a carponi su di lei,
ricomincia la danza dell’amore che li unisce. Riprende a troneggiare il
gluteo, sfacciato e prepotente, che dondolando reclama attenzione, La mano
sorride, come il volto dell’uomo, che guarda e riempie gli occhi del corpo
della donna.
La sua donna.
Sopra di lei, reggendosi sulle braccia, l’accarezza, facendo di carezza la
sua pelle, tra la pelle. Il desiderio è acceso come la fiamma, chiama e
canta dai pori dell’epidermide baciata di saliva e luce di camino.
Riprende il dondolio, l’altalenante darsi e sottrarsi, prendere e dare,
dentro un dualismo scritto a fuoco dall’amore.
Si insinua lui, lento e capace, tra le gambe, in cima alle cosce. Lei
cerca la presa del muscolo, si strofina come gatta viziata e sorniona,
solletica, spinge, gioca, si ritrae.
Ma dentro sale la pressione di un cuore che pompa accelerato, fuori tempo,
oltre il desiderio che toglie razionalità, restituendo al suo posto,
adrenalina impazzita.
La danza riprende, lenta ed estenuante, inarrestabile.
L’uomo accoglie e si fa isola, riparo e mare al tempo stesso. I reni
spingono quasi allo spasmo, cercano, pretendono.
L’uomo accarezza con il ventre il sedere della donna, ne firma di
desiderio pieno e duro, la pelle. Si riappoggia, si fa strada e si ferma.
Ascolta ancora la musica del respiro di lei che gli giace sotto, pronta
per essere presa, per essere lei stessa come lui, isola, riparo e mare. I
corpi ora aderiscono come perfette metà combacianti, l’uomo le giace
sopra, immobile, nell’attesa del suo spasmo massimo, colmo della voglia di
essere la chiusura del cerchio perfetto.
Il tempo dei giochi lascia lo spazio all’affanno del respiro sospeso
nell’indugio. La donna si solleva ancora, chiama e si fa richiamo. E’
aperta, spalancata all’amante, come la sua bocca in cima alle cosce,
lubrificata dagli umori del suo corpo, che attende la collisione dei
pianeti.
E il tempo si ferma nell’affondare al ritmo del suo cuore, sprofonda nella
carne calda e accogliente, e diviene tra i sospiri, sua isola, riparo e
mare. Il sesso pieno e fermo aderisce alle sue pareti, senza sforzo, senza
vuoto, Perfetto, calco sul suo calco. Fagocitato dalla dimora
lussureggiante che vive in lei.
E’ l’attimo più bello, quando di due corpi si fa un’anima, un cuore, un
unico vibrante desiderio di vita.
Piano lei diventa terreno fertile, morbido, dove lui può farsi aratro e
lavorarla, prepararla, e infine seminarla, nell’apice di una rincorsa a
perdifiato senza meta, dentro il corpo di lei, che spinge e non trattiene,
donandosi, completamente, senza fine. La rincorsa si fa in salita, verso
la cima della montagna, ed è un avvicinarsi alla vetta per mano,
percorrendo il sentiero a pari velocità, con la sincronia che li unisce e
li accompagna fino in cima.
Il mondo visto dall’alto dà le vertigini, lui chiude gli occhi e in un
ultimo disperato affondo, muore in lei, tra le pareti della sua carne
calda e bagnata dell’orgasmo di entrambi.
Il corpo giace sul corpo, il respiro aderisce al respiro; le mani si
incontrano e s’uniscono stringendosi e fondendosi, come loro, su quella
montagna. Gli occhi chiusi raccolgono gli stessi pensieri di gioia e senso
di completezza. Tutto ritorna al suo ritmo, tutto riprende la sua forma,
solo i due amanti non si scostano l’uno dall’altra. Perché sono un’unica
cosa.
Sono ora isola, riparo e mare.
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