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Loubah portava nel taglio degli occhi, la risacca del mare dal quale era
nata, nel sorriso la spuma delle onde che si infrangevano rumorose sulla
spiaggia. Nel cuore le maree, con il ritmo perpetuo del loro salire per
poi ridiscendere, portando via i detriti della vita.
Un giorno attraversò il mare, senza badare alle maree. Portò con sé quel
profumo, quel sale sempre appiccicato alla pelle, baciata da un sole
generoso e caldo, illuminata da una luna che fedele, le regalava i
sussurri della notte.
Lei osservava, silenziosa e attenta. Raccoglieva e aspettava. La sua
pazienza andava oltre.
Ciò che fu dopo, ciò che successe con terra e oceano a confondere i
confini, non è mai appartenuto a nulla che sia sembrato davvero reale.
Nel ricordo strappato alla memoria, emergeva la spontaneità di una cultura
libera dal pregiudizio, libera dalle convenzioni.
E nella percezione rarefatta, la sensualità ritrovava forme e colori.
Fu lei a trovare Xangò, nella notte senza luna, persa nel tempo del
mistero.
Fu lei a decidere che lo avrebbe seguito, malgrado tutto, fino alla fine
della foresta. Fino alla fine della sua vita.
E allora si racconta della notte che avanzava silenziosa, e dell’ incontro
fra due anime, che in una sola volta, si amarono per tutte le volte.
Si dice che lei fosse vestita solo di seta bianca, come la luna. E che
portasse un piccolo brillante incastonato nell’ ansa dell’ ombelico.
Gioiello dentro il gioiello. Pelle ambrata, a raccogliere il rumore del
mare. Fianchi morbidi appoggiati alla gamba lunga, e il muscolo guizzante
ad ogni passo sempre certo, quasi implacabile.
Lenta e inesorabile figlia del vento. I capelli a incorniciare un viso
reso fiero dallo zigomo alto, gli occhi allungati dove le verità annegano
nel buio dell’ iride. La bocca disegnata da un contorno più scuro, un
susseguirsi di onde e ritorni. Tutti accennati, mai fermi, mai scontati.
Nel taglio della bocca la cornice dei denti a liberare un sorriso pieno e
grande. Aperto alle varie possibilità della vita.
Lei era così, terribilmente bella. Bella da guardare, bella da sognare, ma
impossibile da afferrare e da domare.
Come il vento andava e tornava, intercalando velocità e lentezza quasi
struggente.
E così arrivò un giorno lui, alla fine delle maree. Arrivò senza parlare,
senza i racconti che fanno importanti i naufragi dei velieri pirati.
Si, era un pirata. Sopravvissuto alle tempeste, quelle cattive, che
arrivano per saldare il debito aperto con il mare. Giungono sulla scia di
un cielo che urla e impreca, e per tanto si cerchi di sfuggire, arriva
sempre. E riscuote.
Lui no, lui aveva vinto una volta, per tutte le volte.
L' aveva vista, mentre si stagliava più alta di un tramonto, sull’ ultimo
lembo di sabbia che l' occhio stanco e cerchiato di sole, poteva
raggiungere nella calura di quel tramonto. I colori sbiadivano e perdevano
i confini mescolando i toni. E tutto diventava ancora più indefinibile,
ancora più incerto.
E così lei si voltò, sapendo che la sua solitudine avrebbe trovato la
fine. Sapeva, sentiva, percepiva la sua presenza Nulla sarebbe più stato
uguale.
Appoggiò gli occhi all’ orizzonte, e sospirando si adagiò sulla sabbia
tiepida, non più morsa dai raggi perpendicolari delle ore più calde.
Alle sue spalle le onde cantavano come sirene, i capelli portati dal vento
si appoggiavano alle spalle nude incorniciandola come una dea.
Il passo dell’ uomo tagliava il vento in tralice, dietro di lui, la
foresta.
Si dice che lei sorrise e lui arrivò, per segnare principio e fine di
quella donna al confine del mondo.
- Ti stavo aspettando.
- Lo so.
La mano di lui incontrò il lembo di pelle accarezzato dai capelli scuri, e
appoggiò il palmo caldo. Lei coprì mano con mano. Contatto su contatto.
Si dice che il silenzio regnò a lungo, interrotto solo dal canto del
vento, del mare, della foresta.
Poi anche il pirata si accasciò a terra, e appoggiando il capo sul ventre
di lei, si addormentò. Certo di trovarsi nell’ unico porto sicuro in mezzo
al mare.
Una sola volta, per tutte le volte.
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