|
F.P. entra nella stanza chiudendosi attentamente la porta
alle spalle e si siede. La penombra lascia intravedere appena il suo
volto. Ha un maglione scuro, a collo alto, un’età indefinita, verso i
cinquanta. Capelli lunghi, legati, radi sulle tempie e una mezza barba,
incolta e grigia. Tiene le mani in tasca. E’ fermo sulla sedia , un’attesa
immobile. Vorrebbe guardarsi intorno ma non lo fa. Inizia a parlare
guardando in basso nel vuoto…
-Di lei, cosa dire… La conobbi un paio d’anni fa, tramite
un amico comune. Giovane. Poco più che una bambina. Molto più giovane di
quanto pensassi. Le davo almeno quattro o cinque anni in più. Vederla
insieme a Giorgio mi sembrò strano. Non capivo cosa avessero in comune.
Lui aveva tre volte la sua età. Mi disse che erano amici… ma lei si lasciò
scappare un sorriso.
Erano venuti per un lavoro. Sono un pittore, ma faccio
anche dei piccoli lavori di restauro. Rimase in silenzio tutto il tempo,
accanto a lui, stretta in un maglioncino rosa, fatto a mano. Aveva una
gonna blu, di velluto, al ginocchio. Non sembrava bella in quel momento,
né sembrava che le importasse esserlo. Senza trucco, i capelli sciolti
sulle spalle, un viso da bambina. Aveva con sé una borsa di scuola,
carica, pesante, che lasciò cadere immediatamente all’ingresso, in un
angolo, per terra.
Seduta sul mio divano sembrava ancora più piccola…
minuta…pallida. Non diceva nulla, ma non era intimidita, ci guardava
parlare, senza muoversi. La sua compostezza brillava, in mezzo al caos che
regnava lì dentro, al disordine… Giorgio uscì in macchina a prendere
qualcosa, mi avvicinai e le chiesi il suo nome. “Sara” mi disse.
Nient’altro. Solo un lungo silenzio. Poi mi guardò e non mi tolse più lo
sguardo di dosso. Sentivo i suoi occhi nei miei. C’era qualcosa di
profondo nel suo sguardo. Qualcosa di strano. Ricordo i suoi occhi come li
avessi ancora davanti. Andarono via insieme, mano nella mano, quella sera,
e pensai che non l’avrei più rivista.
L’indomani mi alzai con la testa ancora piena di lei.
Chiamai Giorgio per sapere chi era, dove abitava, come potevo trovarla..
Gli dissi che aveva lasciato una cosa da me. Venne in studio il giorno
seguente. Sapeva che era solo una scusa. Si sedette sul mio divano e mi
guardò dipingere. Per ore. C’era il sole, quel giorno, in studio. Entrava
dai vetri impolverati e opachi… Io parlavo, parlavo… Le raccontavo della
mia vita, del mio lavoro, delle mie storie…
L’uomo si ferma un attimo, si rilassa sulla sedia e si
accende una sigaretta. Aspira lentamente qualche boccata, poi torna a
parlare… -Lei ascoltava e guardava. …In silenzio. Ad un tratto si alzò e
andò al lavandino nell’angolo della stanza… scalza, perché si era tolta le
scarpe. Preparò il caffé, lo versò in una tazza bianca e me lo offrì, con
le sue mani, insieme ad un sorriso dolcissimo. Lo bevemmo insieme, seduti
vicini. Sentivo il profumo della sua pelle tanto eravamo vicini.
Il giorno dopo tornò… quello dopo anche… A volte arrivava
ancor prima che aprissi lo studio. La trovavo seduta sullo scalino davanti
alla porta, con il suo grosso zaino e un libro aperto in mano. Entrava, si
guardava intorno, si sedeva e mi ascoltava per ore. Diceva che le
piacevano i miei colori e i miei bianchi e neri. Di sé parlava poco…
Il suo riserbo mi infastidiva. Avrei voluto conoscerla,
sapere di lei… Scoprire chi era e cosa ci faceva lì con me. Non era grande
abbastanza per stare in giro da sola. Perché non era a casa, dalla sua
famiglia, a fare i compiti, a studiare, a guardare la televisione? Perché
veniva da me tutti i giorni? Perché guardava così a lungo i miei quadri?
Perché mi preparava il caffè e mi ascoltava in silenzio? Perché toccava i
miei colori e, senza dir nulla, li rimetteva in ordine dentro le scatole?
Io le parlavo di tutto, liberamente.. dei miei pensieri..
dei miei sogni…Dei miei tormenti… Delle mie passioni agitate… A volte
dimenticavo che fosse piccola. Mi sembrava che sapesse già tutto di me,
ancor prima di sentirmi parlare. A volte, mi sembrava che mi vedesse
dentro. A volte m’incazzavo per niente e le chiedevo cosa accidenti
voleva… Una volta sola rispose… mi disse: “Un posto tranquillo in cui
stare.” Sarebbe stato meglio se non l’avesse detto. Non accettai quella
risposta. Volevo sentirle dire ben altro… Volevo che dicesse che voleva
ME, come io volevo lei! Ad ogni costo. Oltre ogni regola. Oltre ogni
limite. Otre ogni stupida logica.
Un giorno le proposi di posare per me. Il viso le si
illuminò come mai avevo visto prima, mi guardò con i suoi occhi ingenui e
mi disse, d’un fiato, che avrebbe fatto tutto ciò che volevo. “ Davvero? …
Tutto?” le chiesi io, seriamente, trattenendola per le braccia. Ero seduto
su uno sgabello e lei in piedi. Scalza. Si chinò su di me e si avvicinò
lentamente al mio viso… Sentii il profumo tiepido della sua pelle sulla
mia faccia. Per un istante pensai che mi avrebbe baciato. Mi resi conto
che non aspettavo altro. Da giorni. Da mesi. Non facevo che immaginarlo…
pensarlo… desiderarlo… Ogni volta che guardavo la sua bocca morbida. Ogni
volta che, per sbaglio, le passavo accanto e la sfioravo. Ogni volta che
la sorprendevo, assorta, nei suoi pensieri lontani.
Non lo fece. No. Ma fece di peggio. Mi rispose piano… a fil
di voce…”Tutto”. Poi si tolse i vestiti, ad uno ad uno. Come una bambina
per andare a dormire. Come una cosa… normale. Naturale. Io trattenevo il
respiro… mi girava la testa… Non capivo… Non sapevo…Non pensavo… Non
credevo…
L’uomo si muove sulla sedia nervosamente… Si guarda
intorno, ma lo sguardo è annebbiato dai suoi stessi ricordi… Osserva le
mani posate sulle ginocchia, come non fossero le sue. Poi si tocca la
fronte, sudata. -Rimasi a guardarla… non so quanto tempo. Le dissi che era
bellissima… Lei rise, come avessi detto una stupidaggine enorme. Tornò
seria e mi guardò, come solo lei sapeva guardare. Avevo il suo corpo
davanti. E non solo quello. Me ne resi conto quando ormai era tardi.
Vedevo ogni centimetro della sua pelle… Avrei potuto toccarla… sfiorarla…
baciarla… Era lì, davanti a me, nella luce e nel silenzio. Non riuscivo a
staccare gli occhi dal suo seno appena abbozzato, dai suoi fianchi
sottili, dalla sua pelle bianca…
Lei mi guardava, senza parlare. Non aveva desiderio nello
sguardo, né malizia… Non era seducente… né sensuale… Era semplicemente
NUDA. Come una Verità. Non la toccai. Ma la dipinsi. Quel giorno e altri
giorni. Era così bello che pensavo che non avrei mai potuto smettere di
farlo. Lei si lasciava guardare…scoprire…ritrarre… Ingenua e maliziosa
nello stesso istante. Poi… un giorno… un maledettissimo giorno…
L’uomo corruga la fronte e scava fra i ricordi,
allontanando lo sguardo verso la finestra… -Quella mattina, in studio
arrivò un cliente che conoscevo da tempo, un tipo eccentrico, ricco. Lo
feci aspettare qualche minuto ed iniziò a guardarsi intorno. Di solito nel
retro non veniva mai nessuno, ma, quel giorno… Accidenti… lui entrò. Vide
il primo quadro che ritraeva Sara e rimase a guardarlo a lungo. Alla fine
mi chiese proprio quello. Tergiversai…
Lui continuò ad insistere, ad alzare il prezzo. Mi disse
che gli piaceva molto e che l’avrebbe pagato caro. Non era un bel periodo
per me… non vendevo lavori miei da un po’… avevo molte cose da pagare… da
comprare… Non so cosa mi prese. Glielo diedi. Poi, però, restai per tutto
il tempo con un nodo in gola. L’avevo fatto… accidenti, come avevo potuto…
L’avevo venduta. Avevo venduto il suo dono più bello.
Quando arrivò, quel pomeriggio, non ebbi il coraggio di
aspettare oltre e glielo dissi subito. Lei mi guardò. Prima stupita… poi
smarrita. Lessi nei suoi occhi lucidi delusione e disprezzo… amarezza. Non
disse una parola, ma le scivolò una lacrima giù da una guancia. Quella
lacrima mi fece infuriare!!! Impazzire!!! Come osava!!! Cosa voleva?? Cosa
pretendeva da me?? Mi arrabbiai… le dissi che quello era il mio lavoro…
che in fondo era solo uno stupido quadro… Che non poteva aspettarsi nulla,
che non poteva chiedermi niente! In fondo lei non era niente per me… Non
avevo bisogno di ragazzine intorno…
La mandai via. Le urlai di andarsene via. Un attimo di
silenzio, poi l’uomo cambia tono di voce… All’inizio si fa fatica a
sentirlo… come se parlasse soltanto a se stesso. -Nei giorni in cui non la
vidi… mi sembrava di impazzire. Mi mancava. La volevo. Volevo che tornasse
da me. Che si sedesse ancora sul divano… Che stesse in silenzio, ad
ascoltarmi, a guardarmi, ad amarmi… come solo lei riusciva a fare. Volevo
che si lasciasse guardare… sfiorare…dipingere… Chiamai tutti quelli che la
conoscevano.. che potevano darmi sue notizie… La cercai a casa, pur
sapendo di non doverlo fare… all’uscita di scuola… nella palestra dove si
allenava. Mi sentivo un verme. E strisciavo, verso di lei.
L’uomo appare stanco. Porta le mani al viso e si copre gli
occhi… per un attimo.
-Il giorno in cui la trovai sullo scalino davanti alla
porta, fu il più brutto della mia vita. Aveva una luce strana negli occhi.
Aveva i capelli legati e la giacca aperta… anche se faceva freddo. Mi
guardava e, come al solito, non diceva niente. La pregai di entrare… le
diedi qualcosa da bere… cercai di sfiorarle il viso… i capelli… le mani
cercai il suo sorriso… il suo sguardo. Mi sfuggì. Ad un tratto, mi chiese
cosa volessi da lei… Perché l’avessi cercata. Me lo chiese guardandomi in
faccia, con disprezzo. Come se, tanto, conoscesse già la risposta. Mi
disse di dirle la verità, di essere sincero per una volta.
Io non risposi. Le presi la testa, la tirai verso di me e
la baciai. La baciai con rabbia…con forza… sulla bocca… sul collo… sul
seno… Le tolsi la maglia, spettinandola tutta… le calze… le scarpe… Mi
slacciai i pantaloni… Lei, non mi fermò. Non le tolsi neanche la gonna…
avvenne così… sul divano… mezzi vestiti… in pochi minuti. La penetrai
subito, senza neanche farla respirare… La presi e la riempii di me come un
animale. Le bloccai le braccia, senza guardarla e la violai su quel
divano, come una bestia infuriata, accecato di voglia, di rabbia, di un
amore folle e indegno.. La scavavo, la ferivo, la stringevo… Volevo farla
mia, entrarle fino all’anima per non perderla più, per lasciarle un segno
incancellabile. Non mi fermai fino a quando venni, riempiendole il ventre
col mio seme caldo, fino all’ultima goccia.
L’uomo si tortura le mani… è rosso in volto… agitato…
-Dopo… Dopo restammo in silenzio. Per un po’. Lontani. Poi, mi chiusi i
pantaloni e le portai da bere. Le andai accanto, prendendole le mani. Le
chiesi scusa miliardi di volte. La supplicai… Baciai i suoi capelli
spettinati… La sua faccia arrossata … Le sue ginocchia nude… Le lacrime
sulla sua faccia… Ma, ormai, era distante. L’avevo persa. Per sempre. Nei
giorni seguenti non venne più da me. E io non la cercai. Mi trovai delle
scuse… degli alibi… delle giustificazioni… Mi dissi che avevo bevuto… che
se l’era cercato… che magari le era anche piaciuto. Balle. Solo balle.
Sapevo benissimo come stavano le cose. In realtà stavo male come un cane.
E ricominciai a bere… fino a non poterne più.
L’uomo china la testa e il buio invade la stanza. (Achìria)
|
|