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Lara era lì già da un paio di minuti. Non era la sera
giusta per aspettare, quella. Proprio no. Si sentiva inquieta, un po’
nervosa. La porta chiusa e la luce accesa nello studio, in fondo al
corridoio, sentenziavano un’attesa indefinita. Si augurò, non troppo
lunga. Anche seduta sul divano, non riusciva a stare ferma. Slacciò la
giacca e sistemò la maglia lungo i fianchi, tirò su le maniche, appena
appena, come sua abitudine e rigirò l’anello. Si guardò riflessa nel
quadro alle sue spalle e lasciò che la sua immagine svanisse, senza
controllare nulla.
Forse non si era neanche pettinata, quella sera. Pensò di
accendere il telefono e vedere le chiamate. Guardò il cellulare, lo tenne
alcuni istanti tra le mani, ma poi lo lasciò spento. Potevano cercarla.
Potevano chiamare. Poteva essere importante. Pazienza, avrebbero
aspettato. Si chinò e prese un libro, tra i tanti, posati sul ripiano. Un
titolo, un autore, una copertina grigia e blu, un prezzo cancellato male,
una storia come altre… Non le interessava. Non in quel momento.
Quella sera non si sarebbe abbandonata ai sogni, alle
emozioni, ai desideri. Sarebbe stata razionale. Era lì per parlare, per
chiarire, per definire ogni cosa. Doveva capire cosa c’era tra loro.
Cos’era accaduto. Guardò l’orologio sul muro, lo stesso della casa di sua
madre e si fermò a contare, ad uno ad uno i minuti che passavano…
Sembravano lunghissimi. Appoggiò la borsa sulla poltrona azzurra, quella
più lontana. Un pretesto per alzarsi, per sentire il rumore dei tacchi
fuori dal tappeto, il fruscio dei vestiti tra i suoi passi. Per sentirsi
vera, in quell’attesa così informe. Si soffermò a sfiorare la poltrona in
pelle, al centro della stanza, quella dietro alla scrivania… e fu tentata
di guardare tra le carte.
Non l’aveva fatto mai, prima di quel momento. Non aveva mai
osato. I suoi occhi scivolarono sui fogli aperti e sparsi. Abbandonati
anche loro, nell’attesa. Gustò l’intimità di quelle righe sconosciute,
scritte a mano, rincorse o incerte, decise e calme. Forti e sensuali,
indubbiamente, come i pensieri di chi le aveva scritte. Sfiorò i fogli, li
carezzò. Sentì la carta fredda e liscia sotto le sue dita. Intravide una
parola, tra le righe, un nome breve e conosciuto. Il suo. Un brivido le
chiuse gli occhi. Non lesse oltre.
Si abbandonò alla penombra, scesa a poco a poco nella
stanza, all’odore della cenere spenta, al profumo del Montecristo sul
posacenere in vetro. Lo immaginò su quella sedia, intento a scrivere e a
pensare… a fumare, a scorrere le righe. I capelli scuri, gli occhi chiari.
Le mani forti, le dita lievi. Le sue boccate profonde e lente, le sue
pause colme e intense. Vide le labbra schiuse avvicinarsi al sigaro ed
avvolgerlo, decise e voluttuose, sicure del piacere che avrebbero gustato,
dell’aroma forte e audace, del gusto caldo e morbido, del sapore deciso e
intenso, che avrebbero incontrato. Si rilassò. Si sentì più calma. Si
sentì sua. Come quel sigaro. Lottò per un momento contro quel pensiero,
senza speranza o convinzione. Solo per non ammettere quello che provava.
Per non sentire il suo respiro farsi più profondo, lento, pieno. Il suo
seno fremere. Il cuore battere. Le mani tremarle. Sentì le braccia farsi
vere, raggiungerla, sfiorarla.
Non l’aveva sentito entrare. Aprì gli occhi e incontrò il
suo sguardo… Non disse nulla. Lo guardò in silenzio. Si avvicinò e si
strinse a lui, appoggiandosi al suo petto. Le sue braccia l’avvolsero e la
strinsero. Sentì il calore del suo corpo, ne sentì la forza, la dolcezza.
Incominciò a baciarla, piano piano, sulle guance, sul collo, ai lati della
bocca. Iniziò a carezzarla, a stringerla, a sfiorarle la nuca, il collo,
il seno. Sentiva su di sè il profumo tiepido della sua pelle, della sua
barba, delle sue labbra. Sentiva il suo fiato, i suoi baci, il suo
respiro. Lo sentiva come fosse dentro di lei. Le sussurrò che era
dolcissima, che era bellissima, che gli era mancata, che la stava
aspettando… Le baciava ogni angolo del viso, del seno, del collo… Non
smetteva un istante di guardarla, di toccarla, sfiorarla… con gli occhi,
le mani, le labbra.
Lara si strinse a lui, chiuse gli occhi e si lasciò
cullare. Si lasciò addolcire e avvolgere da quel calore intenso che le
nasceva dentro… Che le invadeva il ventre, il cuore, l’anima. Che le
allagava le gambe, il sesso, la pelle... Che le allentava il respiro. Le
bruciava le guance. Le arrossava le labbra. Aveva voglia di lui. Di fare
l’amore. Di sentirlo, eccitato e impaziente. Di toccarlo e sentire il suo
pene indurirsi e cercarla. Lo baciò sulla bocca, a lungo. Adorava la sua
bocca e le sue labbra. Lo cercò, sfiorandolo dai pantaloni. Poi scese ed
entrò con le mani a sentirne il calore, la forza. Sapeva che gli piacevano
le sue dita fresche sul pene, il tocco delicato e insistente che gli
schiudeva la pelle e ne scopriva la punta. Sapeva che gli piaceva quando
reclinava la testa e scendeva con le labbra a baciarlo, ad amarlo, a
goderlo. Adorava il suo sapore, la sua forma, la sua pelle morbida e
calda. La sua voglia che cedeva, che cresceva, che gonfiava, che si
arrendeva al suo tocco, alla sua bocca, a lei. Non avrebbe mai smesso.
L’avrebbe fatto per ore.
Sussultò nel sentire le mani di lui scostarle i capelli.
Voleva guardarla meglio, senza perdere un gesto. Si tenne ai suoi fianchi
e si offrì alla sua vista con gli occhi socchiusi ed eccitati, le labbra
intente a baciarlo e succhiarlo, la bocca dedicata ad aprirsi e
accoglierlo, la lingua impegnata a gustarlo e bagnarlo. Lo sentì indurire
sempre di più, fremere e gemere, spingersi ancora più a fondo, dentro di
lei. Continuò, senza staccarsi, fino a succhiargli la voglia, fino a farlo
godere tra le sue labbra, nella sua bocca. Fino a sentirlo pulsare e
contrarsi … Fino a sentire il suo seme caldo giù per la gola. Lui prese
fiato e sorrise, la strinse a sè per un lungo istante e le baciò i
capelli. La fece sedere sulla poltrona di pelle, la mise sulle ginocchia e
l’abbracciò dolcemente. Sollevò appena la sua gonna morbida e infilò
lentamente la mano al di sotto. Lei si strinse al suo collo e si abbandonò
al suo tocco. Le dita scivolarono svelte sotto l’elastico umido e teso e
si fecero strada tra le sue gambe.
Lara si sentì sciogliere ancora di più, sentì forte la
voglia di lui, di farsi toccare, di farsi penetrare sotto la gonna.
Insinuò le dita piano dentro di lei, baciandola e sfiorandola, delicato e
deciso, e la sentì aprirsi sempre di più, bagnata, calda, invitante. La
toccava e le parlava piano, dolcemente, sottovoce, entrava dentro di lei
con le dita e con le parole, quelle che escono dal fondo del cuore,
dall’anima, quelle che ogni donna vorrebbe sentire, che sembrano dette
solo per lei, per un amore giocoso e irreale, assurdo e sognante, di
principe e sposa, di uomo e di donna, di padre e di figlia.
Chiuse gli occhi implorandolo, pronta, di continuare a
toccarla, ad amarla, di farla godere. Lo sentì infilarsi più a fondo,
entrare e uscire da lei, più forte, veloce ed intenso, intingere le dita
nella sua voglia, nel suo piacere denso che cresceva prepotente e lento.
Accompagnò la sua mano, le sue dita impazienti, gli baciò assetata le
labbra e si smarrì nei suoi occhi… fu per un istante tesa, poi si sentì
allagare tra le gambe dal piacere più forte che l’avesse mai aperta e poi
sciolta. Trattenne la mano di lui con la sua fino a quando il respiro si
fece più calmo e l’emozione più lieve. Aveva le lacrime agli occhi. Non
aveva mai fatto l’amore così. Guardando qualcuno negli occhi. Lo
abbracciò, senza riuscire a parlare, senza trovare parole. Lasciò che il
cuore rallentasse la corsa, battesse più piano. Appoggiò il viso alla sua
spalla e si lasciò accarezzare. L’orologio sul muro le ricordava il
ritardo, l’attesa, il tempo passato. Chiuse gli occhi e fermò quegli
istanti, così intensi e preziosi, che non avrebbe scordato. (Achìria)
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