|
Uno,
due.
Tre, quattro.
Cinque, sei, sette, otto.
Nove, che vergogna arrivare qui senza averglielo detto.
Dieci.
Undici, meglio così.
Dodici.
Tredici, certo che le mie colleghe sono proprio oche, guardale lì, vestite
come tante cretine.
Quattordici, ci saranno proprio tutti? Tutti che mi guardano, che
imbarazzo.
Quindici, non lo amo.
Sedici, perchè non gli ho detto che non lo amo? Che diavolo ci faccio qui?
Diciassette, diciotto, diciannove, venti.
Ventuno, ventidue! Il suo collega ricciolino è proprio carino!
Ventitrè, ecco Massimo, guarda come mi
guarda, il suo migliore amico, bell’amico che ti ritrovi, cornuto, sai –
mi hai detto - noi ci raccontiamo proprio tutto... mi ricordo quando al
bagno del locale mi ha detto che ce l’aveva più grosso di te, che forse
prima di sposarti avrei fatto bene a sapere certe cose, certe cose su di
lui? “Certe cose su di me - aveva detto il tuo migliore amico - Chiara, e
certe cose su di te, che ce l’hai scritto in faccia che ti vuoi divertire,
perchè cavolo ti sposi? Vuoi fare una famiglia? Va bene, ma aspetta due o
tre anni, divertiti, assaggia il mondo... e se non vuoi assaggiare il
mondo, assaggia questo.”
E l’aveva tirato fuori, e aveva continuato a parlare con il suo coso molle
lì, davanti alla porta del bagno: “Lo faccio perchè sono il suo migliore
amico – ha detto - e quando lui ci ha presentati io gliel’ho detto, quella
è una porca, sei una porca – e stava parlando di me – e sai cosa mi ha
detto il tuo fidanzato? Che ti sposa lo stesso.”
E mentre il tuo migliore amico parlava, e mi
guardava negli occhi, come un incantatore di serpenti si stava carezzando
il pisello e mentre continuava a guardarmi negli occhi mi aveva preso la
mano destra e ce l’aveva appoggiata sopra, poi con le sue dita aveva messo
le mie dita intorno al suo fusto, per farmi sentire che con una mano non
riuscivo a fare il giro, e che con le dita chiuse a pugno avanzava un bel
pezzo di carne, tra il pollice e l’indice, come se stessi impugnando una
fune gigante. Mi guardava negli occhi, ‘sto stronzo, e io ci sono cascata
come una cretina, “lo faccio per lui - continuava a ripetere - per
dimostrargli che ho ragione” diceva, e intanto le sue labbra sul mio collo
e sotto quella fune che scalciava, e poi arrivava gente che doveva andare
al bagno e avevamo piantato lì, ma due giorni dopo me lo sono ritrovato in
strada, davanti al lavoro, il tuo migliore amico, che non mi ha nemmeno
salutato ma ha continuato subito con le labbra sul collo, lì in strada, mi
ha preso per mano e mi ha portato a casa sua e mi ha sbattuta per un
pomeriggio, il tuo migliore amico, che poi tu gli hai chiesto di farti da
testimone e lui ha detto che non se la sentiva, e quando tu gli hai
chiesto perchè lui ti ha risposto “Chiara non mi convince, tutto qui” e tu
non gli avevi dato peso, ma c’eri rimasto male, me l’avevi raccontato e io
ti avevo risposto il tuo migliore amico è un cazzone.
Ventiquattro, in fin dei conti tutti i
matrimoni finiscono in malora, mi hai detto un mese fa, hai sentito di
Giuseppe e Sonia? Cosa, ti ho chiesto io, Giuseppe ha prosciugato il conto
in banca, mi ha detto Sonia, perchè compra dvd porno dall’America, in
Internet, Sonia l’ha scoperto per caso e l’ha buttato fuori di casa, ma
dai? E anche Carlo e Arianna hanno litigato di brutto, e Simone e
Francesca? Lo sai? Sì, lo so, insomma, tutti vanno in malora e noi tra un
mese ci sposiamo. Siamo diversi? Mi hai chiesto. No, ti ho detto io,
dobbiamo stare attenti. Invece secondo me siamo diversi, hai detto tu, e
poi io ti amo, hai detto. E mi era preso un tuffo nel cuore, mi sentivo in
colpa per la fesseria che avevo fatto con quel cretino del tuo migliore
amico, e c’eravamo addormentati mano nella mano e a un certo punto mi sono
svegliata, forse un sogno, non so, ho aperto gli occhi e ti davo la
schiena, non ho fatto rumore, era come se stessi ancora dormendo, e ti ho
sentito lì accanto a me che ti stavi toccando, sentivo il fregare della
mano sulla carne, una sorta di fruscio sudato, mi sono girata di colpo e
tu eri lì, con il pisello nella mano destra, e mi hai guardato e non mi
hai detto niente, avevi la bocca socchiusa, come un bambino spaventato, a
me è venuto da ridere e ti ho detto noi siamo diversi, e mi sono rimessa a
dormire.
Venticinque, ventisei, ventisette bella
questa chiesa, hai detto tu, bella sì, ho risposto io, che l’abbiamo
trovata per caso. Ora che sono qui mi rendo conto che è troppo grande,
troppo lunga, questa navata non finisce mai, eccoti lì in fondo che mi
guardi sorridente, santo cielo che paura.
Ventotto, ventinove, trenta. Tua madre. Tua madre. Tua madre.
Trentuno, trentadue, dov’è mio padre? Eccolo che piange, la sua bambina
sposa, papà, eccomi all’altare come tu hai sempre voluto.
Trentatre. Ormai.
Trentaquattro. Ci siamo.
Vuoi tu prendere il qui presente?
Sì. Cioè, volevo dire...
Lo voglio.
|
|