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La Sartina
Il cacciatore
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Il dorso della collina rivestito di arbusti nuovi spiccava
chiaro contro il cielo violaceo.
Un temporale era in arrivo, il vento pesante portava l’odore di terra e i
lampi rilucevano in lontananza, accendendosi tra le matasse plumbee che
oscuravano le montagne.
Il giovane cacciatore chiamò i suoi cani e si guardò intorno in cerca di
un riparo: si ricordò che a un certo punto si apriva un piccolo sentiero
che portava ad una casa abbandonata.
Non fu facile avanzare tra i cespugli e l’erba alta, ma riuscì a
raggiungere la casa poco dopo l’inizio del primo scroscio di pioggia:
sedette sui resti erosi e anneriti del focolare di pietra e lasciò vagare
lo sguardo intorno, tra le ragnatele e le pareti cadenti, e poi fuori
dalla finestra ormai senza vetri. La pioggia era quasi cessata quando lui
si accorse che dietro la casa, a una certa distanza, c’era una piccola
chiesa diroccata, poco più che una cappella seminascosta dai rovi.
Mentre si chiedeva come mai non l’avesse notata prima, i cani irrequieti
uscirono e presero a correre in quella direzione, incuranti dei suoi
richiami.
Lui li seguiva malvolentieri, mettere piede in chiese e posti simili lo
innervosiva: preferiva affrontare un lupo o un cinghiale piuttosto.
La vide subito, in piedi sul ciglio della scarpata, le braccia un po’
scostate dal corpo e le palme delle mani rivolte in su, come per
raccogliere la pioggia: l’acqua sgocciolava dalla lunga treccia bruna che
scendeva dritta al centro della schiena, incollava il vestito di cotone
leggero alla delicata linea delle scapole, inzuppava le pieghe della
gonna.
Ai piedi aveva sandali assai poco adatti a quel terreno, ma pareva a suo
agio:quando i cani si avvicinarono fiutando timorosi, si voltò rivelando
la curva piena del seno e un sorriso appena accennato.
“Attenta a non scivolare”
Lo aveva detto d’impulso, senza pensarci si era slanciato in avanti come
per afferrarla e sorreggerla:
ma lei con un solo scatto si allontanò, in pochi istanti sparì dalla sua
vista.
Il suo primo pensiero fu di inseguirla, ma si disse che l’aveva spaventata
abbastanza, in fondo era un uomo armato di fronte a una donna sola, e
decise di tornare indietro: stava facendo scuro quando arrivò a casa.
“In giro con questo tempaccio come un vagabondo! Vedi di non beccarti una
polmonite!”
Lo apostrofò acida la vecchia zia, ma prese lesta dal carniere le prede
per spennarle e cucinarle per cena: lui la lasciò a brontolare, la sua
mente era rimasta alla chiesetta e a lei che sorrideva sotto la pioggia,
con gli occhi sgranati come una bambina.
Si ritrovò lassù qualche tempo dopo: inseguiva una volpe, l’animale era
svelto e spariva a tratti in mezzo ai cespugli; per non perderlo si mise a
correre e cadde malamente sul pendio ripido, rotolò temendo il peggio: ma
d’un tratto fu come se una rete invisibile frenasse la caduta, e si
ritrovò stranamente indenne in fondo alla discesa, a pochi palmi dai resti
aguzzi di un tronco d’albero spezzato. Si rialzò confuso: lei si
affacciava dall’alto come per accertarsi che stesse bene, e quando lo vide
in piedi il sollievo le rischiarò il viso: si allontanò, silenziosa e
leggera.
Per giorni tornò a cercarla, smanioso di vederla di nuovo: ma ogni volta
la scorgeva solo per qualche momento, il tempo di un gesto, di un sorriso
che facevano sobbalzare il suo cuore come un animale selvatico destato;
provava a seguirla senza riuscirci: come se lei potesse rendersi
invisibile in mezzo alla vegetazione.
I suoi cani, di solito così svegli, capaci di fiutare le tracce più
sottili, vagavano confusi e si riavvicinavano fissandolo con gli occhi
umidi e interrogativi: a lui non restava che tornare a casa, portando con
sé solo il turbamento che lo accompagnava nelle notti fitte di sogni.
Era deciso a tenere per sé quanto stava accadendo, ma una sera, dopo
qualche bicchiere di troppo all’osteria, mentre gli altri avventori
sciorinavano storie incredibili di donne e avventure, dichiarò che una
ragazza meravigliosa, la più bella e dolce che avesse mai incontrato (e sì
che ne aveva avute di donne!), si faceva vedere nelle vicinanze della
piccola chiesa diroccata sul fianco della collina, e che ormai non
desiderava altre che lei.
Si aspettava proteste a non finire, ma tutti lo guardarono increduli e
ripresero a bere e a giocare: in fondo lo conoscevano, un ragazzo burbero
e solitario, poco avvezzo all’effetto del vino.
Solo un vecchio che aveva fama di essere un po’ bizzarro, mezzo mago e
mezzo vagabondo, lo afferrò per un braccio e gli piantò addosso uno
sguardo di metallo chiaro:
“ Ho sentito raccontare di quella donna: è meglio per te se le stai
lontano, figlio mio.” Gli sibilò in faccia.
“Non è una del paese, non si sa come viva, che ci faccia lì, sempre
intorno a quella chiesetta sconsacrata: forse è solo una povera pazza, ma
potrebbe essere una strega…le donne che stanno da sole non portano mai
niente di buono, dammi retta….”
Il cacciatore si liberò seccato dalla sua stretta: l’altro non aveva mai
vista, altrimenti non avrebbe parlato così, non avrebbe accostato follia e
malvagità all’immagine di lei, che invece sembrava creata solo per dare
gioia.
Non era un ingenuo, di donne ne aveva avute davvero, tante ne aveva
adagiate nei fienili o dietro le siepi, ma nessuna gli avevo dato le
emozioni che adesso provava per lei, pur senza averla ancora sfiorata.
I giorni passavano ed era sempre più ossessionato dal desiderio di
incontrarla, gli pareva di impazzire: decise che l’avrebbe fermata in un
modo o nell’altro.
La ragazza stava rientrando alla chiesa da una porticina laterale invasa
dall’edera: appena varcata la soglia si ritrovò puntate contro il petto le
canne della doppietta, e dietro queste il viso duro del cacciatore.
“Abbassa quest’arma da selvaggina.” Fece tranquilla: “Non sarà certo il
piombo a difenderti da me.”
“Non sono una pazza e nemmeno una strega: sono un angelo. Aspetta, lo so
che non mi credi ma ascolta lo stesso: per conoscere meglio l’umanità ho
chiesto e ottenuto di trascorrere dodici anni su questa terra, come una di
voi.
Ho vissuto tra voi, ho conosciuto il vostro dolore e le vostre passioni,
ho provato l’amore e i piaceri dei sensi: adesso i dodici anni sono
trascorsi e io sto per tornare alla mia dimensione: ormai mi restano solo
cinque giorni qui.
Nelle ultime settimane ho lasciato la città che mi ospitava e mi sono
ritirata quassù, sperando di non incontrare nessuno: il mio corpo si sta
lentamente trasformando per tornare alla sua natura spirituale, e se una
persona adesso mi avvicinasse, se mi toccasse, sarebbe in pericolo.
Se un uomo mi possedesse ora, verrebbe circondato dalla mia energia e non
potrebbe più uscirne: diventerebbe un angelo come me, e insieme a lui io
tornerei in quello che è il mio mondo.
Adesso capisci perché cercavo di sfuggirti? Era per proteggerti:
percepisco il tuo desiderio, percepisco il tuo amore, e anche io ti amo,
ancora come una donna, da quando ti ho visto per la prima volta…ma non
posso strapparti dal tuo mondo, non è giusto: hai la tua vita, è quella
che devi vivere; mi dimenticherai, ma io ti ricorderò e ti proteggerò…”
Lui indietreggiò e fuggì via.
Ci pensò a lungo, incredulo, confuso, tormentato: non dormì nelle notti
seguenti, quasi senza mangiare vagava assorto di giorno; arrivò persino a
farsi vedere in canonica per parlare col vecchio parroco, intenzionato a
chiedergli se mai si fosse saputo di angeli scesi sulla terra. Il prete
naturalmente non capì, e con il suo tono lamentoso si limitò a metterlo in
guardia dal peccato e dalle tentazioni del mondo, opera certo del maligno,
che spesso prendeva sembianze femminili, di donne lussuriose e
ingannatrici.
Il cacciatore si congedò con un rispettoso saluto: non aveva più bisogno
di sapere, ormai aveva deciso.
Lei rinunciava al suo amore e lo teneva lontano per non strapparlo dalla
sua vita, ma il realtà non c’era niente per cui valesse davvero la pena di
restare.
La sua vita era sempre stata dura e senza affetto, con un padre fuggito
quando lui era ancora piccolo e una madre morta pochi anni dopo: la
vecchia zia lo aveva preso con sé di malagrazia, contenta solo di avere
due braccia giovani per i campi. Non aveva amici, e le donne lo cercavano
per qualche ora di piacere, ma non per trascorrere insieme i mesi e gli
anni. Lui non aveva altro da offrire che un corpo forte e bello e una
passione impetuosa, a loro cercavano anche altro, sicurezza e stabilità, e
sceglievano infine altri uomini con cui sistemarsi. No, non c’era niente
che lo trattenesse.
*****
Il quarto giorno uscì al tramonto senza portare con sé i cani, senza
voltarsi indietro, e presto arrivò alla chiesetta.
Lei lo aspettava, in piedi sul ciglio della scarpata dove l’aveva vista la
prima volta, con le braccia protese ad accoglierlo: più bella che mai,
aveva sciolto la lunga treccia e i capelli ondeggiavano leggeri, e la sua
pelle era accesa come se avesse la febbre.
Non fuggì questa volta, mentre lui si avvicinava: le loro mani si
cercarono tremanti e le loro labbra si unirono in un lunghissimo bacio. Il
respiro di lei era spezzato dall’emozione, mentre lui le scostava dalle
spalle il vestito leggero e la adagiava sull’erba umida.
L’alba illuminò la rugiada sulle foglie: piccole scintille parevano
staccarsi dalle gocce e sciamare verso l’alto, in un silenzio irreale.
*****
In paese si accorsero solo a pomeriggio inoltrato della sua scomparsa,
stanchi di sentire i guaiti dei cani: con l’aiuto del loro fiuto andarono
a cercarlo, ma trovarono davanti alla piccola chiesa la doppietta e il
carniere vuoto appoggiati al tronco di un albero, e la sua giacca buttata
per terra: nient’altro. Conclusero che fosse fuggito con la ragazza,
niente faceva pensare a una disgrazia, e del resto nessuno si prese la
briga di indagare oltre: dopo un paio di settimane non si parlò più di
lui.
A scarico di coscienza, la vecchia zia chiese al prete di pregare per
l’anima dello sventurato nipote,
e giunse a fare una piccola offerta affinché lo ricordasse il mese
seguente, durate messa domenicale.
Faceva caldo quella domenica mattina, e il prete sudava parlando del
giovane scomparso: dopo avere invocato la protezione per la sua anima non
poté trattenersi dall’ammonire i presenti, ricordando loro i pericoli
rappresentati dalle donne, specie se sconosciute e sole, portatrici di
tentazioni che era bene rifuggire… ma mentre si accaldava nella sua
predica, da una delle finestre lasciate aperte arrivò una vivace folata di
vento, a far tintinnare le decorazioni dei candelieri, come in una piccola
risata.
FINE
Questo racconto è
frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente
casuale.
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