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Si arrivava da una strada tutta curve, affondata in un
boschetto di pini: proprio in cima alla collina il grande spiazzo vuoto,
la chiesa e di lato il severo convento francescano, di pietra grezza e
quasi senza finestre all’esterno. Preferivo andare a Messa lassù,
piuttosto che alla piccola chiesa del paese, troppo affollata di comari
vocianti e assediata all’esterno da uomini poco devoti che stavano lì
senza nessuna ragione. Arrivavo prima, per poter restare un po’ in pa ce
sotto il porticato, e quando la porta laterale era aperta entravo nel
cortile interno, quello con il pozzo al centro, i cespugli di rose e le
arcate tutt’intorno, come in ogni convento che si rispetti.
La Domenica mattina solo
pochi frati in preghiera scivolavano via frettolosi, e tra questi a volte
c’eri tu: il più giovane, la figura troppo esile per il saio pesante, il
viso dolce un po’ affilato, la corta barba bionda e gli occhiali dalla
sottile montatura dorata: un angelo gentile piombato tra le mura fredde e
scabre in cima alla collina. Quando eri tu a celebrare la Messa mi sedevo
ai primi banchi, mi perdevo a guardare le tue mani bianche e sottili, i
tuoi occhi scuri nella luce dei paramenti ricamati d’oro, che
risplendevano nei movimenti dei gesti rituali, e ascoltare la tua voce
serena e armoniosa mentre parlavi d’Amore: così diverso da quello che
conoscevo, quello dei ragazzi un po’ timidi, un po’ spacconi, avidi nelle
mani, avidi di avere un racconto per gli amici: no, tu parlavi di Amore
eterno e totale, quello al quale avevi dato anima e corpo, e il tuo corpo
era fatto ormai di una carne diversa, come quello degli angeli che non
hanno brame terrene e tendono solo al cielo, solo verso il cielo vogliono
volare.
Andavo via quando c’eri tu nel confessionale, anche se
avrei voluto starti così vicina, quasi sfiorarti, ascoltare il tuo
sussurro il tuo respiro attraverso la grata: ma non potevo raccontarti che
eri tu a turbare la mia anima, a togliermi il sonno e il calore mentre di
notte guardavo fuori, e ti immaginavo nella tua cella dalla finestra
minuscola che si affacciava sulle chiome irte dei pini, e chissà se eri
felice o se invece anche tu ogni tanto sentivi il freddo nel cuore, e
avresti voluto il calore di una carezza, di una mano che ti scompigliava i
capelli e di un abbraccio
che ti circondava le spalle.
Non potevo dirti di me e forse nemmeno mi avresti
ascoltata, avrebbe vinto quell’Amore più grande: ne ero certa , per questo
accettai – come un esilio sofferto - il lavoro che mi portò lontano, e ci
furono altri posti, altri amori, altre gioie altre lacrime , per tanto
tempo non tornai alla chiesa e al convento.
Sono tornata oggi, ho chiesto di te, mi hanno risposto
che sei andato via ormai da mesi: in una missione lontana, a sentire il
più anziano dei frati…. Ma due donne, le bigotte di sempre, mi hanno
raccontato dell’altro: allontanato dal convento per storie di donne, erano
in tante a correrti dietro, la gente ormai lo sapeva, e con una di loro
hai ceduto: non eri ancora un angelo vero, il tuo volo non era alto e
sicuro, è bastato un profumo, un sorriso, a ridarti il corpo di un uomo: e
un uomo si accontenta di poco, anche di un amore piccolo e breve, una
storia rubata e nascosta, poche ore di gioia con la donna di un altro.
Vado via senza voltarmi, e non tornerò ancora: non c’è più niente per me
su questa collina, nemmeno una piuma rimasta tra i rami dei pini.
I racconti di "La
Sartina" su LiberaEva |
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