RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

La Sartina

 
 

Il cassetto dei ricordi

 
 

 
 

Foto KemalKamilAKCA

 
 
 

L’ultima passata di nastro adesivo: un altro scatolone era pronto. Federico afferrò il pennarello blu e annotò il contenuto direttamente sul cartone, poi si alzò stiracchiandosi e fece vagare lo sguardo tutt’intorno. C’erano ancora diverse cose da imballare, ma erano ormai le dieci di mattina: lui stava lavorando da tre ore e decise di staccare per qualche minuto.
Andò in cucina per farsi il caffè (la caffettiera sarebbe stata messa via per ultima, pensò sorridendo). Ci siamo, pensò ancora, con un misto di gioia e di paura: fine di questo capitolo.

Un capitolo iniziato quasi un anno prima, durante un breve viaggio in un’isoletta greca: non una vera vacanza, quasi una fuga dal mondo che sembrava ormai asfissiarlo: l’agenzia immobiliare, i rituali della movida, l’attico in centro che diventava luogo di atterraggio di donne sempre diverse, chi si fermava per una notte e chi per anni.

Sull’isola aveva scelto un posto tranquillo, lontano dalle località più frequentate: una collina affacciata sul mare, una minuscola pensione, una anziana coppia di coniugi e due cameriere.
Giorni in solitudine, seduto a leggere sotto un albero  in cima alla collina e a passeggiare vicino al mare, serate sotto i lampioni della piazzetta,  notti in un silenzio irreale…

Quasi non l’aveva notata all’inizio, innocua e silenziosa: poi era stato colpito dai suoi occhi verde mare che si spalancavano stupiti al suo arrivo, dal sorriso appena accennato quando si incrociavano, quasi sfiorandosi negli stretti corridoi della pensione, quando lei col suo corpo esile trascinava il sacco delle lenzuola da cambiare, o dava gli ultimi colpi di straccio… e non sbuffava mai! A volte piegava un poco le labbra, malinconica; poi tornava a sorridere, piano piano.

Era Helene, la cameriera; sì insomma la ragazza tuttofare. Aveva preso sempre più ad accoglierla in sé con lo sguardo, col pensiero, con l’immaginazione, mentre nulla trapelava all’esterno. O almeno così lui credeva.

Un pomeriggio, pensando che lui fosse uscito, lei aveva aperto la porta della sua stanza; trovandolo in camera si era scusata con un timido sorriso, ma prima che potesse allontanarsi lui le aveva sorriso a sua volta raggiungendola sulla porta. Uno sguardo di lunghissimi istanti: quello di lui che raccontava muto tutta la propria vita; quello di lei un po’ smarrito ma pieno di dolcezza. Si erano ritrovati vicini, le labbra si erano cercate solo un momento. Quel momento.

Era tornato sull’isola altre due volte, ma fin dall’inizio sapeva che fare: i due proprietari erano avanti negli anni e avevano spesso manifestato il desiderio di vendere la pensione e trasferirsi nella casa che era appartenuta ai genitori di lei: non avevano figli che potessero continuare l’attività, e avrebbero voluto cederla a Helene, che però non aveva il denaro necessario per l’acquisto: lui si era fatto avanti, promettendo che i loro desideri sarebbero stati rispettati in tutto.

I due avevano accettato, felici di sapere che la loro Helene (ormai la consideravano una figlia) avrebbe avuto al suo fianco un uomo gentile e sincero: se lo meritava, dopo le brutte esperienze che aveva avuto.
Con questa convinzione si sarebbero ritirati a godere i loro ultimi anni, nella casa affacciata sul mare, nel posto dove tanti anni prima ( una vita!) si erano incontrati, lui giovane pastore, lei ragazzina con un nastro nei capelli e un vestitino bianco…

Tornato in Italia Federico aveva venduto al socio la sua quota dell’agenzia, trovato un acquirente per l’attico, e iniziato a programmare la partenza. Adesso non restava altro da fare che il trasloco: in realtà avrebbe portato ben poco con sé, solo abiti, libri e poche altre cose: aveva già ad attenderlo tutto quello che desiderava e non voleva portarsi dietro troppo del suo passato.

Era rimasto da vuotare l’ultimo cassetto, quello su cui era più indeciso: occupato a prima vista da oggetti stranamente disparati, solo lui sapeva perché fossero lì riuniti: erano tutti legati al ricordo di donne che aveva avuto.

C'erano tre candele profumate, di quelle che Monica accendeva quando facevano il bagno insieme: Monica era minuta e scura, impetuosa nell’amore, vulcanica e incostante: era durata poco con lei, che comunque non si fermava mai a lungo con nessuno e in nessun posto.

Le scarpette da ballerina erano un regalo di Anna, insegnante di danza, aggraziata ma dai modi alteri che nascondevano una profonda insicurezza: avevano vissuto insieme per due anni, nonostante avessero così poco in comune: lei era precisa e metodica, e raramente si lasciava andare, considerando le emozioni un segno di debolezza e di irrazionalità...era quasi indispettita quando lui riusciva a strapparle pochi istanti di passione, e alla fine certo lo aveva lasciato per questo: non accettava che lui le facesse perdere la testa.

Reggiseno di pizzo chantilly color malva: dimenticato da Milena dopo una lite furiosa. Milena era una quarantenne in carriera, intelligente e ambiziosa. Era bello il suo corpo asciutto e longilineo, che lei aveva però deciso di stravolgere per superare l’assurdo complesso dei seni piccoli: si era appellata al più famoso chirurgo plastico della città, e dopo ostentava con fierezza le sue tette rifatte.

Ma lui la preferiva come era prima, e aveva avuto la malaugurata idea di dirglielo scatenando un uragano: aveva ancora i brividi a ricordarlo. Una sciarpa azzurra e una culotte di raso color crema: confessò a se stesso di non ricordare affatto a chi fossero  appartenute… di certo storie finite malissimo, se le aveva rimosse in maniera così totale.

Vi erano poi foto e cartoline, alcuni CD e tre copie dello stesso romanzo di Hesse: tre diverse donne avevano pensato di fargli il medesimo regalo, di certo senza neanche averlo letto prima, il romanzo, immaginando (chissà perché!) che dovesse rispecchiarsi in quelle pagine.

Un piccolo album  conteneva invece le foto dell’ultimo viaggio: scorci di spiagge dell’isola, il sentiero sassoso che amava percorrere nel pomeriggio, le immagini di una grigliata che avevano fatto una sera, e lui aveva lasciato bruciacchiare il pesce e rovesciato l’insalata tra gli sguardi di divertito rimprovero di Helene…

Le stava ancora osservando con tenerezza quando dal computer portatile arrivò il segnale sonoro di una nuova mail. Mise via le foto e si avvicinò. Avrebbe dovuto immaginarlo: era di Ambra.

Ambra, con cui aveva avuto una storia bella e appassionata diversi anni prima, dopo la fine del loro amore, dopo un periodo di rabbia e di recriminazioni, era inaspettatamente diventata sua amica: puntualmente gli confidava tutte le storie che aveva con nuovi uomini e lo pregava di essere felice  per lei, puntualmente gli chiedeva consigli nei momenti di difficoltà…puntualmente piombava a casa sua in lacrime all’ennesima rottura.

Era successo anche due sere prima: lo aveva chiamato a tarda sera, era arrivata con il solito racconto drammatico del suo uomo porco e traditore che andava a letto con le altre, della sua scenata furiosa e di lui che se ne andava senza dire niente, come se la cosa non lo riguardasse…

Stavano sul divano e lei aveva iniziato a dire ma perché le cose vanno sempre così, che cosa mi manca per fare felice un uomo?

Non sono abbastanza attraente?
Ma che dici, aveva ribattuto lui, sei bella e sexy come poche che conosco.
Ricordo che ti eccitavo molto, aveva continuato lei, avvicinandosi sempre di più, giocherellando con i bottoni della sua camicia, certo prevedendo la sua reazione: erano finiti a fare l’amore sul tappeto davanti al divano, e per tutto il tempo lui aveva pensato a Helene, e forse lei al suo uomo che era andato via…

Aprì con un certo senso di malessere la mail, ma invece di nuove frasi drammatiche trovò poche righe asettiche:
“Ciao Federico, l’altra sera ho dimenticato a casa tua le calze e mi chiedevo se puoi mandarmele…capisco di darti un disturbo per una cosa di poco conto, ma a quelle calze ci tengo perché sono un regal…”

Chiuse senza finire di leggere, ridendo della sua ingenuità: aveva per un attimo creduto a una scia seppure leggera lasciata da quella notte, invece Ambra rivoleva solo le sue calze e neanche gli chiedeva come stai. (Si concentrava sempre e solo su se stessa, e poi arrivava a stupirsi se gli uomini fuggivano da lei ...)

Le trovò su uno sgabello del bagno, quelle calze color bronzo con alti bordi di pizzo a motivi geometrici: attorcigliate e tristi come cortecce di rami secchi. Le prese in mano, e dopo un breve momento di riflessione andò a deporle nella scatola delle cose da buttare via. Alle calze si unirono le candele profumate, la sciarpa azzurra, le scarpette da ballerina e tutto il resto: senza esitazioni, senza rimpianti, senza rancori: con la tenerezza di chi guarda una parte del passato che pure gli appartiene, ma che adesso deve lasciare spazio al nuovo.

Nell’ultimo scatolone che avrebbe spedito sull’isola era rimasto uno spazio, quello che all’inizio aveva pensato di destinare ai suoi ricordi: ebbe subito un’idea per riempirlo, e lasciò l’attico per rientrare solo dopo un’ora.

Aveva comprato dei regali: non per Helene ma per Sophia: anche lei lo aspettava all’arrivo… Sophia aveva i capelli biondi e morbidi, gli occhioni scuri spruzzati d’oro; qualche timida lentiggine sul visetto tondo e fresco come un frutto maturato al vento.

Già pregustava il suo sorriso quando avrebbe ricevuto i regali… Iniziò a sistemare nello scatolone gli album da disegno, i pennarelli, i pastelli a cera e i libri da colorare: sì, perché Sophia aveva quattro anni ed era la bambina di Helene.

Il padre naturale era fuggito prima della sua nascita, e lei era cresciuta con la madre che la portava con sé al lavoro, lasciandola giocare nel cortile sotto lo sguardo amorevole degli anziani proprietari: Federico non aspettava altro di essere un padre per lei, di far sorridere la madre e di sentirsi a casa con loro.

Chiuse le alette di cartone: altre passate di nastro adesivo, altre scritte con il pennarello blu: era quasi tutto pronto per la partenza.  

 

 

Questo racconto è frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale.


 

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