Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male. Questo è tutto. Oscar Wilde

 
 
     
 
 
     
 

La Sartina

D'acqua e di rame

 

Foto KemalKamilAKCA

 
     
 
 
 
 
 
     
 

Erano arrivate come niente fosse, in un pomeriggio di tarda Primavera: due gatte, due normali gattine tigrate che presero ad aggirarsi intorno alla casa, per niente spaventate dal vecchio cane.
Certo saranno affamate, pensò Antonio, e andò a cercare in cucina qualche ritaglio di lardo, che buttò in un angolo del cortile: le bestiole però annusarono senza toccare.
Lui tornò al lavoro: c’era l’erba da falciare e l’orto da sistemare, suo padre era già all’opera e non era il caso di perdere altro tempo.

Stavano per mettersi a tavola (quella sera sua madre aveva fatto la frittata che a lui piaceva) quando dal portone lasciato socchiuso si infilarono le due gatte, che senza esitazioni andarono a sistemarsi nel camino, ai lati dei due alari: come due piccole sfingi.
Sua madre prese un vecchio piatto sbeccato e vi mise delle croste di pane, intrise con l’olio della frittata: questa volta le gatte mangiarono tutto avidamente.
Ci possono fare comodo, disse suo padre, terranno lontani i topi.
Non si parlava troppo la sera in quella casa, il lavoro duro nei campi toglieva la voglia, la voragine della guerra era ancora vicina nel tempo e nei ricordi: un figlio ucciso al fronte e lutti tra parenti e vicini rendevano aspro il calare del buio.
Andarono a dormire presto, Antonio nella camera spartana che dava a Est, di fronte al fienile: una notte come tutte le altre, se non fosse stato per il sogno.

Lui era ancora nel suo letto, e avvertiva la sua presenza: una giovane donna.
Non aveva idea di come fosse entrata, ma non era spaventato, anzi questa presenza gli dava una bella sensazione, come quando fingendo di sistemare la siepe si attardava nei pressi della fontana, per vedere le ragazze che arrivavano con le conche di rame: tendeva l’orecchio per gustare le loro voci e le loro risate fresche, e senza farsi accorgere le guardava allontanarsi lentamente, attente a tenere in equilibrio la conca sulla testa: ne era così incantato da dover lottare per ricacciare indietro le lacrime.

Lei era lì al buio, sentiva il suo respiro e vedeva il suo delicato profilo sullo sfondo della finestra.
Ben presto un’altra giovane apparve dietro la prima, e insieme si avvicinarono fino ai piedi del letto canticchiando sottovoce una strana nenia: poi di nuovo il sonno senza sogni.

Nei giorni seguenti le gattine continuarono a gironzolare nel cortile: non davano la caccia ai topi come suo padre aveva sperato, piuttosto rincorrevano le farfalle e osservavano curiose ogni opera umana, in particolare quelle di Antonio, che seguivano un po’ dappertutto, festeggiando la sua presenza con rumorose fusa.
La sera entravano sempre in casa e come all’inizio prendevano posto ai lati degli alari: erano così tranquille e silenziose che nessuno pensava di allontanarle, anzi erano sempre in attesa del loro arrivo.
Antonio lasciava spesso qualcosa nel suo piatto per poterlo passare alle gatte, senza farsi vedere da sua madre che era contraria a dare loro altro che gli avanzi, e gli diceva sempre di mangiare di più, perché era troppo magro e pallido: il suo modo di dimostrare amore a quel suo figlio ormai diciassettenne, più alto del padre ma ancora così acerbo.

Le gatte mangiavano di gusto, e si erano davvero affezionate ad Antonio, certo avvertivano il suo affetto ruvido e silenzioso ma sincero.

Di notte tornavano spesso le ragazze del sogno: restavano ai piedi del letto canticchiando sottovoce, come se non potessero parlare né avvicinarsi di più: lui riusciva a intravedere nel buio appena rischiarato dalla luna i loro visi e le loro figure aggraziate, così simili da sembrare l’una lo specchio dell’altra.
Lui non parlava mai con nessuno di questi sogni, dicendo a se stesso che in fondo erano solo questo, ombre senza corpo che la mattina svanivano e non lasciavano tracce alla luce del sole.
Al sole ormai quasi estivo lavorava un giorno, c’era l’erba da falciare in un campo non lontano dalla fontana: lui era andato a bere e si era tolto la camicia per rinfrescarsi con quell’acqua invitante, quando era arrivata Adele, la figlia dei vicini: era arrossita violentemente a vederlo così a torso nudo, ma non aveva distolto lo sguardo e anzi si era avvicinata dicendo che doveva portare presto l’acqua a casa.

Lui era tornato nel campo con la testa leggera, come se avesse bevuto il vino forte, e lavorò con un’energia che non credeva di possedere.
Quella sera sedette sugli scalini davanti al portone, e alle gatte subito accorse regalò
più carezze del solito, le fece giocare con un pezzo di corda e si lasciò andare a parlare con loro come se davvero potessero capire.

La notte tornarono le ragazze del sogno, si avvicinarono questa volta e sfiorarono le sue guance con due leggerissimi baci prima si svanire: lui sapeva, sentiva che non sarebbero più tornate.
La mattina dopo andarono via le gatte: senza ragione si avviarono lungo la strada, tenendo lo stesso passo, insensibili ai richiami, procedendo dritte senza voltarsi.

Ci rimasero un po’ male anche i genitori di Antonio, del resto, disse suo padre, i gatti sono fatti così e non si legano troppo a nessuno. Non ne parlarono più.



*****


“Domani devi proprio andarci, al mercato di Villa Alta”
Era suo padre a parlare: “ Ci servono due roncole nuove e quattro rotoli di spago, e non dimenticare il verderame…”
Antonio sapeva bene che in realtà suo padre lo mandava al mercato del paese vicino
per dargli la possibilità di vedere gente e trascorrere una giornata diversa:
lui e la madre erano un po’ in pensiero per il suo modo di fare così solitario, e speravano che col tempo cambiasse e diventasse più espansivo.

Era arrivato presto al mercato, e trovò in poco tempo tutto quello che occorreva: ripose gli acquisti nella sacca e si attardò a passeggiare tra le bancarelle.
Di fianco alla chiesa del paese c’era una palazzina a tre piani, bella e curata, con i balconi a eleganti volute: era la casa del farmacista, uno dei più ricchi e illustri del paese, così dicevano tutti: lui neppure lo conosceva.
Alzò come sempre lo sguardo per ammirare la palazzina, e allora vide due giovani affacciate a uno dei balconi: due sorelle forse, erano quasi identiche nell’aspetto e nei gesti.
Antonio ebbe un attimo di sgomento associando la loro immagine a quella delle ragazze del suo sogno: ma fu davvero solo un attimo, e si stava allontanando, quando si accorse che le ragazze lo chiamavano e facevano dei gesti di saluto.
Mi scambiano per un altro di sicuro” pensò, continuò a camminare senza alzare lo sguardo: ma gli si parò davanti un uomo anziano e ben vestito, che lo salutava e lo invitava a seguirlo in casa.
“Deve esserci uno che mi somiglia da queste parti, e mi scambiano per lui “
pensava Antonio, e disse all’anziano signore che si sbagliava, che non si conoscevano: ma l’altro insisteva, e dopo essersi presentato come il farmacista lo prese gentilmente per un braccio lo guidò verso la palazzina dai bei balconi.

Antonio si lasciò condurre dentro, stupito e un po’ a disagio per i suoi abiti dimessi anche se puliti, che contrastavano con la giacca costosa e gli anelli d’oro dell’altro.
Sedette impacciato al lussuoso tavolo del salone, mentre una cameriera recava dolci e liquori: arrivò anche una donna, la moglie del farmacista evidentemente, che lo ringraziò chiamandolo per nome e benedicendolo: il marito finalmente spiegò che lo stavano ringraziando per avere accolto e curato le due gatte.
“Che strana gente, darsi tanto pensiero per due bestiole” stava già pensando il ragazzo, ma il farmacista proseguì rivelando l’arcano:
tempo addietro le sue figlie gemelle erano cadute vittime di un sortilegio della Donnola, che le aveva trasformate in gatte.

Antonio rabbrividì a sentir nominare la Donnola: la sua fama di fattucchiera si era sparsa anche nei paesi vicini, e si raccontavano storie terribili di persone morte senza apparente motivo, amanti presi con legami oscuri, discordie repentine tra famiglie che da sempre si volevano bene, e persino di raccolti marciti e greggi sterminate.

Il farmacista proseguiva nel suo racconto: le figlie erano state trasformate e costrette a vagare per le campagne, finché non avessero trovato una famiglia disposta ad accoglierle e un uomo che si fosse affezionato a loro: solo a quel punto l’incantesimo si sarebbe sciolto.
Antonio e i suoi genitori con la loro accoglienza avevano reso possibile il loro ritorno alla forma umana.
Le figlie del farmacista quella mattina lo avevano riconosciuto tra la gente del mercato, e avevano pregato il padre di condurre il ragazzo in casa per ringraziarlo.


*****


Stava tornando a casa, ancora frastornato per l’accaduto, con la sacca appesantita dagli acquisti e dai regali del farmacista: alla fine dello strano incontro anche le figlie erano arrivate nel salone per ringraziarlo di persona, impacciate quasi quanto lui, ma Antonio aveva preferito congedarsi in fretta e uscire, in preda a un disagio sempre più evidente.
Adesso, lontano da quella palazzina, era sempre più propenso a credere che qualcuno avesse voluto solo fargli uno scherzo, prendersi gioco di lui che credevano troppo giovane e inesperto: cascano male, pensò, non credo alle favole da tanto tempo ormai.
Era così assorto che non si accorse subito di avere sbagliato strada, e si ritrovò davanti a una casa ombreggiata da grandi querce: avvicinandosi vide luccicare appesi ai rami dei campanelli di metallo.
Subito gli tornarono alla mente i racconti che aveva sentito, e capì che quella era la casa della Donnola.
Il suo primo istinto fu di scappare, ma si fermò vergognandosi della sua paura: non era da uomini lasciarsi spaventare da storie di magia… e poi suo fratello aveva avuto il coraggio di andare a morire in guerra, e lui arretrava davanti a una donna, solo perché la chiamavano strega?

Sulla panca davanti alla casa lei stava come in attesa, con un piede a terra e l’altro sul piano di pietra, le mani intrecciate a circondare il ginocchio sollevato su cui appoggiava il mento.

Guardandola da vicino, Antonio scoprì che la Donnola non aveva l’aspetto così terribile che lui aveva immaginato: era anzi una donna ancora bella, forse poco più che quarantenne, svelta e sottile come l’animale da cui prendeva il nome.
Vestiva da contadina, con un grembiule a quadretti verdi e blu sulla lunga gonna scura e la collana a grossi grani di corallo: solo i capelli non erano raccolti come quelli delle contadine, ma le scendevano sulle spalle in una massa di riccioli neri e facevano risaltare gli occhi verdi e penetranti.



“Vieni figlio mio, ti aspettavo “ gli disse tranquilla, “ ti ho fatto sbagliare strada e arrivare qui perché voglio raccontarti il resto della storia “.

Lo raccontò, il resto, mentre sedevano sulla panca di pietra: gli spiegò che il sortilegio non era stato un atto di cattiveria immotivata ma la giusta lezione per le due gemelle del farmacista.

Ricche e viziate, si erano prese gioco di un giovane contadino, nascondendo la loro identità, facendogli credere di essere una sola e innamorata di lui: dopo diverse settimane gli avevano rivelato la verità, e di fronte al suo smarrimento avevano riso fino alle lacrime.

Ferito e umiliato il ragazzo aveva tentato di uccidersi: era stato salvato per miracolo e si era rifugiato in un convento di frati di clausura.
La madre del ragazzo, accecata dalla rabbia e dal dolore, si era rivolta alla Donnola
perché punisse quelle due: lei allora le aveva trasformate in gatte, costrette ad andare in giro in cerca di una casa, a elemosinare cibo e carezze: loro avevano sofferto innamorandosi di Antonio senza poterlo rivelare, senza neppure poterlo toccare in forma umana, e solo dopo che avevano capito, solo dopo che lui con il suo affetto aveva addolcito un po’ le loro anime, erano state liberate.
Il farmacista e la moglie avevano sempre saputo, e sempre avevano nascosto questa storia raccontando a tutti che le figlie stavano in un collegio in città: quella mattina non avrebbero neppure chiamato Antonio per ringraziarlo, se non fosse stato per l’insistenza delle due ragazze.

“Dimenticale, figlio mio: loro ti amano ma non sono l’amore per te.
L’amore per te ti aspetta, è fresco come l’acqua di fonte e splende come il rame al sole: vai, dimentica tutto ma ricorda che la buona sorte ti accompagna.”


*****


Era già in vista di casa sua: ci aveva pensato e adesso capiva bene che voleva dire la Donnola parlando d’acqua e di rame.
L’acqua e il rame gli riportavano alla mente la conca di Adele, che lei sollevava sopra la testa, inarcando il busto dai seni rigogliosi.
Si innalzava poi come una statua , appoggiava le mani alla vita e avanzava con un lieve sorriso, facendo dondolare gli orecchini a cerchio e muovendo con grazia i fianchi robusti e le lunghe gambe dalle caviglie sottili.
Sapeva adesso che avrebbe fatto all’arrivo: avrebbe detto a suo padre che era davvero il caso di tagliare la siepe vicina alla fontana…



Questo racconto è frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti
è puramente casuale.



 

FINE

 

 
 
     
 
 
     
 
 
     

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