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Erano arrivate come
niente fosse, in un pomeriggio di tarda Primavera: due gatte, due
normali gattine tigrate che presero ad aggirarsi intorno alla casa,
per niente spaventate dal vecchio cane.
Certo saranno affamate, pensò Antonio, e andò a cercare in cucina
qualche ritaglio di lardo, che buttò in un angolo del cortile: le
bestiole però annusarono senza toccare.
Lui tornò al lavoro: c’era l’erba da falciare e l’orto da sistemare,
suo padre era già all’opera e non era il caso di perdere altro
tempo.
Stavano per mettersi a tavola (quella sera sua madre aveva fatto la
frittata che a lui piaceva) quando dal portone lasciato socchiuso si
infilarono le due gatte, che senza esitazioni andarono a sistemarsi
nel camino, ai lati dei due alari: come due piccole sfingi.
Sua madre prese un vecchio piatto sbeccato e vi mise delle croste di
pane, intrise con l’olio della frittata: questa volta le gatte
mangiarono tutto avidamente.
Ci possono fare comodo, disse suo padre, terranno lontani i topi.
Non si parlava troppo la sera in quella casa, il lavoro duro nei
campi toglieva la voglia, la voragine della guerra era ancora vicina
nel tempo e nei ricordi: un figlio ucciso al fronte e lutti tra
parenti e vicini rendevano aspro il calare del buio.
Andarono a dormire presto, Antonio nella camera spartana che dava a
Est, di fronte al fienile: una notte come tutte le altre, se non
fosse stato per il sogno.
Lui era ancora nel suo letto, e avvertiva la sua presenza: una
giovane donna.
Non aveva idea di come fosse entrata, ma non era spaventato, anzi
questa presenza gli dava una bella sensazione, come quando fingendo
di sistemare la siepe si attardava nei pressi della fontana, per
vedere le ragazze che arrivavano con le conche di rame: tendeva
l’orecchio per gustare le loro voci e le loro risate fresche, e
senza farsi accorgere le guardava allontanarsi lentamente, attente a
tenere in equilibrio la conca sulla testa: ne era così incantato da
dover lottare per ricacciare indietro le lacrime.
Lei era lì al buio, sentiva il suo respiro e vedeva il suo delicato
profilo sullo sfondo della finestra.
Ben presto un’altra giovane apparve dietro la prima, e insieme si
avvicinarono fino ai piedi del letto canticchiando sottovoce una
strana nenia: poi di nuovo il sonno senza sogni.
Nei giorni seguenti le gattine continuarono a gironzolare nel
cortile: non davano la caccia ai topi come suo padre aveva sperato,
piuttosto rincorrevano le farfalle e osservavano curiose ogni opera
umana, in particolare quelle di Antonio, che seguivano un po’
dappertutto, festeggiando la sua presenza con rumorose fusa.
La sera entravano sempre in casa e come all’inizio prendevano posto
ai lati degli alari: erano così tranquille e silenziose che nessuno
pensava di allontanarle, anzi erano sempre in attesa del loro
arrivo.
Antonio lasciava spesso qualcosa nel suo piatto per poterlo passare
alle gatte, senza farsi vedere da sua madre che era contraria a dare
loro altro che gli avanzi, e gli diceva sempre di mangiare di più,
perché era troppo magro e pallido: il suo modo di dimostrare amore a
quel suo figlio ormai diciassettenne, più alto del padre ma ancora
così acerbo.
Le gatte mangiavano di gusto, e si erano davvero affezionate ad
Antonio, certo avvertivano il suo affetto ruvido e silenzioso ma
sincero.
Di notte tornavano spesso le ragazze del sogno: restavano ai piedi
del letto canticchiando sottovoce, come se non potessero parlare né
avvicinarsi di più: lui riusciva a intravedere nel buio appena
rischiarato dalla luna i loro visi e le loro figure aggraziate, così
simili da sembrare l’una lo specchio dell’altra.
Lui non parlava mai con nessuno di questi sogni, dicendo a se stesso
che in fondo erano solo questo, ombre senza corpo che la mattina
svanivano e non lasciavano tracce alla luce del sole.
Al sole ormai quasi estivo lavorava un giorno, c’era l’erba da
falciare in un campo non lontano dalla fontana: lui era andato a
bere e si era tolto la camicia per rinfrescarsi con quell’acqua
invitante, quando era arrivata Adele, la figlia dei vicini: era
arrossita violentemente a vederlo così a torso nudo, ma non aveva
distolto lo sguardo e anzi si era avvicinata dicendo che doveva
portare presto l’acqua a casa.
Lui era tornato nel campo con la testa leggera, come se avesse
bevuto il vino forte, e lavorò con un’energia che non credeva di
possedere.
Quella sera sedette sugli scalini davanti al portone, e alle gatte
subito accorse regalò
più carezze del solito, le fece giocare con un pezzo di corda e si
lasciò andare a parlare con loro come se davvero potessero capire.
La notte tornarono le ragazze del sogno, si avvicinarono questa
volta e sfiorarono le sue guance con due leggerissimi baci prima si
svanire: lui sapeva, sentiva che non sarebbero più tornate.
La mattina dopo andarono via le gatte: senza ragione si avviarono
lungo la strada, tenendo lo stesso passo, insensibili ai richiami,
procedendo dritte senza voltarsi.
Ci rimasero un po’ male anche i genitori di Antonio, del resto,
disse suo padre, i gatti sono fatti così e non si legano troppo a
nessuno. Non ne parlarono più.
*****
“Domani devi proprio andarci, al mercato di Villa Alta”
Era suo padre a parlare: “ Ci servono due roncole nuove e quattro
rotoli di spago, e non dimenticare il verderame…”
Antonio sapeva bene che in realtà suo padre lo mandava al mercato
del paese vicino
per dargli la possibilità di vedere gente e trascorrere una giornata
diversa:
lui e la madre erano un po’ in pensiero per il suo modo di fare così
solitario, e speravano che col tempo cambiasse e diventasse più
espansivo.
Era arrivato presto al mercato, e trovò in poco tempo tutto quello
che occorreva: ripose gli acquisti nella sacca e si attardò a
passeggiare tra le bancarelle.
Di fianco alla chiesa del paese c’era una palazzina a tre piani,
bella e curata, con i balconi a eleganti volute: era la casa del
farmacista, uno dei più ricchi e illustri del paese, così dicevano
tutti: lui neppure lo conosceva.
Alzò come sempre lo sguardo per ammirare la palazzina, e allora vide
due giovani affacciate a uno dei balconi: due sorelle forse, erano
quasi identiche nell’aspetto e nei gesti.
Antonio ebbe un attimo di sgomento associando la loro immagine a
quella delle ragazze del suo sogno: ma fu davvero solo un attimo, e
si stava allontanando, quando si accorse che le ragazze lo
chiamavano e facevano dei gesti di saluto.
Mi scambiano per un altro di sicuro” pensò, continuò a camminare
senza alzare lo sguardo: ma gli si parò davanti un uomo anziano e
ben vestito, che lo salutava e lo invitava a seguirlo in casa.
“Deve esserci uno che mi somiglia da queste parti, e mi scambiano
per lui “
pensava Antonio, e disse all’anziano signore che si sbagliava, che
non si conoscevano: ma l’altro insisteva, e dopo essersi presentato
come il farmacista lo prese gentilmente per un braccio lo guidò
verso la palazzina dai bei balconi.
Antonio si lasciò condurre dentro, stupito e un po’ a disagio per i
suoi abiti dimessi anche se puliti, che contrastavano con la giacca
costosa e gli anelli d’oro dell’altro.
Sedette impacciato al lussuoso tavolo del salone, mentre una
cameriera recava dolci e liquori: arrivò anche una donna, la moglie
del farmacista evidentemente, che lo ringraziò chiamandolo per nome
e benedicendolo: il marito finalmente spiegò che lo stavano
ringraziando per avere accolto e curato le due gatte.
“Che strana gente, darsi tanto pensiero per due bestiole” stava già
pensando il ragazzo, ma il farmacista proseguì rivelando l’arcano:
tempo addietro le sue figlie gemelle erano cadute vittime di un
sortilegio della Donnola, che le aveva trasformate in gatte.
Antonio rabbrividì a sentir nominare la Donnola: la sua fama di
fattucchiera si era sparsa anche nei paesi vicini, e si raccontavano
storie terribili di persone morte senza apparente motivo, amanti
presi con legami oscuri, discordie repentine tra famiglie che da
sempre si volevano bene, e persino di raccolti marciti e greggi
sterminate.
Il farmacista proseguiva nel suo racconto: le figlie erano state
trasformate e costrette a vagare per le campagne, finché non
avessero trovato una famiglia disposta ad accoglierle e un uomo che
si fosse affezionato a loro: solo a quel punto l’incantesimo si
sarebbe sciolto.
Antonio e i suoi genitori con la loro accoglienza avevano reso
possibile il loro ritorno alla forma umana.
Le figlie del farmacista quella mattina lo avevano riconosciuto tra
la gente del mercato, e avevano pregato il padre di condurre il
ragazzo in casa per ringraziarlo.
*****
Stava tornando a casa, ancora frastornato per l’accaduto, con la
sacca appesantita dagli acquisti e dai regali del farmacista: alla
fine dello strano incontro anche le figlie erano arrivate nel salone
per ringraziarlo di persona, impacciate quasi quanto lui, ma Antonio
aveva preferito congedarsi in fretta e uscire, in preda a un disagio
sempre più evidente.
Adesso, lontano da quella palazzina, era sempre più propenso a
credere che qualcuno avesse voluto solo fargli uno scherzo,
prendersi gioco di lui che credevano troppo giovane e inesperto:
cascano male, pensò, non credo alle favole da tanto tempo ormai.
Era così assorto che non si accorse subito di avere sbagliato
strada, e si ritrovò davanti a una casa ombreggiata da grandi
querce: avvicinandosi vide luccicare appesi ai rami dei campanelli
di metallo.
Subito gli tornarono alla mente i racconti che aveva sentito, e capì
che quella era la casa della Donnola.
Il suo primo istinto fu di scappare, ma si fermò vergognandosi della
sua paura: non era da uomini lasciarsi spaventare da storie di
magia… e poi suo fratello aveva avuto il coraggio di andare a morire
in guerra, e lui arretrava davanti a una donna, solo perché la
chiamavano strega?
Sulla panca davanti alla casa lei stava come in attesa, con un piede
a terra e l’altro sul piano di pietra, le mani intrecciate a
circondare il ginocchio sollevato su cui appoggiava il mento.
Guardandola da vicino, Antonio scoprì che la Donnola non aveva
l’aspetto così terribile che lui aveva immaginato: era anzi una
donna ancora bella, forse poco più che quarantenne, svelta e sottile
come l’animale da cui prendeva il nome.
Vestiva da contadina, con un grembiule a quadretti verdi e blu sulla
lunga gonna scura e la collana a grossi grani di corallo: solo i
capelli non erano raccolti come quelli delle contadine, ma le
scendevano sulle spalle in una massa di riccioli neri e facevano
risaltare gli occhi verdi e penetranti.
“Vieni figlio mio, ti aspettavo “ gli disse tranquilla, “ ti ho
fatto sbagliare strada e arrivare qui perché voglio raccontarti il
resto della storia “.
Lo raccontò, il resto, mentre sedevano sulla panca di pietra: gli
spiegò che il sortilegio non era stato un atto di cattiveria
immotivata ma la giusta lezione per le due gemelle del farmacista.
Ricche e viziate, si erano prese gioco di un giovane contadino,
nascondendo la loro identità, facendogli credere di essere una sola
e innamorata di lui: dopo diverse settimane gli avevano rivelato la
verità, e di fronte al suo smarrimento avevano riso fino alle
lacrime.
Ferito e umiliato il ragazzo aveva tentato di uccidersi: era stato
salvato per miracolo e si era rifugiato in un convento di frati di
clausura.
La madre del ragazzo, accecata dalla rabbia e dal dolore, si era
rivolta alla Donnola
perché punisse quelle due: lei allora le aveva trasformate in gatte,
costrette ad andare in giro in cerca di una casa, a elemosinare cibo
e carezze: loro avevano sofferto innamorandosi di Antonio senza
poterlo rivelare, senza neppure poterlo toccare in forma umana, e
solo dopo che avevano capito, solo dopo che lui con il suo affetto
aveva addolcito un po’ le loro anime, erano state liberate.
Il farmacista e la moglie avevano sempre saputo, e sempre avevano
nascosto questa storia raccontando a tutti che le figlie stavano in
un collegio in città: quella mattina non avrebbero neppure chiamato
Antonio per ringraziarlo, se non fosse stato per l’insistenza delle
due ragazze.
“Dimenticale, figlio mio: loro ti amano ma non sono l’amore per te.
L’amore per te ti aspetta, è fresco come l’acqua di fonte e splende
come il rame al sole: vai, dimentica tutto ma ricorda che la buona
sorte ti accompagna.”
*****
Era già in vista di casa sua: ci aveva pensato e adesso capiva bene
che voleva dire la Donnola parlando d’acqua e di rame.
L’acqua e il rame gli riportavano alla mente la conca di Adele, che
lei sollevava sopra la testa, inarcando il busto dai seni
rigogliosi.
Si innalzava poi come una statua , appoggiava le mani alla vita e
avanzava con un lieve sorriso, facendo dondolare gli orecchini a
cerchio e muovendo con grazia i fianchi robusti e le lunghe gambe
dalle caviglie sottili.
Sapeva adesso che avrebbe fatto all’arrivo: avrebbe detto a suo
padre che era davvero il caso di tagliare la siepe vicina alla
fontana…
Questo racconto è frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone o
fatti realmente accaduti
è puramente casuale.
FINE
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