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“Ci vediamo cherì?” mi chiedesti per telefono due giorni fa. Con quel tono
da caldo, maledetto bastardo di cui mi ero innamorata. Non ti tradisti,
non vacillasti. Voce ferma, pacata, bocca di miele. Pungiglione di ape.
Non aspettavo che la tua chiamata. Vivevo per la tua chiamata.
“Ci rivedremo appena mi libererò, cherì”. Questa la chiusa straziante
delle nostre notti d’amore.
Io contavo le ore, i minuti, i secondi…
Ogni trillo del telefono mi provocava un sussulto. Tutte le volte
aspettavo di sentire “Cherì”.
Leggevo cherì in tv, sui cartelloni per strada, sul tram, nei titoli di
coda di un telegiornale, sui volti beati degli amanti, nel fondo della
tazzina di caffè. Mi avevi dato una nuova identità, la tua cherì, l’amante
perfetta. Di quelle innamorate che non chiedono più, non pretendono nulla,
di quelle sceme. Da cinque anni mi nutrivo della mia stupidità, mi
crogiolavo in un torpore avvelenato.
Trascorrevo i giorni a pensare ai nostri momenti. Passione, orgasmo,
forza, dolcezza, carezze, coccole, noia, parole, litigi, baci e lacrime.
Ogni volta ti asciugavo la schiena intagliando arabeschi. Con la lingua
solcavo la scapole e intingevo la mia saliva nel tuo sudore. Poi, mi
fermavi con mani di desiderio e mi prendevi di nuovo, ancora.
Nelle narici l’odore di fumo. La tua sigaretta. Il tizzone semispento sul
posacenere. Il bagno post-sesso dove annegare gli effluvi della passione
appena consumata. La nostra vasca. Il movimento ondivago dei miei seni
avvolti dall’acqua, le tue mani scivolose sul mio corpo, la voce
ammiccante: “allaghiamo tutto cherì”. La mia bocca aperta, pronta a
ricevere un altro tuo bacio, incurante di tutto, tranne di te.
Ho amato la tua interezza: la tua casa, il lavoro, il tuo caratteraccio,
le tue manie e forse anche di più. Tuo figlio, i tuoi silenzi, le assenze
e persino tua moglie….
Fedele come un cane, paziente come l’acqua, stupida come una mosca che
sbatte contro lo stesso vetro senza capire, senza cambiare.
“Si, ci vediamo cherì” ti risposi per telefono due giorni fa. Con quel
tono da cieca, maledetta stupida di cui ti eri preso gioco. Non finsi,
tradii l’emozione. Voce sommessa, eccitata, bocca di rosa. Spina mortale.
“Mi dispiace cherì” mi dicesti , seduti ad un bar. Cioccolata fumante.
Occhi essiccati. Guance roventi, lingua di pietra.
“Non piangere, cherì. E’ stato bello tra noi.” E con il tono da maledetto
bastardo, crudo ed impietoso mi lasciasti.
Ora sono qui, nella mia vasca e mentre mi abbandono alle carezze
dell’acqua, metto a fuoco ogni dettaglio del nostro addio. Niente più
corse, attese estenuanti, minuti, secondi dietro quel trillo.
Ho in mente i tuoi occhi mentre dicevi: “scusa, è finita”.
Cinque anni di passione clandestina, di baci e sesso furtivi, fregati a
quel tempo tiranno, che gioiva nel vederci lontani.
Anni in cui ci eravamo giurati un per sempre, lottato per il nostro amore,
creato una barricata alta attorno a noi.
Cosa è successo cherì?
E’ bastato che lei ti mettesse alle strette, ti costringesse a scegliere…
Allora tu, mi hai gettata via come un paio di vecchie scarpe…
In questa maledetta vasca abbiamo fatto l’amore tante volte cherì.
Ti piaceva sentire il movimento delle mie anche. Osservavi i miei
capezzoli emergere e poi inabissarsi al ritmo delle spinte.
Amavi entrare dentro di me in questa vasca, sospinto da due liquidi vitali
che si combinavano e confondevano: il tuo seme e l’acqua.
Poi i miei gemiti, coperti e superati dai tuoi spasmi più forti, intensi,
così maledettamente virili.
Le gocce di sudore sulla tua fronte si mischiavano a quelle dell’acqua ed
io le leccavo, chiudevo gli occhi e mi fingevo nel mare salato della
nostra passione.
Che stupida a pensare che non sarebbe mai finita!
Non mi restano che ricordi. Non mi restano che due dita per rievocare gli
orgasmi provati.
La mia mano si fa strada tra le gambe, risale la china delle cosce e si
perde. Cerco furibonda la gemma del piacere, la sfioro, delicatamente e
poi sempre più forte.
Mentre mi masturbo osservo il mio corpo: i miei piedi sovrapposti si
incastrano perfettamente. Ho due gambe, due cosce, due braccia, due mani…
Rifletto: la donna è stata creata in coppia, forse per non sentirsi mai
sola…
Vado oltre e penso alla maternità. Quando accoglie la vita, una donna non
è sola ma sempre in coppia: in compagnia dell’unico uomo realmente fedele,
il suo bambino.
Allora cherì mi dici che cosa se ne fa una donna di un misero, voluttuoso
codardo come te?
Il numero perfetto è due, il numero della vita è due…
Perciò io vivrò sempre in coppia e basterò a me stessa… Tu, maledetto,
andrai sempre alla ricerca della metà che ti manca, perché il tuo membro è
solo e disperato. Non avrai pace finchè altre due labbra non accoglieranno
di nuovo il tuo sesso codardo. Spero stavolta lo soffochino, lo
trattengano e gli impediscano di uscire.
Solo così rimpiangerai la delicatezza del mio cuore e l’amore smisurato
che colmava la solitudine del tuo pene.
Non tornare più amore. Perché stavolta potrei annegarti in questa vasca,
come ora sto annegando il mio piacere disperato.
Tua Cherì.
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