Sophie viveva in un piccolo appartamento a Saint Louis
en-Ile, uno dei quartieri più romantici di Parigi. Viveva al quinto piano
di un modesto e grazioso palazzo, senza ascensore. Ma non le dava noia,
anzi detestava l’ascensore, era uno dei suoi incubi ricorrenti.Era una
sera fredda e buia, quella. Da dietro i vetri, lei spiava il mondo. Giù,
le strade illuminate. Un negozio di antiquariato, un altro che vendeva
pietre, un paio di ragazzi fermi a chiacchierare accanto alla gelateria
Berthillon.
Squillò il cellulare appoggiato sul tavolo. Non aveva
voglia di rispondere. Lasciò che suonasse a vuoto. Non si mosse dalla
finestra. Rialzò lo sguardo e lo lanciò in fondo, con gli occhi a cercare
Notre-Dame. Giù, su Pont Marie, del buon jazz saliva fino alla sua stanza
e spesso allietava le sue notti solitarie. Immaginava la vita dei
musicisti. Sognava di suonare con loro fino a notte fonda e di non avere
spazio, tempo, casa.
Sognava di uscire da quel locale e cambiare tutte le
sere strada. Una sera poteva andare a place des Vosges, fino ad arrivare a
Marais e la sera dopo avrebbe potuto scegliere di andare dall’altro lato
del ponte, verso St. Germain e perdersi nel quartiere latino. Avrebbe
camminato nella notte con il vento tra i capelli e una lunga sciarpa
bianca per tenere a caldo i pensieri. Sorrise, tirando la tenda. Fuori
c’era la neve. Dentro, il tepore di un camino acceso e un chiaroscuro
nelle stanza.
Lei indossava un Kimono di un colore bellissimo. Era un
rosa pallido. Un colore che ricordava quello delle labbra, solo un po’ più
chiaro. Indossava un paio di calze nere in microfibra. Le arrivavano alle
ginocchia. Era bella, Sophie. Ma di una bellezza particolare. Non
ostentata. Non costantemente alimentata. Una bellezza ribelle. Era una di
quelle donne che non si notano per strada. Ma se ti mettevi fermo davanti
al suo viso e ne studiavi i colori e le forme, non potevi non pensare che
Sophie era bella. Era seduta in poltrona e sorseggiava un thè caldo. Era
buono. L’aveva comprato il giorno prima. Era un thè alla vaniglia. Aveva
un retrogusto dolce e quella dolcezza sembrava rendere più calda una
serata come un’altra. Non aveva molta voglia di uscire. Anzi, nell’ultimo
periodo stava benissimo in casa, circondata dalle sue cose, dai suoi
oggetti che avevano vita, sempre. Passava le serate a scrivere o a
leggere. Oppure cucinava,anche se non veniva nessuno a cena. Non più
almeno.
Non vedeva François da mesi ormai. Le mancava come
l’aria. A volte sentiva di non avere un braccio. Altre volte, invece, di
non avere la bocca per parlare, per riuscire a dare senso alle parole.
Andò in camera da letto. Non accese la luce. Le piaceva camminare al buio.
Era un buio che conosceva. Aprì il piccolo armadio che aveva comprato in
un mercatino vicino casa. Era stato dipinto a mano dalla pittrice che
glielo aveva venduto. Sulle ante erano state dipinte le quattro stagioni.
Era color avorio. E poi c’era il verde delle foglie e il rosso delle
rose.Lo adorava. Era particolare, come la sua bellezza. Lo aprì e prese il
giradischi che conservava gelosamente nell’angolo a sinistra. Lo portò di
là. E scelse tra alcuni vecchi vinili. Non ne possedeva molti. Aveva
conservato solo quelli a cui teneva di più. Scelse quello che preferiva in
quel momento. Mise il vinile sul piatto e vi appoggiò sopra la punta un
po’ consumata. Un leggero rumore nell stanza. Solo una serie di fruscii,
quando la punta baciò e sposò il vinile.
Forever my darling our love will be true
Always and forever I’ll love only you
Just promise me darling your love in return
May this fire in my soul dear forever burn…
Chiuse gli occhi,Sophie. Mmmm Mmmmm Mmmmm Mmmm
Le braccia a volteggiare nell’aria. E poi le mani a posarsi tra i capelli
chiari e a scuoterli leggermente. Mmmmm Mmmmm Mmmm Mmmm
Non pronunciava le parole della canzone, ma ne seguiva
la musica con una specie di mugolio. Era un cantare senza voce. Cantare
solo con i respiri. Era tenera. E bellissima,lì nella sera. Nella sua
stanza. Con quella musica dolce e triste che sapeva di carillon. Ballava
nella penombra, stretta nel suo Kimono rosè. Si strinse fra le braccia e
pensò a François. A quando la teneva stretta e le sussurrava parole
d’amore all’orecchio e tra le labbra (…Oh Sophie.. Sophie…Je reve de
t’avoir nuit et jour dans mes bras…je respire ton ame à l’odeur del
lilas..). Pensò a quando ballavano insieme ascoltando quella musica, a
quando lei saliva sui suoi piedi e si lasciava trasportare.
Pensò a quando cucinavano insieme, a quando correvano
per gli champs élysées senza una ragione, a quando facevano l’amore
dovunque. Pensò a quella fame insaziabile, a quella sete di parole che
ardeva a ogni ora del giorno e della notte. Pensò alla poesie lette sul
divano, ai sogni raccontati, ai baci di ogni giorno e ogni giorno sempre
nuovi. Pensò all’odore della sua pelle e ai suoi capelli bagnati, al
gelato alla noisette da Berthillon, a quando gli restava sulle labbra e
lei lo leccava ridendo .Una lacrima le rigò la guancia calda. Ma
sorrideva, Sophie. Con le labbra sorrideva. La canzone era finita proprio
quando non voleva che finisse. Si avvicinò al giradischi e riportò
indietro la punta. La musica è una di quelle cose che ritornano sempre.
Una di quelle cose che non ti tradiscono, non ti lasciano, non ti
dimenticano. Mai.