|
Viveva da
solo, al piano terra di un condominio nel centro di Crotone. Il suo
padrone, passava cinque giorni della settimana a Roma, per lavoro. Lui
restava tutto solo, sperando che arrivasse presto il venerdì sera. Si
sentiva segregato in quell’appartamento grande e vuoto. Passava da una
stanza all’altra e cercava di rubare un po’ di luce che filtrava,
leggerissima, dalle persiane abbassate.
Il momento più bello della giornata era la
sera. Perché arrivava lei. Poco dopo le venti, lui si appoggiava alla
porta in legno e aspettava segni di lei. Puntualmente la donna apriva il
portone qualche minuto dopo le venti. La riconosceva subito. Il suo
profumo era inconfondibile. Lo sentiva nel petto, nella pancia. E allora
cominciava ad abbaiare. O almeno così sembrava. Perché il suo non era un
guaire. Era amore. Erano parole d’amore che diceva alla donna dalla pelle
diafana. Erano parole zuccherose e avvolgenti come abbracci. Ma la donna
non poteva capire le parole nascoste in quell’abbaiare. E questo causava
al cane un dolore incredibile che lo accompagnava fino al nuovo giorno.
Era contento solo quando la sentiva suonare
il piano. In quel momento nessuno era più felice di lui, perché sapeva che
lei era felice con la sua musica.
Spesso, prima ancora del suo profumo, la sera, gli giungeva la sua voce.
Allora capiva che stava parlando a telefono con qualcuno e provava delle
vere e proprie fitte al petto. Provava gelosia.
Avrebbe voluto essere al posto dell’interlocutore con il quale lei stava
parlando, solo per sentire la sua voce dire parole a lui. E a lui solo.
Abbaiava più forte, quando capiva che era al cellulare. E allora la sua
voce di cane solo diventava lamento e solitudine.
Continuava ad abbaiare, fino a quando
sentiva i passi di lei allontanarsi. La porta di casa aprirsi e subito
dopo, chiudersi.
Sei così vicina e così lontana, amore mio.
|
|