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ERMIONE & Fausto Rampazzo
La Bambola
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Ricordo il guizzo negli occhi di mia madre. Il modo in cui disse
“La vedi? è un incanto; ci stava aspettando”. Ricordo la
scoperta del suo entusiasmo. La rabbia che mi morse lo stomaco,
l’avvampare della gelosia. Il dispetto, con cui registrai il suo
sguardo folgorato dalla bambola che ci spiava dalla vetrina male
illuminata del negozio di antiquariato.
Avevo dieci anni. Strinsi con tutte le forze la sua mano,
cercando di farle male. Lei si liberò con fastidio, con troppa
facilità; neanche protestò, per la fretta di entrare.
Mi afferrò per il polso e mi trascinò dentro. Quasi si avventò
sul suo nuovo oggetto del desiderio. Da dietro il banco l’uomo
le sorrise. “Buongiorno signora”. Fissò l’ondeggiare dei suoi
seni sotto la camicetta sbottonata. “E’ incantevole, vero? Un
autentico pezzo napoletano dei primi del novecento”, indicando
la bambola che già affondava tra le braccia di mia madre. Ma non
ebbe il tempo di decantarne la fattura e la cura delle
rifiniture. Senza guardarlo, lei disse soltanto “quanto le
devo?”. La piccola era già sua. Se la portò al petto e prese a
farla oscillare, come per confortarla.
“Guarda che occhioni. Che incanto”.
La bambina di quarant’anni che con stupida dolcezza lisciava le
vesti, i capelli, i piedi, i polpacci, di una bellissima bambola
di porcellana, non era la stessa che da troppo tempo aveva
smesso di accarezzarmi i capelli, di baciarmi sulle labbra con
uno schiocco gioioso.
“Sono dello stesso azzurro di quelli del nonno”.
E anche se non disse molto più belli dei tuoi, sentii che lo
aveva pensato.
Sfruttai il fatto che, per prender sonno, mia madre avesse
iniziato a far uso di sonniferi. Cenavamo, io e lei da soli. Poi
lei sistemava la cucina, lavava i piatti. Guardavamo la TV, poi
andavamo a letto insieme. Le sue camicie da notte erano bianche
o rosa, morbide attorno ai fianchi. Corte. I suoi seni pesanti,
un po’ cadenti, gonfiavano la stoffa sotto le spalline sottili.
Sotto, indossava mutandine larghe di cotone. Ho ancora la
sensazione del suo corpo caldo che mi accoglie accanto al suo,
mi fa spazio sotto le lenzuola. Vedo i suoi occhi azzurri che
perdono intensità e iniziano a chiudersi. Le sue dita che si
afflosciano attorno alle mie. Il suo corpo che si rilassa, si
distende, e finalmente si lascia abbracciare. Dal comò, la
bambola ci spia; aspetta il mio intervento.
Ma non c’è fretta. Mi diverte saperla costretta a guardare.
Ricordo la mia gelosia: la stessa che ora fa fremere la stoffa
leggera della sua veste rosa, le avvampa le guance di
porcellana. Mi piace vederla soffrire. Non vedo l’ora di
portarla a godere.
Non voglio toccare il corpo inerme della donna che mi dorme
accanto, ma ho bisogno del suo calore, del suo profumo.
Lentamente, lentamente, tiro via il piumone. Porto allo scoperto
le sue forme morbide. Sollevo la camicia da notte fino a
scoprire i fianchi, i seni; la arrotolo intorno al collo. Mia
madre giace di fronte a me, e alla bambola, nuda a parte le
larghe mutandine di cotone arricciate sul bordo. Per il freddo,
la sua pelle si increspa. Il suo respiro è pesante. Regolare. E’
successo, a volte, che nel sonno lei mi abbia di nuovo
abbracciato, accarezzato. Completamente disinteressata alla
bambola.
E’ successo che io le abbia, lentamente, lentamente, abbassato
le mutandine. Sotto lo sguardo impotente della bambola,
avvampata di gelosia, pazza di rabbia, è successo che io abbia
avvicinato la faccia alle cosce di mia madre. Calde. Profumate.
Le abbia risalite. Senza toccarle. Per terra, in ginocchio di
fronte al morbido corpo disteso su un fianco. Senza guardare. Ho
avvicinato la bocca e il naso dove le cosce si avvicinano, si
incontrano, si serrano. Sono arrivato alla parte scura,
dall’odore più forte. Ho respirato a fondo, voltandomi a spiare
la sguardo gelido, annebbiato di desiderio, della sua bambola
avorio e rosa pallido, in equilibrio instabile sul piano di
marmo del comò.
La porto in bagno. La metto a sedere sul bordo della vasca. La
guardo in quei suoi occhi immobili, dello stesso azzurro di
quelli di mio nonno, che piacciono tanto a mia madre. Il mio
sesso è piccolo, ancora senza peli. Ma è vispo. Comincio a
strusciare su quello stupido viso da bambola. Sui piedi. Sui
polpacci. Il piacere arriva presto. Le metto una mano sugli
occhi, e io chiudo i miei, quando sento arrivare gli spasmi.
Passo in rassegna la veste della bambola. Il mio piacere è
flebile liquido trasparente, non certo il corposo, colloso,
magma biancastro come quello di mio padre. Ma lui non c’è, per
fortuna. Non abita più con noi. La bambola tira un sospiro di
sollievo per la sua veste che in poco meno di un quarto d’ora si
asciugherà, riprenderà la sua consistenza. Mia madre forse è
meno contenta. Per questo ha bisogno del sonnifero. Mio padre
deve mancarle, e io non posso supplire alla sua assenza.
Senza ribellarsi, rigida ma completamente asservita, la bambola
accetta la stretta delle mie dita attorno al collo. Il suo
sguardo vitreo mi supplica di soffocarla. Avrei voluto
riportarla, imbrattata di seme, a vegliare sul riposo di mia
madre; ma la rimetto al suo posto, sul tavolo del salotto, già
quasi di nuovo asciutta. Impertinente. Ostile.
FINE
Fausto Rampazzo
è autore di Don Giovanni Light, romanzo edito da Bompiani.
fausto_r@libero.it
Ermione è una delle più note alternative model europee,
dallo stile gotico, retrò e sensuale, ha lavorato con grandi
fotografi di fama internazionale. Autrice del romanzo "Soffocami o
abbracciami".
ermione@ermioneweb.it
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