Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male. Questo è tutto. Oscar Wilde

 

 

ERMIONE & Fausto Rampazzo
La Bambola

 

 

 




Ricordo il guizzo negli occhi di mia madre. Il modo in cui disse “La vedi? è un incanto; ci stava aspettando”. Ricordo la scoperta del suo entusiasmo. La rabbia che mi morse lo stomaco, l’avvampare della gelosia. Il dispetto, con cui registrai il suo sguardo folgorato dalla bambola che ci spiava dalla vetrina male illuminata del negozio di antiquariato.
Avevo dieci anni. Strinsi con tutte le forze la sua mano, cercando di farle male. Lei si liberò con fastidio, con troppa facilità; neanche protestò, per la fretta di entrare.
Mi afferrò per il polso e mi trascinò dentro. Quasi si avventò sul suo nuovo oggetto del desiderio. Da dietro il banco l’uomo le sorrise. “Buongiorno signora”. Fissò l’ondeggiare dei suoi seni sotto la camicetta sbottonata. “E’ incantevole, vero? Un autentico pezzo napoletano dei primi del novecento”, indicando la bambola che già affondava tra le braccia di mia madre. Ma non ebbe il tempo di decantarne la fattura e la cura delle rifiniture. Senza guardarlo, lei disse soltanto “quanto le devo?”. La piccola era già sua. Se la portò al petto e prese a farla oscillare, come per confortarla.
“Guarda che occhioni. Che incanto”.
La bambina di quarant’anni che con stupida dolcezza lisciava le vesti, i capelli, i piedi, i polpacci, di una bellissima bambola di porcellana, non era la stessa che da troppo tempo aveva smesso di accarezzarmi i capelli, di baciarmi sulle labbra con uno schiocco gioioso.
“Sono dello stesso azzurro di quelli del nonno”.
E anche se non disse molto più belli dei tuoi, sentii che lo aveva pensato.

Sfruttai il fatto che, per prender sonno, mia madre avesse iniziato a far uso di sonniferi. Cenavamo, io e lei da soli. Poi lei sistemava la cucina, lavava i piatti. Guardavamo la TV, poi andavamo a letto insieme. Le sue camicie da notte erano bianche o rosa, morbide attorno ai fianchi. Corte. I suoi seni pesanti, un po’ cadenti, gonfiavano la stoffa sotto le spalline sottili. Sotto, indossava mutandine larghe di cotone. Ho ancora la sensazione del suo corpo caldo che mi accoglie accanto al suo, mi fa spazio sotto le lenzuola. Vedo i suoi occhi azzurri che perdono intensità e iniziano a chiudersi. Le sue dita che si afflosciano attorno alle mie. Il suo corpo che si rilassa, si distende, e finalmente si lascia abbracciare. Dal comò, la bambola ci spia; aspetta il mio intervento.
Ma non c’è fretta. Mi diverte saperla costretta a guardare. Ricordo la mia gelosia: la stessa che ora fa fremere la stoffa leggera della sua veste rosa, le avvampa le guance di porcellana. Mi piace vederla soffrire. Non vedo l’ora di portarla a godere.
Non voglio toccare il corpo inerme della donna che mi dorme accanto, ma ho bisogno del suo calore, del suo profumo. Lentamente, lentamente, tiro via il piumone. Porto allo scoperto le sue forme morbide. Sollevo la camicia da notte fino a scoprire i fianchi, i seni; la arrotolo intorno al collo. Mia madre giace di fronte a me, e alla bambola, nuda a parte le larghe mutandine di cotone arricciate sul bordo. Per il freddo, la sua pelle si increspa. Il suo respiro è pesante. Regolare. E’ successo, a volte, che nel sonno lei mi abbia di nuovo abbracciato, accarezzato. Completamente disinteressata alla bambola.
E’ successo che io le abbia, lentamente, lentamente, abbassato le mutandine. Sotto lo sguardo impotente della bambola, avvampata di gelosia, pazza di rabbia, è successo che io abbia avvicinato la faccia alle cosce di mia madre. Calde. Profumate. Le abbia risalite. Senza toccarle. Per terra, in ginocchio di fronte al morbido corpo disteso su un fianco. Senza guardare. Ho avvicinato la bocca e il naso dove le cosce si avvicinano, si incontrano, si serrano. Sono arrivato alla parte scura, dall’odore più forte. Ho respirato a fondo, voltandomi a spiare la sguardo gelido, annebbiato di desiderio, della sua bambola avorio e rosa pallido, in equilibrio instabile sul piano di marmo del comò.

La porto in bagno. La metto a sedere sul bordo della vasca. La guardo in quei suoi occhi immobili, dello stesso azzurro di quelli di mio nonno, che piacciono tanto a mia madre. Il mio sesso è piccolo, ancora senza peli. Ma è vispo. Comincio a strusciare su quello stupido viso da bambola. Sui piedi. Sui polpacci. Il piacere arriva presto. Le metto una mano sugli occhi, e io chiudo i miei, quando sento arrivare gli spasmi. Passo in rassegna la veste della bambola. Il mio piacere è flebile liquido trasparente, non certo il corposo, colloso, magma biancastro come quello di mio padre. Ma lui non c’è, per fortuna. Non abita più con noi. La bambola tira un sospiro di sollievo per la sua veste che in poco meno di un quarto d’ora si asciugherà, riprenderà la sua consistenza. Mia madre forse è meno contenta. Per questo ha bisogno del sonnifero. Mio padre deve mancarle, e io non posso supplire alla sua assenza.
Senza ribellarsi, rigida ma completamente asservita, la bambola accetta la stretta delle mie dita attorno al collo. Il suo sguardo vitreo mi supplica di soffocarla. Avrei voluto riportarla, imbrattata di seme, a vegliare sul riposo di mia madre; ma la rimetto al suo posto, sul tavolo del salotto, già quasi di nuovo asciutta. Impertinente. Ostile.


 

FINE

 

 

Fausto Rampazzo è autore di Don Giovanni Light, romanzo edito da Bompiani.
 fausto_r@libero.it
Ermione è una delle più note alternative model europee,
dallo stile gotico, retrò e sensuale, ha lavorato con grandi fotografi di fama internazionale. Autrice del romanzo "Soffocami o abbracciami".
ermione@ermioneweb.it

 

 

 

 
 
 

 

 

Foto Ermione Model

 

Il presente racconto è tutelato dai diritti d'autore.
L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore

 

 

 

TORNA SU (TOP)

 LiberaEva Magazine Tutti i diritti Riservati  Contatti

Condividi