Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male. Questo è tutto. Oscar Wilde

 

 

ERMIONE & Fausto Rampazzo
Il piacere del mondo passa di lì

 

 

 

 


Non so che farmene delle pastiglie effervescenti che mia madre, invece di farsi i cazzi suoi, mi ha lasciato sul comodino, scappando via dopo aver bisbigliato “Vanessa, guardati, stai persino diventando brutta”, in direzione delle mie calze di una settimana ammucchiate sulla poltroncina ai piedi del letto.
Quel blister è un segnale, un dire a mezza bocca, una reticenza. E’ un avviso.
Ma io sono: a fette, sul serio. Chi glielo dice alla mamma stronza che sono affettata?
Le vitamine sarebbero al massimo potute servire a risparmiare un paio di euro di aranciata al supermercato. Tanto non l’avrei comprata. Vitamine, non la fetta che cerco per tenere in piedi il mio bizzarro mosaico dissestato.
D'accordo. Una la prenderò; per scongiurare i sensi di colpa, per tenere ben lontane quelle bestiacce pezzenti attaccate dietro l'orecchio destro, sempre pronte a intrufolarsi, a farsi largo, a penetrare, attraverso il contorto condotto del mio orecchio, fin dentro il cervello molle, insipido. Fritto. Mangiare. Vogliono addentare, masticare, succhiare la mia materia grigia. Il mercurio. La pappa frollata, protetta dall’elegante fronte spaziosa e dalle lunghissime extension corvine e lucide. Mangiare, succhiare.
Ma io le controllo, sto all’erta. Non mollo. Non dormo. Se dormo, schiaccio l’orecchio destro contro il cuscino. Di giorno non ho paura, il sole guarisce tutto. E’ di sera, è quando non ne prendo, o non ne prendo abbastanza, che devo controllarmi di continuo allo specchio. Controllare di esserci tutta, di essere ancora intera; che non salti troppo agli occhi indagatori il mio essere irrimediabilmente spezzata.
L'acqua versata nel bicchiere aggredisce la pastiglia, che nient’altro aspettava se non sparire, per non essere più di ingombro. A testimonianza dell’abbraccio resterà solo un po' d'acqua aranciata.

Lo sapevo, ogni volta che vedo frizzare qualcosa ricomincio a pensarci. La storia dei pesci, di mio padre.
Volete conoscerla? Ve la racconto, siete fortunati; stasera siete fortunati. Mi tocco l’orecchio, lo copro. Mi guardo nello specchio. Siete fortunati. Era notte, ero scalza. Avevo sei anni? Sette anni. Io e papà non ci vedevamo quasi mai ma ci incontravamo sempre alla stessa ora, in cucina, davanti al frigorifero. Papà è occupato, papà lavora, papà è fuori, papà è occupato, papà lavora, papà è fuori. Alle undici, appuntamento fisso con i morsi della fame, quella capace di farti leccare anche gli avanzi della scatoletta del gatto che ti guarda con aria di commiserazione - lo fa sempre, certo, ma sopratutto quando gli vuoti la scatoletta.
Ero inchiodata davanti alla boccia dei pesci; non per mangiarli, credo, ma per esser rassicurata dalla consuetudine del loro guizzare, del loro noioso girovagare. Il pesce rosso non mancava mai di seguire quello nero, compagni di marcia obbligata.
Quella notte il rosso era solo. Il nero boccheggiava a mezz'acqua, mostrando la pancia al soffitto. Sembrava andato.
In versione automa, papà entra nella stanza e inizia a dar dentro al bisogno impellente di riempire, con qualsiasi cosa, con tante cose, di riempire il più possibile il suo interno reclamante, inquieto. Mi guarda, sospettoso della mia presenza. Mi guarda come un’avversaria. Si mette quasi a correre per precedermi al frigorifero e inizia a spazzar via tutto quello che può, tutto quello che c’è e che comunque non è mai abbastanza. Il pasto del leone famelico, del maschio egoista, del capo. Soltanto dopo, l’insoddisfazione ancora fiammeggiante nello sguardo, si accorge del mio pianto disperato. Ma si limita a dirmi “non piangere, dagli un' aspirina e vedrai che si riprende”. E se ne torna in camera da letto, strascicando i piedi nudi sul parquet.
Io lo prendo sul serio; butto quell'aspirina nella boccia, poi decido che è il mio turno al frigo e con circospezione ci arrivo davanti, afferro la maniglia fredda, dolcemente fredda, mi espongo al gelo. Mangiare, succhiare. Ma è vuoto. Ci entro quasi dentro, rabbrividendo. Vuoto. Fottuto ciccione, si è mangiato tutto, lasciando carte vuote e vaschette leccate. Niente di commestibile. Neanche verdura cruda. Niente carote, sedano, insalata. Niente frutta. Neanche a parlarne di prosciutto, salame. Yogurt. Un cazzo di un cazzo di niente. Le uova crude mi danno la nausea; il solo pensiero di cuocerle mi fa venire da vomitare. Bastardo. Finisce tutto e lascia lì le vaschette. Lecco i bordi e gli angoli di una vaschetta di Philadelphia Light, di un foglio di carta plastificata, incrostata di stracchino. Ci sputo dentro e la rimetto sul piano di vetro. Do una botta così forte allo sportello del frigo, per chiuderlo, che forse lo rompo. Gli sferro un calcio con l’intenzione di sfondarlo. Scoppio a piangere. Devo essermi rotta le dita del piede. Panzone di merda. Papà è fuori, papà è occupato, papà è al lavoro. Papà si mangia tutto. Mangiare, succhiare. Se potesse, mangerebbe anche me. Paffutella, saporita, la preferita di sempre. La donna più buona che abbia mai avuto sottomano. Tutte le altre gli servono soltanto per ingannare la noia. Solo per me ha occhi, orecchi; denti. Labbra, carnose come le mie. Strapperebbe le mie giovani carni resistenti e ben nutrite; spolperebbe, succhierebbe le mie ossicine scottate sulla griglia, insaporite da un’emulsione di olio, limone, pepe e rosmarino. La figlia che mai potrebbe ordinare, con contorno di patatine, quando di notte i morsi nello stomaco elevano a unica ragione di vita la porzione di mondo masticabile e ingoiabile. La bocca: per pochi, annebbiati istanti, il piacere del mondo passa di lì.

Sono rimasta davanti al frigo aperto; ho sperato che l’aria ghiacciata mi stordisse, calmasse i morsi della fame, riempisse con qualcosa di sostanzioso il vuoto che dal cervello giù giù scivolava e occupava il mio stomaco. Fame, cazzo. Fame. Una internata in un lager. Una bambina della Cambogia. Una depressa e incazzatissima profuga africana. A occhi chiusi davanti al freddo secco di un frigo inutilmente, desolatamente, pieno di carte e contenitori leccati e vuoti.
Intanto speravo che, nella boccia, le bollicine facessero del bene al mio pesce.
Quando li ho riaperti, il pesciolino nero aveva ripreso la sua nuotata stanca, mentre quello rosso galleggiava stecchito.
Cos’era accaduto?
Cosa avevo potuto sbagliare?
Le bestiacce infami iniziarono a ronzare tra l'orecchio e la base del collo.
L’ho succhiato. Sì, la voglia di addentarlo l’ho avuta ma mi sono limitata a leccarlo, poi, lentamente, a succhiarlo. Nero, puzza d’acqua stantia, sapore viscido, nauseabondo. La nausea e il piacere si alternano, l’un l’altro si preparano il posto, si danno la mano. Si potenziano a vicenda. Ti odio e ti amo. Mi fai schifo ma non riesco a sottrarmi al tuo schifo, che somiglia al mio e riesce a farmi godere. Con la sua presenza. Con le sue mancanze che riempiono i miei vuoti. Bestiacce nere, infami, puzzolenti ronzanti.
L’ho succhiato, dapprima stuzzicandolo appena con la punta della lingua, la mia lingua timida che di colpo diventa avida, vogliosa di leccare quelle squamette viscide, impaziente di staccarne qualcuna e tenerla tra dente e dente e solleticare le gengive.

L’ho succhiato.
La prima volta in macchina. C’è sempre qualche ragazzo felicissimo di farsi sbottonare la patta dei jeans. Non è difficile. Non è stato difficile. Ce l’aveva ben dritto. Lui già aveva gli occhi rovesciati. La sua mano mi si è aggrappata alla nuca quando gliel’ho accolto tra le labbra e ho iniziato a fare su e giù, su e giù, su e giù, e ho alzato lo sguardo e ho visto i suoi occhi bianchi, la bocca aperta, e ho goduto dei suoi lamenti, dei suoi insulti, della pressione della sua mano. Mi ha detto “succhia, puttana”, quando mi ha riempito la bocca del suo liquido dal sapore viscido, nauseabondo. Poi la seconda, la terza, la trentesima volta, il sapore è diventato dolciastro, aspro, il profumo del mare, della frutta, la sensazione di pienezza, di ristoro, di quiete. Il piacere. La bocca: per qualche interminabile istante, da ripetere all’infinito, il piacere del mondo passa di lì.
L’ho succhiato ovunque. A casa. Nel bagno della scuola, nelle toilette delle discoteche. I ragazzi lo sapevano, si giravano la soffiata, “quella lo prende in bocca”, non facevo nient’altro ma per i ragazzi svuotartelo in bocca è già più che abbastanza, molto più di quello che sperano: una ragazza bellissima – non ho più mangiato, di notte, di giorno, il minimo indispensabile, creme massaggi esercizio fisico, la necessità di diventare una gran fica per non subire più la violazione del mio contorto condotto uditivo da parte di quelle bestiacce infami -, una ragazza bellissima che si inginocchia al tuo completo servizio, ti spedisce in paradiso e ingoia il tuo inferno. Fino all’ultima goccia. Fin quando ti si piegano le ginocchia e ringrazi la vita, insultando e maltrattando la porca che la sorte ti ha donato per cinque splendidi minuti. Cinque minuti al massimo, perché sono diventata bravissima, sensibile, esperta. Cinque minuti sono anche troppi. Sono diventata la droga, il crack, l’ero purissima. Cinque minuti e stai già rientrando dal paradiso e non riuscirai più a dimenticarmi. Basta una sola volta e non potrai più fare a meno di rincorrermi, di supplicarmi, di dannarti.
Non c’è niente da fare. Non torno mai sullo stesso. Il mio pesce nero è finito nel secchio. L’ho succhiato e gettato nella spazzatura. E’ sparito. Mio padre è sparito. Se n’è andato con un’altra donna, in un’altra casa. Ho ringraziato la sorte che lo ha convinto ad allontanarsi dal frigo e lo ha reso felice.
Anch’io, tra poco, quando arriverà il mio amore, riuscirò ad allontanarmi dalle rotonde e lisce dosi di benessere, e mi sentirò felice. Potrò schiacciare le bestiacce. Godrò, ascoltando il crepitare delle loro sudice corazze frantumate. Per fortuna manca poco. Lo so. Lo spero. Mi sto preparando.

 

 

 

FINE

 

 

 

 

 

 

 

Fausto Rampazzo è autore di Don Giovanni Light, romanzo edito da Bompiani.
 fausto_r@libero.it


Ermione è una delle più note alternative model europee, dallo stile gotico, retrò e sensuale,
ha lavorato con grandi fotografi di fama internazionale. Autrice del romanzo "Soffocami o abbracciami".
ermione@ermioneweb.it

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 


 

 

Foto Ermione Model

 

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