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ERMIONE & Fausto Rampazzo
Il piacere del
mondo passa di lì
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Non so che farmene delle pastiglie effervescenti che mia madre,
invece di farsi i cazzi suoi, mi ha lasciato sul comodino,
scappando via dopo aver bisbigliato “Vanessa, guardati, stai
persino diventando brutta”, in direzione delle mie calze di una
settimana ammucchiate sulla poltroncina ai piedi del letto.
Quel blister è un segnale, un dire a mezza bocca, una reticenza.
E’ un avviso.
Ma io sono: a fette, sul serio. Chi glielo dice alla mamma
stronza che sono affettata?
Le vitamine sarebbero al massimo potute servire a risparmiare un
paio di euro di aranciata al supermercato. Tanto non l’avrei
comprata. Vitamine, non la fetta che cerco per tenere in piedi
il mio bizzarro mosaico dissestato.
D'accordo. Una la prenderò; per scongiurare i sensi di colpa,
per tenere ben lontane quelle bestiacce pezzenti attaccate
dietro l'orecchio destro, sempre pronte a intrufolarsi, a farsi
largo, a penetrare, attraverso il contorto condotto del mio
orecchio, fin dentro il cervello molle, insipido. Fritto.
Mangiare. Vogliono addentare, masticare, succhiare la mia
materia grigia. Il mercurio. La pappa frollata, protetta
dall’elegante fronte spaziosa e dalle lunghissime extension
corvine e lucide. Mangiare, succhiare.
Ma io le controllo, sto all’erta. Non mollo. Non dormo. Se
dormo, schiaccio l’orecchio destro contro il cuscino. Di giorno
non ho paura, il sole guarisce tutto. E’ di sera, è quando non
ne prendo, o non ne prendo abbastanza, che devo controllarmi di
continuo allo specchio. Controllare di esserci tutta, di essere
ancora intera; che non salti troppo agli occhi indagatori il mio
essere irrimediabilmente spezzata.
L'acqua versata nel bicchiere aggredisce la pastiglia, che
nient’altro aspettava se non sparire, per non essere più di
ingombro. A testimonianza dell’abbraccio resterà solo un po'
d'acqua aranciata.
Lo sapevo, ogni volta che vedo frizzare qualcosa ricomincio a
pensarci. La storia dei pesci, di mio padre.
Volete conoscerla? Ve la racconto, siete fortunati; stasera
siete fortunati. Mi tocco l’orecchio, lo copro. Mi guardo nello
specchio. Siete fortunati. Era notte, ero scalza. Avevo sei
anni? Sette anni. Io e papà non ci vedevamo quasi mai ma ci
incontravamo sempre alla stessa ora, in cucina, davanti al
frigorifero. Papà è occupato, papà lavora, papà è fuori, papà è
occupato, papà lavora, papà è fuori. Alle undici, appuntamento
fisso con i morsi della fame, quella capace di farti leccare
anche gli avanzi della scatoletta del gatto che ti guarda con
aria di commiserazione - lo fa sempre, certo, ma sopratutto
quando gli vuoti la scatoletta.
Ero inchiodata davanti alla boccia dei pesci; non per mangiarli,
credo, ma per esser rassicurata dalla consuetudine del loro
guizzare, del loro noioso girovagare. Il pesce rosso non mancava
mai di seguire quello nero, compagni di marcia obbligata.
Quella notte il rosso era solo. Il nero boccheggiava a
mezz'acqua, mostrando la pancia al soffitto. Sembrava andato.
In versione automa, papà entra nella stanza e inizia a dar
dentro al bisogno impellente di riempire, con qualsiasi cosa,
con tante cose, di riempire il più possibile il suo interno
reclamante, inquieto. Mi guarda, sospettoso della mia presenza.
Mi guarda come un’avversaria. Si mette quasi a correre per
precedermi al frigorifero e inizia a spazzar via tutto quello
che può, tutto quello che c’è e che comunque non è mai
abbastanza. Il pasto del leone famelico, del maschio egoista,
del capo. Soltanto dopo, l’insoddisfazione ancora fiammeggiante
nello sguardo, si accorge del mio pianto disperato. Ma si limita
a dirmi “non piangere, dagli un' aspirina e vedrai che si
riprende”. E se ne torna in camera da letto, strascicando i
piedi nudi sul parquet.
Io lo prendo sul serio; butto quell'aspirina nella boccia, poi
decido che è il mio turno al frigo e con circospezione ci arrivo
davanti, afferro la maniglia fredda, dolcemente fredda, mi
espongo al gelo. Mangiare, succhiare. Ma è vuoto. Ci entro quasi
dentro, rabbrividendo. Vuoto. Fottuto ciccione, si è mangiato
tutto, lasciando carte vuote e vaschette leccate. Niente di
commestibile. Neanche verdura cruda. Niente carote, sedano,
insalata. Niente frutta. Neanche a parlarne di prosciutto,
salame. Yogurt. Un cazzo di un cazzo di niente. Le uova crude mi
danno la nausea; il solo pensiero di cuocerle mi fa venire da
vomitare. Bastardo. Finisce tutto e lascia lì le vaschette.
Lecco i bordi e gli angoli di una vaschetta di Philadelphia
Light, di un foglio di carta plastificata, incrostata di
stracchino. Ci sputo dentro e la rimetto sul piano di vetro. Do
una botta così forte allo sportello del frigo, per chiuderlo,
che forse lo rompo. Gli sferro un calcio con l’intenzione di
sfondarlo. Scoppio a piangere. Devo essermi rotta le dita del
piede. Panzone di merda. Papà è fuori, papà è occupato, papà è
al lavoro. Papà si mangia tutto. Mangiare, succhiare. Se
potesse, mangerebbe anche me. Paffutella, saporita, la preferita
di sempre. La donna più buona che abbia mai avuto sottomano.
Tutte le altre gli servono soltanto per ingannare la noia. Solo
per me ha occhi, orecchi; denti. Labbra, carnose come le mie.
Strapperebbe le mie giovani carni resistenti e ben nutrite;
spolperebbe, succhierebbe le mie ossicine scottate sulla
griglia, insaporite da un’emulsione di olio, limone, pepe e
rosmarino. La figlia che mai potrebbe ordinare, con contorno di
patatine, quando di notte i morsi nello stomaco elevano a unica
ragione di vita la porzione di mondo masticabile e ingoiabile.
La bocca: per pochi, annebbiati istanti, il piacere del mondo
passa di lì.
Sono rimasta davanti al frigo aperto; ho sperato che l’aria
ghiacciata mi stordisse, calmasse i morsi della fame, riempisse
con qualcosa di sostanzioso il vuoto che dal cervello giù giù
scivolava e occupava il mio stomaco. Fame, cazzo. Fame. Una
internata in un lager. Una bambina della Cambogia. Una depressa
e incazzatissima profuga africana. A occhi chiusi davanti al
freddo secco di un frigo inutilmente, desolatamente, pieno di
carte e contenitori leccati e vuoti.
Intanto speravo che, nella boccia, le bollicine facessero del
bene al mio pesce.
Quando li ho riaperti, il pesciolino nero aveva ripreso la sua
nuotata stanca, mentre quello rosso galleggiava stecchito.
Cos’era accaduto?
Cosa avevo potuto sbagliare?
Le bestiacce infami iniziarono a ronzare tra l'orecchio e la
base del collo.
L’ho succhiato. Sì, la voglia di addentarlo l’ho avuta ma mi
sono limitata a leccarlo, poi, lentamente, a succhiarlo. Nero,
puzza d’acqua stantia, sapore viscido, nauseabondo. La nausea e
il piacere si alternano, l’un l’altro si preparano il posto, si
danno la mano. Si potenziano a vicenda. Ti odio e ti amo. Mi fai
schifo ma non riesco a sottrarmi al tuo schifo, che somiglia al
mio e riesce a farmi godere. Con la sua presenza. Con le sue
mancanze che riempiono i miei vuoti. Bestiacce nere, infami,
puzzolenti ronzanti.
L’ho succhiato, dapprima stuzzicandolo appena con la punta della
lingua, la mia lingua timida che di colpo diventa avida,
vogliosa di leccare quelle squamette viscide, impaziente di
staccarne qualcuna e tenerla tra dente e dente e solleticare le
gengive.
L’ho succhiato.
La prima volta in macchina. C’è sempre qualche ragazzo
felicissimo di farsi sbottonare la patta dei jeans. Non è
difficile. Non è stato difficile. Ce l’aveva ben dritto. Lui già
aveva gli occhi rovesciati. La sua mano mi si è aggrappata alla
nuca quando gliel’ho accolto tra le labbra e ho iniziato a fare
su e giù, su e giù, su e giù, e ho alzato lo sguardo e ho visto
i suoi occhi bianchi, la bocca aperta, e ho goduto dei suoi
lamenti, dei suoi insulti, della pressione della sua mano. Mi ha
detto “succhia, puttana”, quando mi ha riempito la bocca del suo
liquido dal sapore viscido, nauseabondo. Poi la seconda, la
terza, la trentesima volta, il sapore è diventato dolciastro,
aspro, il profumo del mare, della frutta, la sensazione di
pienezza, di ristoro, di quiete. Il piacere. La bocca: per
qualche interminabile istante, da ripetere all’infinito, il
piacere del mondo passa di lì.
L’ho succhiato ovunque. A casa. Nel bagno della scuola, nelle
toilette delle discoteche. I ragazzi lo sapevano, si giravano la
soffiata, “quella lo prende in bocca”, non facevo nient’altro ma
per i ragazzi svuotartelo in bocca è già più che abbastanza,
molto più di quello che sperano: una ragazza bellissima – non ho
più mangiato, di notte, di giorno, il minimo indispensabile,
creme massaggi esercizio fisico, la necessità di diventare una
gran fica per non subire più la violazione del mio contorto
condotto uditivo da parte di quelle bestiacce infami -, una
ragazza bellissima che si inginocchia al tuo completo servizio,
ti spedisce in paradiso e ingoia il tuo inferno. Fino all’ultima
goccia. Fin quando ti si piegano le ginocchia e ringrazi la
vita, insultando e maltrattando la porca che la sorte ti ha
donato per cinque splendidi minuti. Cinque minuti al massimo,
perché sono diventata bravissima, sensibile, esperta. Cinque
minuti sono anche troppi. Sono diventata la droga, il crack,
l’ero purissima. Cinque minuti e stai già rientrando dal
paradiso e non riuscirai più a dimenticarmi. Basta una sola
volta e non potrai più fare a meno di rincorrermi, di
supplicarmi, di dannarti.
Non c’è niente da fare. Non torno mai sullo stesso. Il mio pesce
nero è finito nel secchio. L’ho succhiato e gettato nella
spazzatura. E’ sparito. Mio padre è sparito. Se n’è andato con
un’altra donna, in un’altra casa. Ho ringraziato la sorte che lo
ha convinto ad allontanarsi dal frigo e lo ha reso felice.
Anch’io, tra poco, quando arriverà il mio amore, riuscirò ad
allontanarmi dalle rotonde e lisce dosi di benessere, e mi
sentirò felice. Potrò schiacciare le bestiacce. Godrò,
ascoltando il crepitare delle loro sudice corazze frantumate.
Per fortuna manca poco. Lo so. Lo spero. Mi sto preparando.
FINE
Fausto Rampazzo
è autore di Don Giovanni Light, romanzo edito da Bompiani.
fausto_r@libero.it
Ermione è una delle più note alternative model europee,
dallo stile gotico, retrò e sensuale,
ha lavorato con grandi
fotografi di fama internazionale. Autrice del romanzo "Soffocami o
abbracciami".
ermione@ermioneweb.it
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