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Bisanzio Velata
Il giardino
sul mare
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Voltri , settembre 1834
«Nina, dove ti nascondi?», chiese il giovane conte di Cavour
seguendo il sentiero che portava dietro la Cascata Grande.
La giovane Anna correva per il parco inebriata d’Amore,
nascondendosi tra i cedri, gli ipocastani, le palme e le
magnolie. Si fermò un attimo per riprendere fiato nel Ninfeo,
bevve un sorso d’acqua fresca nella Fontana del Putto che
cavalca la murena e poi riprese a correre attraverso il
Belvedere, le Grotte, e il Viale degli Olivi. Intanto pensava
«sono ovunque in questo giardino, in ogni pianta, in ogni gatto
e in ogni statua».
Era finalmente felice di avere il suo ufficiale tutto per sé,
nel magnifico giardino del Castello dei Giustiniani a Voltri.
«Sono qui Camillo», rispose la marchesa, da dietro le colonne di
un tempio nella Valle del Leone. Il conte finalmente la
raggiunse, la cinse a sé e la baciò appassionatamente, incurante
del fatto che la giovane fosse la sposa del marchese Stefano
Giustiniani. Le sue mani ardentemente strinsero i candidi seni
di Nina, e li percorse con le sue labbra, umide di desiderio. La
passione riesplosa andava consumata e il giovane ufficiale del
Regno di Sardegna non era tipo da tirarsi indietro. Nina si
ritrovò così stretta fra una colonna e il corpo del suo amante,
lasciò che Camillo le sollevasse l’ampia gonna e con le mani
cercò il suo sesso turgido di speranze e lo accompagnò dentro di
sé. Attorno il verde della ricca vegetazione e, sulla linea
dell’orizzonte, il blu del mare che si univa all’azzurro del
cielo, confondendosi in esso e divenendo il loro Eden.
La storia tra la giovane e nobile genovese e l’ufficiale
piemontese ebbe inizio nel 1830 quando per l’appunto arrivò
nella guarnigione di Genova Camillo Benso conte di Cavour. Nina
era la giovane moglie insoddisfatta e irrequieta del noioso e
ben più grande marchese Stefano Giustiniani, esponente di una
delle famiglie più annose e aristocratiche dell’antica
Repubblica di Genova.
Si erano sposati non per amore, ma per interessi dinastici e
avevano messo al mondo già due figli. L’arrivo dell’ufficiale
era stato come l’inizio di una nuova vita per la nobildonna e
nulla aveva potuto fermare il suo amore, nemmeno l’opposizione
delle famiglie Giustiniani e Schiaffino o le chiacchiere
maliziose e un po’ maligne dei salotti della Genova
aristocratica, al corrente della liaison dangereuse.
Per ben due volte l’ufficiale era stato richiamato a Torino e
per due volte Nina si era sentita morire. La vita in un attimo
aveva perso i suoi colori e un velo di malinconia e apatia era
disceso ad imprigionare la giovane donna. Nemmeno la maternità
era riuscita a distrarla dal tormento e dall’estasi che le
procurava il pensiero del corpo e dell’anima del suo amante.
Ma ora finalmente erano di nuovo insieme e Anna era intenzionata
a godere fino in fondo la sua ritrovata felicità; ignorava o
desiderava ignorare il tragico epilogo che avrebbe concluso la
sua favola. Si inebriava del suo amante, nelle lunghe
passeggiate nel parco della Villa e nelle gite a Vesima e al
Santuario dell’Acquasanta. E poi il desiderio esplodeva e
coglieva i due giovani ovunque fossero.
Le sue ardenti lettere testimoniano la profonda e vera passione
che la legava a quel giovane dall’ampio ciuffo, che certamente
non l’amava quanto lei avrebbe desiderato. Ma in quel giardino,
tra le cascate, le grotte, i viali e i daini lei non chiedeva di
più, aveva tutto il suo giovane ufficiale per sé, le sue labbra,
le sue mani, l’intero corpo e il sole la baciava e il vento le
scompigliava i capelli e le sollevava un po’ l’ampio vestito. Si
sentiva nuovamente bambina, tornata all’età dell’infanzia e
poteva vedersi correre incontro a suo padre, negli ampi viali di
quella Villa, che l’aveva vista bimba gioiosa.
Un attimo dopo bruciava come la lampada che per suo volere
sempre era tenuta accesa nel parco, in modo che i marinai, nel
buio della notte avessero un punto di riferimento. Anche dopo
che il tempo aveva in parte cancellato questo amore infelice, la
duchessa di Galliera, nuova proprietaria della Villa, sempre
mantenne il voto di Nina, e lo impose per testamento ai suoi
eredi. Questa però è un’altra storia e noi dobbiamo tornare a
Voltri, nel ponente genovese, e inoltrarci in un parco magico,
dove i suoi maestosi e antichi alberi sono stati testimoni della
breve felicità di una piccola donna.
«Nina, ti desidero e ti amo come non ho mai amato nessun’altra
donna», disse il giovane conte, interrompendo il silenzio sceso
fra i due, dopo l’appagamento dei sensi.
«Non dire nulla Camillo, lasciami sognare il mondo che vorrei e
soprattutto l’uomo che mi piacerebbe tu fossi», sussurrò Nina.
Dopo di ché la giovane si alzò, si sistemò il vestito di seta
color cremisi, si tolse delle foglie dai capelli biondi e si
inoltrò nel bosco mediterraneo.
Camillo la seguì in silenzio, osservando quella giovane donna
che, per amor suo, aveva sfidato le leggi del suo tempo, la sua
famiglia, quella del marito e un’intera città. In un attimo
poteva vederla bambina e dopo nuovamente donna, capace di
difendere, come una fiera, il suo amore disperato. Non sapeva
che tutto ciò avrebbe portato la sua amante non solo ad una
morte dolorosa, tramite il suicidio, ma anche ad una tomba
fredda, lontana e solitaria , in un convento di Genova. Il conte
sentiva di non essere all’altezza di quell’amore troppo forte ed
intenso per lui, ma non riusciva a farne a meno. A Torino aveva
avuto altre storie mentre la gentildonna genovese si struggeva
per lui e si sfogava scrivendo ampie lettere, ma era sempre
tornato da lei, almeno fino a quel momento. La fine ormai era
stata scritta e pochi altri incontri il destino avrebbe
riservato ai due amanti, ma lui fingeva di non saperlo.
Raggiunse Nina, la prese per un braccio e lei nel voltarsi gli
mostrò i suoi occhi, che dietro le lacrime rivelarono al futuro
artefice dell’Unità d’Italia, l’incoscienza e l’abbandono ormai
di chi confonde il vento con le rose.
Bisanzio Velata
FINE
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