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No,
dicono i braceros, una donna battitore no. Chi ha mai visto. A casa devono
stare le donne. A far da mangiare e fare bambini. Non è un lavoro da
donna, il battitore.
Intanto procedono tra il fruscio delle foglie, i colpi di machete. Le
canne che oscillano e schiantano. I taipan che snodano le spire e i topi
che fuggono.
Lei prosegue imperterrita, senza voltarsi. Sa che i loro sguardi sono lì,
sulle sue natiche. Li sente incollarsi come dita sudate, premere e
scorrere lungo le sue curve e penetrare dove penetra la loro
immaginazione. La loro voglia.
La prima volta, quando me lo hanno chiesto, ero sobrio e non ho capito. Ho
creduto fosse uno dei tanti pregiudizi. Tenevano gli occhi bassi e
rigiravano i cappellacci sporchi tra le mani. Uomini asciutti nel fisico e
nelle parole, non davano spiegazioni. Una sola richiesta: mandala via. Li
avevo congedati come meritavano. Un cenno della mano. Una mossa breve e
sbrigativa usata per gli insetti, per toglierteli di torno. Pensavo fosse
finita lì. Invece sono tornati, cambiando tattica. Hanno spintonato in
casa, nel salotto dove mi stavo versando il quarto ron, un uomo. Il
vecchio. Lui si è tolto il cappello e, stringendolo forte, si è avvicinato
come nessuno ha mai osato avvicinarsi a me. Al padrone.
- Deve andarsene.- ha sussurrato a capo chino.
- Non lavora abbastanza?- ho ribattuto.
Era troppo vecchio per non capire che avevo capito benissimo e che mi
stavo burlando di lui e di tutti loro. È rimasto immobile alcuni minuti,
quindi è uscito senza salutare. E io gli ho permesso di andare, senza
rimproveri. Senza vendicarmi il giorno dopo.
Così ormai tutti sapevano che io sapevo. E conoscevano la mia
depravazione. E io ero certo della loro bramosia. E dell’impossibilità di
soddisfarla. Nessuno avrebbe mai preso Maria. La sua fama di strega
rimbalzava da un’isola all’altra, aumentava a ogni luna, quando i cani
ululavano tutta la notte e il mattino svelava i galli appesi agli alberi.
Il loro sangue a inzuppare la terra.
Io non credo alla magia. E nemmeno alle streghe. Perciò l’ho aspettata al
termine del lavoro, dove la piantagione costeggia il giardino. L’ho
chiamata ad alta voce e gli uomini si sono allontanati in fretta. Lei ha
salito il sentiero con indolenza, scostando una ciocca di capelli neri dal
viso madido. Aveva le labbra schiuse e gli occhi di brace. Il vestito era
incollato al corpo e un bottone allentato sul petto rivelava la sua
offerta generosa. Gocce di sudore vi brillavano sopra. Ero incantato da
quel luccichio.
- Non hai paura dei serpenti, con quel vestito corto?- le ho domandato.
Non ha risposto, naturalmente.
Mi ha fissato immobile, inclinando un po’ la testa di lato.
- Lo fai per eccitarli, vero?- ho chiesto.
L’espressione è cambiata nel suo volto. Una luce diversa lo illuminava.
Una luce che giungeva da dentro come una rivelazione. Aveva compreso.
Allora la sua bocca si è distesa in una specie di sorriso. Ho slacciato la
cintura, l’ho avvolta sulla mano e l’ho saettata veloce sul suo ventre.
- Vai in casa, cagna.- ho sibilato.
Non si è scomposta. È entrata in casa, un passo dopo l’altro, staccando un
fiore rosso da un cespuglio.
L’ho seguita, raggiungendola dove sapevo l’avrei trovata. Si stava
spogliando con calma. Aveva posato il fiore sul cuscino. Il vestito è
caduto a terra. Addosso non aveva altro.
- Lavori con gli uomini e non metti le mutande. Davvero una cagna.- ho
detto.
Ha ravviato i capelli con le dita in un movimento lentissimo. Esasperante.
La osservavo, divoravo con lo sguardo quel corpo pieno, sodo e ambrato. E
quel sorriso sfrontato rivolto a me, al mio desiderio che si era fatto
carne. La penombra fluttuava su di lei, creava chiaroscuri da togliermi il
respiro. Mi sono svestito in fretta e l’ho spinta sul letto. Un segno
sfregiava la sua pelle. La mia cinghiata. L’ho baciato con delicatezza.
L’ho leccato adagio, strappandole un sospiro profondo. Ho serrato il seno
morbido tra le mani e ho sentito le sue cosce cedere sotto di me, aprirsi
per lasciarmi entrare. Mi ha accolto con un gemito, mentre scivolavo nel
calore torrido di un vulcano. E la lava incandescente mi ha inondato.
Esplodevano scintille dietro le mie palpebre. E io esplodevo in lei, tra i
suoi fianchi frenetici.
Mi sono sollevato, sciogliendomi dal suo abbraccio. Ansimando mi sono
rivestito, senza guardarla. Si muoveva con gesti silenziosi. Sono uscito
sulla veranda. Il buio stava giungendo e nel cielo viola pulsava una
stella. Ho acceso un Cohiba Lanceros e mi sono seduto. Appoggiandomi allo
schienale ho avuto un moto di fastidio. Ho toccato la mia pelle, dietro la
schiena, dove le sue mani si erano aggrappate. I miei polpastrelli si sono
sporcati di sangue.
- Strega.- ho mormorato, appena mi è passata accanto per andarsene.
Non si è girata, continuando ad ancheggiare nel suo abito sottile.
Qualcosa è caduto ai suoi piedi, che lo hanno calpestato. Un fiore rosso.

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