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CAMILLA
La
margherita
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Un bacio veloce sulla guancia del marito “Ciao amore! A presto!” Esther
scese dalla macchina ed entrò nella hall dell'aeroporto tirandosi dietro
il piccolo trolley. Il solito viaggio mensile per controllare la filiale
di Praga e organizzare gli aggiornamenti, viaggio che nei giorni
precedenti la rendeva nervosa ed intrattabile con i colleghi e qualcuno
azzardava un farfugliato : “Se vuoi vado io”, rifiutato quasi con
violenza.
Finalmente tra le nuvole il suo viso si distese e sulla sua bocca fiorì il
sorriso che si sarebbe spento solo al rientro. Era bello abbandonarsi al
dondolio dell'aereo e ricordare...
Ogni mattina un camion entrava dal cancello su cui ironica si leggeva la
scritta "Arbeit macht frei", alcuni soldati rigidi come manichini
scortavano il gruppo di donne che lavorava in filanda. Fazzoletto in
testa, camicione a righe, stella di Davide sulla manica, scarpe tenute
insieme con lo spago, avevano ben poco di femminile, tuttavia Esther
vedeva spesso gli stessi soldati portar via dal dormitorio alcune sue
compagne, che poi rientravano col viso rigato di lacrime, ed evidenti
ecchimosi sulle braccia, ma anche con qualche pezzo di pane geloso in
tasca.
"Cercate di non farvi notare"...dicevano le più anziane, così avevano
imparato a camminare tutte a testa bassa, strascicando i piedi e coprendo
con le mani la scollatura inesistente. Ma Franz l'aveva notata lo stesso,
quel giorno in cui si era chinata accanto al filo spinato e lui si era
subito avvicinato sospettoso: si era rialzata tenendo tra le dita scarne
un'esile margherita, nata chissà come e chissà perché proprio lì, e avida
l'aveva masticata. Non era più riuscito a dimenticare lo sguardo perso
nelle occhiaie profonde. Quando entrava coi compagni nelle baracche del
piacere gratuito, nascondeva quello sguardo con le sue spalle, lo
proteggeva a suo modo, così Esther non aveva conosciuto l'inferno fino in
fondo.
Finita la guerra si era costruita la sua vita: studio, impiego in
un'azienda di prodotti alimentari, matrimonio con l'amato Gabriele, con
tanto di abito bianco e festeggiamenti tradizionali.
La prima volta che si era presentata alla filiale di Praga, durante la
riunione dei soci aveva notato il bianco vaso di margherite sulla
scrivania; dalle mani del direttore, robuste ma in qualche modo
commoventi, era salita al viso di scatto, saltando completamente il
vestito.
L'uomo aveva gli occhi freddi e decisi, eppure era impossibile non
leggervi dentro una lontana nostalgia... non avrebbe mai più ricordato
quello che era successo in quelle poche ore di lavoro; ricordava invece
tutto di quando si era ritrovata a camminargli a fianco per la strada:
emozione, attrazione, amicizia, dolore, riconoscenza, un groviglio di
sentimenti da dipanare, un dialogo mai iniziato da costruire, una grande
voglia di conoscersi e raccontarsi.
Avevano imparato a sbrigare in fretta il lavoro per correre nel discreto
albergo sulla sponda della Moldava e sfamarsi di baci.
Lui la spogliava con gli occhi e con le mani, la sdraiava sul letto,
ammirava le sue forme, le succhiava i capezzoli, la faceva tremare di
desiderio e la prendeva con forte tenerezza, trovandola pronta e vogliosa,
come suo marito non l'aveva mai avuta. Era bello, dopo una notte di doni
estenuanti, di reciproche gratificazioni, fare colazione tra lenzuola
sudate di odori acri e dolciastri, guardando le orgogliose guglie del
Castello.
Esther adorava quella città, Franz ogni volta gliene faceva conoscere un
angolo nuovo, l'adorava per la sua atmosfera magica e misteriosa, per la
sua ricchezza di arte e storia, ma soprattutto perché lì era libera di
stringersi all'uomo che rivoluzionava i suoi sensi e sentirsi tutt'uno con
lui.
Passeggiavano mano nella mano tra gli improvvisati artisti del Ponte
Carlo, nel Vicolo d'oro, nel quartiere ebraico, guardavano le vetrine
arabescate di cristalli, granati e ambra, le facciate dipinte, i bovindi
infiorati, respiravano il cielo verde azzurro del lungo-fiume. Unici
ricordi materiali di quei viaggi erano un piccolo crocifisso d'oro e
granati che portava al collo appeso alla sottile catenina ricordo di sua
madre e un soldatino di piombo sperduto nella confusione della borsa.
Al ritorno da Praga ci metteva parecchio a smaltire il pieno di gioia e
d'amore, per giorni la sua pelle restava luminosa ed i suoi sensi
eccitati, con un po' di rimorso si rifugiava tra le braccia del marito che
la trovava ogni volta più bella e disponibile e le ripeteva che l'aria di
quella città doveva essere speciale e afrodisiaca. Certo, se avesse saputo
la verità... il solo pensiero la faceva stare male, vedeva la delusione e
la sofferenza, non solo per l'infedeltà, ma con un tedesco!...un atomo del
grande male del suo popolo...
Lei e Franz avevano davvero scritto la parola fine alla guerra e all'odio,
ma non era così nella realtà, la memoria era ancora dolorosa, sguardi di
ghiaccio l'avevano trafitta quella volta che durante una conversazione si
era lasciata sfuggire che non tutti i soldati erano stati cattivi...
"Vengo a prenderti, voglio vivere con te, ci vediamo a fine mese, lascia
fare a me."
Al termine della telefonata di lavoro, il direttore aveva aggiunto quella
frase e chiuso la comunicazione senza darle il tempo di replicare.
Sì, qualche volta, nei momenti più struggenti e passionali, glielo aveva
detto, ma Esther si rese conto che non ci aveva mai pensato veramente ed
era quasi infastidita. Immaginava la sorpresa triste sul volto di
Gabriele, la ruga smarrita tra le folte sopracciglia, l'accenno di barba
tremante... e provava un dolore insopportabile. L'infatuazione, il
proibito l'avevano distratta, ma lui era il suo porto accogliente, il suo
faro sempre vigile, non avrebbe mai potuto lasciarlo!
Entrò nel suo ufficio, con il respiro affannoso per le scale...
l'ascensore era occupato come al solito e lei aveva fretta...compose il
numero.
"Pronto signorina? Mi passa il direttore?..." Una pausa ticchettante, poi
una voce di spine...Mi dispiace signora...non è possibile, ha avuto un
malore, lo stanno portando in ospedale..." Quelle poche parole si
pietrificarono nella fredda cornetta.
La giornata era splendida, il cielo azzurro e terso come capita spesso in
primavera. Esther si concesse una passeggiata nel parco prima di
rituffarsi tra le montagnole plastificate della sua scrivania. I tacchi a
spillo affondavano nel ghiaino ebbro di pioggia e la costringevano ad una
andatura da papero sculettante. Si fermò davanti ad un'aiuola stellata di
margherite, si emozionava sempre, col lago negli occhi si divertì a
contarle... D'impulso, incurante del cartello scavalcò il contorno di
sassi e cespugli nudi e si chinò a raccoglierne una...il fischio
prolungato la fece sussultare...sorrise alla guardia e se ne andò
masticando tranquillamente il piccolo fiore.
FINE
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