Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male. Questo è tutto. Oscar Wilde

 

 

CAMILLA
L
a margherita

 

 

 



Un bacio veloce sulla guancia del marito “Ciao amore! A presto!” Esther scese dalla macchina ed entrò nella hall dell'aeroporto tirandosi dietro il piccolo trolley. Il solito viaggio mensile per controllare la filiale di Praga e organizzare gli aggiornamenti, viaggio che nei giorni precedenti la rendeva nervosa ed intrattabile con i colleghi e qualcuno azzardava un farfugliato : “Se vuoi vado io”, rifiutato quasi con violenza.
Finalmente tra le nuvole il suo viso si distese e sulla sua bocca fiorì il sorriso che si sarebbe spento solo al rientro. Era bello abbandonarsi al dondolio dell'aereo e ricordare...

Ogni mattina un camion entrava dal cancello su cui ironica si leggeva la scritta "Arbeit macht frei", alcuni soldati rigidi come manichini scortavano il gruppo di donne che lavorava in filanda. Fazzoletto in testa, camicione a righe, stella di Davide sulla manica, scarpe tenute insieme con lo spago, avevano ben poco di femminile, tuttavia Esther vedeva spesso gli stessi soldati portar via dal dormitorio alcune sue compagne, che poi rientravano col viso rigato di lacrime, ed evidenti ecchimosi sulle braccia, ma anche con qualche pezzo di pane geloso in tasca.
"Cercate di non farvi notare"...dicevano le più anziane, così avevano imparato a camminare tutte a testa bassa, strascicando i piedi e coprendo con le mani la scollatura inesistente. Ma Franz l'aveva notata lo stesso, quel giorno in cui si era chinata accanto al filo spinato e lui si era subito avvicinato sospettoso: si era rialzata tenendo tra le dita scarne un'esile margherita, nata chissà come e chissà perché proprio lì, e avida l'aveva masticata. Non era più riuscito a dimenticare lo sguardo perso nelle occhiaie profonde. Quando entrava coi compagni nelle baracche del piacere gratuito, nascondeva quello sguardo con le sue spalle, lo proteggeva a suo modo, così Esther non aveva conosciuto l'inferno fino in fondo.
Finita la guerra si era costruita la sua vita: studio, impiego in un'azienda di prodotti alimentari, matrimonio con l'amato Gabriele, con tanto di abito bianco e festeggiamenti tradizionali.

La prima volta che si era presentata alla filiale di Praga, durante la riunione dei soci aveva notato il bianco vaso di margherite sulla scrivania; dalle mani del direttore, robuste ma in qualche modo commoventi, era salita al viso di scatto, saltando completamente il vestito.
L'uomo aveva gli occhi freddi e decisi, eppure era impossibile non leggervi dentro una lontana nostalgia... non avrebbe mai più ricordato quello che era successo in quelle poche ore di lavoro; ricordava invece tutto di quando si era ritrovata a camminargli a fianco per la strada: emozione, attrazione, amicizia, dolore, riconoscenza, un groviglio di sentimenti da dipanare, un dialogo mai iniziato da costruire, una grande voglia di conoscersi e raccontarsi.
Avevano imparato a sbrigare in fretta il lavoro per correre nel discreto albergo sulla sponda della Moldava e sfamarsi di baci.

Lui la spogliava con gli occhi e con le mani, la sdraiava sul letto, ammirava le sue forme, le succhiava i capezzoli, la faceva tremare di desiderio e la prendeva con forte tenerezza, trovandola pronta e vogliosa, come suo marito non l'aveva mai avuta. Era bello, dopo una notte di doni estenuanti, di reciproche gratificazioni, fare colazione tra lenzuola sudate di odori acri e dolciastri, guardando le orgogliose guglie del Castello.
Esther adorava quella città, Franz ogni volta gliene faceva conoscere un angolo nuovo, l'adorava per la sua atmosfera magica e misteriosa, per la sua ricchezza di arte e storia, ma soprattutto perché lì era libera di stringersi all'uomo che rivoluzionava i suoi sensi e sentirsi tutt'uno con lui.

Passeggiavano mano nella mano tra gli improvvisati artisti del Ponte Carlo, nel Vicolo d'oro, nel quartiere ebraico, guardavano le vetrine arabescate di cristalli, granati e ambra, le facciate dipinte, i bovindi infiorati, respiravano il cielo verde azzurro del lungo-fiume. Unici ricordi materiali di quei viaggi erano un piccolo crocifisso d'oro e granati che portava al collo appeso alla sottile catenina ricordo di sua madre e un soldatino di piombo sperduto nella confusione della borsa.

Al ritorno da Praga ci metteva parecchio a smaltire il pieno di gioia e d'amore, per giorni la sua pelle restava luminosa ed i suoi sensi eccitati, con un po' di rimorso si rifugiava tra le braccia del marito che la trovava ogni volta più bella e disponibile e le ripeteva che l'aria di quella città doveva essere speciale e afrodisiaca. Certo, se avesse saputo la verità... il solo pensiero la faceva stare male, vedeva la delusione e la sofferenza, non solo per l'infedeltà, ma con un tedesco!...un atomo del grande male del suo popolo...
Lei e Franz avevano davvero scritto la parola fine alla guerra e all'odio, ma non era così nella realtà, la memoria era ancora dolorosa, sguardi di ghiaccio l'avevano trafitta quella volta che durante una conversazione si era lasciata sfuggire che non tutti i soldati erano stati cattivi...

"Vengo a prenderti, voglio vivere con te, ci vediamo a fine mese, lascia fare a me."
Al termine della telefonata di lavoro, il direttore aveva aggiunto quella frase e chiuso la comunicazione senza darle il tempo di replicare.
Sì, qualche volta, nei momenti più struggenti e passionali, glielo aveva detto, ma Esther si rese conto che non ci aveva mai pensato veramente ed era quasi infastidita. Immaginava la sorpresa triste sul volto di Gabriele, la ruga smarrita tra le folte sopracciglia, l'accenno di barba tremante... e provava un dolore insopportabile. L'infatuazione, il proibito l'avevano distratta, ma lui era il suo porto accogliente, il suo faro sempre vigile, non avrebbe mai potuto lasciarlo!

Entrò nel suo ufficio, con il respiro affannoso per le scale... l'ascensore era occupato come al solito e lei aveva fretta...compose il numero.
"Pronto signorina? Mi passa il direttore?..." Una pausa ticchettante, poi una voce di spine...Mi dispiace signora...non è possibile, ha avuto un malore, lo stanno portando in ospedale..." Quelle poche parole si pietrificarono nella fredda cornetta.

La giornata era splendida, il cielo azzurro e terso come capita spesso in primavera. Esther si concesse una passeggiata nel parco prima di rituffarsi tra le montagnole plastificate della sua scrivania. I tacchi a spillo affondavano nel ghiaino ebbro di pioggia e la costringevano ad una andatura da papero sculettante. Si fermò davanti ad un'aiuola stellata di margherite, si emozionava sempre, col lago negli occhi si divertì a contarle... D'impulso, incurante del cartello scavalcò il contorno di sassi e cespugli nudi e si chinò a raccoglierne una...il fischio prolungato la fece sussultare...sorrise alla guardia e se ne andò masticando tranquillamente il piccolo fiore.

 

FINE

 
 
 

 

I RACCONTI DI CAMILLA SU LIBERAEVA

Foto Iraklis Makrigiannakis

 

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