Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male. Questo è tutto. Oscar Wilde

 

 

Bisanzio Velata
L'alba del duca di Wellington

 

 

 


Wellington House, Inghilterra 1850

Alexander, sesto duca di Wellington, passeggiava nel giardino della sua villa e osservava il roseto, splendidamente in fiore in quel maggio odoroso di primavera inoltrata.
A settant’anni il nobiluomo era ancora estremamente affascinante, non solo nei modi ma anche nell’aspetto. Fisico atletico, occhi profondi e capelli di un bianco splendente, come una perla.
 
Ad un certo punto si fermò di fronte ad una rosa, una rara varietà, importata dalla Cina in uno dei suoi viaggi. Si chinò ad osservarla meglio e a inebriarsi del suo intenso profumo.
Quanti ricordi si affacciarono in quel momento alla sua mente, al suo cuore e ai suoi occhi.
Un venticello si alzò dalla foresta e portò fino al giardino il profumo di un amore lontano.
Alexander sentì allora il bisogno di sedersi su di una sedia in ferro battuto accanto ad una fontana, ricoperta in parte da un’edera di un verde intenso.
Alzò gli occhi e fu allora che rivide la statua dalla cui brocca sgorgava acqua fresca.
Era lui, Elrond.

Il duca chiuse le palpebre, volse il viso al sole e tornò con la memoria alla primavera del 1800, ai suoi vent’anni.

Anche allora passeggiava per il giardino, certamente più irrequieto e desideroso di scoprire il mondo di quanto ormai non fosse mezzo secolo dopo.
Alexander infatti percepiva allora la vita tutta davanti a sé, e l’impulso ad afferrarla e a morderla come una mela era fortissima.
Desiderava sperimentare tutto e soprattutto amare ed essere amato; aveva già avuto svariate esperienze ma tutte potevano essere racchiuse nel grande libro dell’iniziazione sessuale.

Amore però ancora non aveva fatto visita alle sue stanze, non si era ancora inoltrato sotto i tendaggi del grande letto a baldacchino per stendersi sulla morbida piuma del materasso e avvolgersi nella seta delle bianche lenzuola.
Alexander , che portava ancora il titolo di cortesia di marchese, era intento ad osservare i pesci nuotare in una grande vasca quando sentì un rumore alle sue spalle. Si voltò e vide un ragazzo, di una bellezza particolare. Il giovane signore rimase come interdetto per alcuni lunghissimi secondi, come ammaliato da un qualcosa di strano che a ben guardare sembrava avere il giovane, parzialmente nascosto da una siepe di rose.

Il ragazzo non fuggì, anzi si avvicinò al giovane marchese e disse:
<< Buongiorno Alexander, mi chiamo Elrond e sono qui per te>>.
L’erede designato del ducato di Wellington non si capacitava di quanto stava vedendo.
Elrond era alto più o meno quanto lui, ovvero circa un metro e ottanta, aveva la pelle color di perla, gli occhi verde acqua e i capelli, Alexander ne era incredulo, color del rame con nuance viola. Indossava un pantalone leggero, di lino color nocciola e una semplice camicia, anche’essa di lino ma verde. La fronte cinta da una sorta di anello d’oro completava il look dello strano giovane.

Se qualcun altro gli avesse raccontato quanto stava vedendo, non gli avrebbe mai potuto credere. Eppure stava capitando proprio a lui.
<< Ehi, dico a te>> lo incitò il ragazzo, << o devo chiamarti Vostra grazia usando il voi?>>
<< Perdonatemi sono Alexander>>
<< Questo lo so già, non ricordi che ti ho chiamato per nome?>>
<< Avete ragione! Come fate a saperlo?>>
<< Non riesci proprio ad essere meno formale? E comunque io so molte cose su di te!>>
<< Se mi seguirai, comprenderai molte cose>>.
E detto questo Elrond si avviò oltre il roseto in direzione del parco.
Alexander, come sospinto dalle mani di invisibili spiriti, lo raggiunse e iniziò a camminargli al fianco. In silenzio.

Così attraversarono il parco di Wellington House, stranamente senza incontrare alcun guardiacaccia o familiare del marchese, e giunsero al limitare della foresta.
Elrond si fermò voltandosi a guardare il giovane uomo dietro di lui e a pensare quanto Alexander fosse bello nei suoi venti anni. Intanto quest’ultimo lo fissava con sguardo interrogativo. << Dove mi state portando?>> esclamò.
<<Seguimi e vedrai>>, gli rispose.
E così il giovane marchese seguì lo strano ragazzo e assieme si inoltrarono nella foresta.
Il tempo e lo spazio volarono via e Alexander si ritrovò in un mondo, oltre la foresta, fatto di luce, serenità e amore per la Natura.
I due giovani attraversarono un villaggio in cui gli abitanti si inchinavano al passaggio di Elrond e giunsero di fronte ad un castello. Senza mai scambiarsi una parola, come sospinti da una fresca brezza.

Varcarono un cancello e si inoltrarono in un giardino, dove crescevano rigogliose piante fiorite e maestosi alberi verdi. Giochi d’acqua e statue arricchivano l’ambiente, dove pavoni alcuni bianchi e altri blu si muovevano sontuosamente.
In lontananza, Alexander ne era sicuro, pascolavano placidi due unicorni.
In fine giunsero di fronte al portone del maniero, le guardie poste ai due lati si misero sull’attenti e i due giovani entrarono; si diressero lungo un corridoio e giunsero in una grande sale, dove ad attenderli vi erano due Esseri.
<< Alexander ti presento mio padre e mia madre, il re e la regina degli Elfi>>.
Il marchese restò come interdetto, fino a quando la sua buona educazione ebbe il sopravvento e si inchinò di fronte alle loro Maestà.
E così il giovane Wellington conobbe Amore.
Tutto sembrava un sogno, e forse lo era. Chissà.

I due giovani si ritrovarono come per magia in una grande stanza, con ampie finestre aperte sulla Natura e un soffitto trasparente.
Elrond si avvicinò ad Alexander e gli prese la mano. Lo sentiva tremare, percepiva la sua paura ma anche il suo desiderio per quanto sarebbe accaduto da lì a poco.
Il principe degli Elfi guardò negli occhi il marchese ed esclamò:
<< Sono venuto a te per insegnarti le cose dell’amore. Non devi temere. So che anche tu lo vuoi. Ti osservo da molto tempo>>.
Alexander si sentiva attratto da quell’essere, dai suoi occhi, dalle sue mani, dalle sue labbra.
Con un coraggio fino ad allora a lui sconosciuto, si slanciò e lo baciò.
<< Insegnami ad amare>>, fu l’unica cosa che il giovane Wellington riuscì a dire.
Ed è ciò che avvenne. Amore si presentò e li condusse in un viaggio lungo la pelle di entrambi, nel piacere e nell’estasi dei loro corpi e dei loro spiriti.
Alexander si lasciò guidare ed accolse l’anima di Elrond in sé. Calda si espanse tutta in lui. A sua volta il principe degli Elfi fece sua l’anima del giovane marchese, la sentiva scorrere in lui, piena di vita e di desiderio.

Il tempo volò e venne la sera; le stelle comparvero in cielo e, attraverso il soffitto di vetro, illuminarono la stanza dove i due giovani giacevano colmi d’amore.
<< Sai cosa significa il mio nome nell’antica lingua elfica?>> domandò Elrond.
<< Naturalmente lo ignoro>> rispose il marchese.
<< Volta stellata>> rispose l’ essere dagli occhi verdi.
Le bocche allora si incontrarono nuovamente, colme di desiderio, le mani percorsero la pelle e le gambe si intrecciarono.

Furono dunque una sola cosa, lo spirito vitale dell’uno nell’altro e viceversa.
Improvvisamente Alexander fu di nuovo il sesto duca di Wellington, immerso nel profumo delle rose del suo giardino, in una tiepida e piacevole mattina di maggio del 1850.
 

 

FINE

 
 
 

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